Non più un motore di ricerca, ma un dispensatore di risposte che bastano da sé. 

Dopo gli ultimi annunci dell’amministratore delegato Sundar Pichai, è sempre più chiaro come Google si stia progressivamente trasformando in un chatbot di Intelligenza artificiale, di fatto avviandosi all’integrazione con la sua creatura Gemini. 

Prima l’AI Overviews, ovvero la sintesi tematica fornita agli utenti dopo una loro domanda; poi il potenziamento dell’AI Mode, con conversazioni che proseguono dopo la prima risposta – i “follow-up” – e la possibilità di utilizzare, oltre alle parole, input vocali, foto e video. Infine, l’AI “agentica”, presentata dalla società, appunto, il 19 maggio: un sistema di assistenza personale che accompagna l’utente in ogni sua necessità e agisce in autonomia, arrivando a gestire prenotazioni di voli o ristoranti. Pichai ha anche illustrato il successo dei suoi strumenti. AI Overviews conta già oltre 2,5 miliardi di utenti attivi mensili, mentre AI Mode ha superato il miliardo, con un volume di richieste più che raddoppiato in un trimestre. Sono oltre 900 milioni, invece, le persone che utilizzano Gemini ogni mese.

soluzione al declino

In questo quadro, il traffico dei siti tradizionali – e quindi delle testate giornalistiche – è destinato a crollare ulteriormente. E ciò rischia di uccidere l’ultima speranza di sostenibilità economica del giornalismo, quella data dal digitale, da anni presentato da tutti – quasi come clausola di stile – come l’unica soluzione al declino della carta.

Secondo Similarweb, dopo l’introduzione di Google AI Overviews nel maggio 2024, le ricerche di news che non generano alcun click sono passate in un anno dal 56% al 69%. Contemporaneamente, il traffico organico verso i siti editoriali è crollato da oltre 2,3 miliardi a meno di 1,7 miliardi di visite. Ovviamente, a pesare sono anche tutti gli altri strumenti AI, come ChatGpt e Perplexity. In Italia, dove è attiva dal 26 marzo 2025, Google AI Overviews ha già tolto ai siti web tra il 10% e il 40% di utenti.

novecento cittadini

A luglio 2025, il Pew Research Center ha pubblicato uno studio approfondito sul tema, realizzato su 68.000 ricerche di 900 cittadini statunitensi adulti. Gli individui che hanno visualizzato un riepilogo di Google hanno cliccato su un link tradizionale solo nell’8% dei casi, rispetto al 15% della media delle ricerche. Ancor meno sono i click sulle fonti citate dalla sintesi: appena l’1%. Gli utenti hanno terminato la sessione, composta da varie ricerche, senza visitare alcun sito nel 26% dei casi, rispetto al 16% delle ricerche tradizionali. I siti più utilizzati per i riepiloghi erano Wikipedia, Reddit e YouTube. Se questo accadeva un anno fa, è chiaro come la tendenza del “zero-click search” sia irreversibile.

Felix Simon, ricercatore in AI e giornalismo a Oxford, ha confermato alla Bbc “le ripercussioni negative dell’AI sugli editori”, ma ha aggiunto come sia “difficile conoscere appieno l’effetto delle anteprime senza un accesso indipendente ai dati interni di Google o delle testate”. Ebbene, fra chi ha deciso di scoprire le carte c’è il colosso britannico DMG Media, proprietario del sito del Daily Mail e di Metro: in una nota della scorsa estate all’Autorità della concorrenza e dei mercati, il gruppo ha parlato di un calo dell’89%. Il New York Times si è visto ridurre il traffico da ricerca dal 44% al 36,5% in tre anni. Quanto all’Italia, secondo diversi report i primi 20 editori hanno registrato nel 2025 -6% di audience media e -14% di pagine visitate su base annua.

scendere a patti

Sempre in Italia è arrivato l’allarme di Luca Lani, amministratore delegato di Citynews (gli oltre 50 giornali online con la sigla “Today”): “L’AI sta saccheggiando i nostri contenuti senza avvertire e senza riconoscimenti economici, per poi riutilizzarli mescolati ad altre fonti ugualmente saccheggiate”. Lani, per ora, si è accordato con alcuni player per una equa remunerazione. “Se tutti i publisher sapranno muoversi nella stessa direzione, chiudendo gli accessi, alle piattaforme non resterà che scendere a patti, dato che senza contenuti non c’è training, o servizi con contenuti aggiornati”. 

La questione è particolarmente sentita dai portali che propongono articoli “sempreverdi”, come vademecum, tutorial, cronologie, riassunti. Tutte informazioni che le persone stanno imparando a richiedere, in modo più facile e veloce, all’Intelligenza artificiale. Emblematico è il caso di Salvatore Aranzulla, fondatore del più celebre sito italiano su computer e tecnologia: “Con l’AI perdo il 25%. Io vivo di rendita, ma c’è un problema per tutti”, ha detto a Fanpage.

grande saccheggio

Il 3 maggio, come raccontato da Professione Reporter, l’Agcom ha inviato alla Commissione europea una richiesta di valutazione sui servizi Google Overviews e Mode per verificare “una possibile violazione del Digital Services Act”, il regolamento europeo del 2022 sulla sicurezza e la trasparenza della Rete. L’iniziativa è arrivata su segnalazione della Fieg, che ha descritto Google come un potenziale “traffic killer”.

Che gli utenti si accontentino di sommari e scorciatoie è un fatto naturale e irreversibile. L’essere umano è portato a risparmiare tempo e risorse. Qualsiasi tentativo di educarlo all’approfondimento è vano. Il vero problema, quindi, è un altro: il “grande saccheggio” dei giganti digitali. Nella quasi totalità dei casi, i dati forniti dall’AI non nascono dal nulla e non sono creati dalla macchina: sono parole, numeri, video, foto, idee e lavori dell’uomo. Rielaborare tutto questo per offrire un contenuto nuovo e goderne i frutti economici, senza retribuire gli autori, non è altro, appunto, che un furto. Un furto facilitato spesso, a onor del vero, dagli stessi media, che per “esistere” regalano ai social network informazioni, prodotti giornalistici e professionalità senza pretendere nulla in cambio, se non la forza effimera di interazioni e visualizzazioni. Notizie, didascalie, reportage e prodotti audiovisivi vengono puntualmente pubblicati in Rete – spesso con formati sofisticati come i caroselli – spingendo il pubblico a ritenersi soddisfatto dall’informazione proveniente dai social. Ribadiamo: non “condivisi tramite link”, come avveniva in una prima fase, ma ripubblicati in maniera nativa sui social, visto che, molto convenientemente, negli anni la Silicon Valley ha attuato vari stratagemmi per scoraggiare i link esterni e spingere gli individui a restare sulle loro bacheche. 

ordine sparso

Con Google la vicenda è divenuta esponenziale: il motore di ricerca per eccellenza che decide di bypassare le pagine che ospita per sfruttare la loro ricchezza. E lo fa, come hanno spiegato gli esperti, come “mossa difensiva”: per evitare di diventare obsoleto e di soccombere di fronte alla concorrenza. Anche a costo di rinunciare al suo principale modello di business, cioè il supporto ai siti e alle loro inserzioni pubblicitarie.

Stando così le cose, pensare a un sistema serio di redistribuzione dell’economia digitale diventa non solo giusto e corretto, ma vitale per il giornalismo, la democrazia e la libertà. La soluzione non è l’ordine sparso dei singoli accordi tra editori e piattaforme, volti a tamponare le perdite a breve termine ma potenzialmente micidiali nel lungo periodo. Piuttosto, è essenziale lavorare con urgenza a regole collettive, azioni di classe e ordinamenti sovranazionali. Altrimenti, tolte le ultime spiagge dei fondi pubblici e dei miliardari filantropi, nel prossimo futuro non resterà più nulla da saccheggiare. 

(nella foto, sede di Google a Mountain View, California)

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