Tempi bui per Getty Images, fra le principali agenzie fotografiche del mondo.

La società statunitense ha dichiarato bancarotta ricorrendo al Chapter 11, la norma USA che consente la ristrutturazione controllata del debito senza la cessazione dell’attività. Parallelamente, il gruppo lascerà la Borsa di Wall Street, tornando a essere totalmente privato. 

Non è un fallimento in senso stretto, ma un forte segnale di difficoltà economica, oltre che un motivo di allarme per migliaia di operatori del settore. L’impero delle immagini, infatti, ha accumulato un debito da 2,1 miliardi di dollari.

nuovo capitale

Il processo di riorganizzazione dovrebbe concludersi alla fine dell’anno, quando l’intera proprietà passerà in mano alla famiglia Getty e al colosso Koch Equity Development, che si sono impegnati a fornire fino a 533 milioni di dollari in nuovo capitale azionario. Nel frattempo, come riporta Reuters, i creditori non garantiti hanno accettato di cancellare titoli per 270 milioni di dollari, mentre i garantiti hanno concordato una riduzione degli interessi e una proroga delle scadenze.

Il rapporto della società Getty con la Borsa di New York è travagliato. Quotata nel 1996, nel 2008 torna privata, prima di rientrare a Wall Street nel 2022, con una valutazione di circa 4,8 miliardi di dollari. Oggi, al momento della nuova privatizzazione, quel valore si è quasi azzerato, scendendo di oltre il 99%: una singola azione vale pochi centesimi. Come è stato possibile?

oggetti e personalità

I motivi della crisi sono diversi, ma di certo ha influito il peso crescente dell’Intelligenza artificiale, con la relativa riduzione degli introiti. Le immagini e i video generati dall’AI stanno crescendo a ritmi vertiginosi, spingendo editori e utenti a risparmiare sull’acquisto di fotografie originali, scatti storici o contenuti d’autore. E ciò non vale più soltanto per le foto “di maniera” –oggetti, sagome impersonali, situazioni generiche– il fenomeno si è ormai esteso anche a luoghi o personalità reali, dalle celebrità ai leader politici, “riprodotti” su richiesta e utilizzati, a costo zero, per accompagnare articoli e servizi. Secondo i dati forniti da Getty alla Sec (Securities and Exchange Commission), l’autorità Usa che regola i mercati, fra il 2025 e il 2026 gli acquirenti sono scesi da 707mila a 636mila (-10%), mentre gli abbonamenti annuali da 321mila a 240mila (-25,2%).

saccheggio di contenuti

Getty Images è stata fra le prime grandi imprese a opporsi al “saccheggio” di contenuti e creatività, ma con risultati non sempre felici. Nel 2025, infatti, ha perso la causa contro la società britannica Stability AI, accusata di aver usato milioni di immagini protette da copyright per addestrare il suo sistema “Stable Diffusion”. L’Alta Corte di Londra ha respinto le principali richieste di Getty, stabilendo che i modelli di Intelligenza artificiale non costituiscono “copie” dirette delle opere protette.

A questa esosa batosta legale ne sono seguite altre: la sconfitta in un contenzioso milionario con alcuni investitori e, ancor più importante, il naufragio della fusione con la concorrente Shutterstock, nel luglio di quest’anno. Un’operazione da 3,7 miliardi di dollari che avrebbe permesso alla nuova entità -era l’auspicio dei proprietari- di resistere meglio in un mercato in contrazione. Ma il progetto, appunto, è saltato dopo che l’autorità antitrust del Regno Unito ha posto rilievi su concorrenza e pluralismo, imponendo, per il via libera, la cessione delle attività editoriali di Shutterstock, una condizione ritenuta inaccettabile. Alla fine delle trattative, Getty ha dichiarato di aver speso circa 100 milioni di dollari fra spese legali e burocratiche, per un nulla di fatto.

non è guerra totale

Ma quella fra Getty e l’AI non è una guerra totale. Se nel settembre 2022 la società bandì dal suo catalogo le immagini generate artificialmente, un anno dopo lanciò “Generative AI by Getty Images”, una propria piattaforma per produrre immagini a partire da descrizioni testuali, sviluppata con NVIDIA e addestrata esclusivamente sulla libreria Getty. Fra il 2025 e il 2026, poi, l’azienda ha siglato due intese commerciali con Perplexity e OpenAI, la società di ChatGPT. I due accordi non riguardano l’addestramento dei modelli attraverso le foto di Getty, ma solo l’inserimento delle stesse fra le risposte fornite agli utenti, quindi come fonti e link esterni.

più ricco del mondo

Getty Images ha sede a Seattle, nello Stato USA di Washington. Pioniera della distribuzione digitale di immagini su licenza, è stata fondata a Londra nel 1995 dagli imprenditori Jonathan Klein e Mark Getty. Nato a Roma nel 1960, fotografo egli stesso, Mark Getty discende dalla potente dinastia di petrolieri: il nonno era il miliardario Jean Paul Getty, a lungo l’uomo più ricco del mondo, mentre fra i fratelli figura lo sfortunato John Paul Getty III (1956-2011), rapito in Italia dalla ‘Ndrangheta nel 1973 e liberato cinque mesi dopo, a seguito delle estenuanti trattative per il riscatto condotte dall’avaro patriarca.
In tre decenni di acquisti e scatti originali, il catalogo di Getty Images è divenuto sterminato: oggi conta oltre 625 milioni di fotografie, di cui 150 milioni sono parte dell’archivio storico. A fruirne sono media, privati cittadini, aziende, agenzie pubblicitarie e creativi di tutto il Pianeta. Sempre secondo i dati della Sec, la società impiega a tempo pieno 115 fotografi e videomaker e distribuisce i contenuti di oltre 600.000 creatori, compresi 360 “partner premium”. Fra i collaboratori, più di 84.000 hanno un contratto di esclusiva. Ogni anno vengono coperti più di 160.000 eventi globali in ambito giornalistico, sportivo e di intrattenimento. 

eccesso di produzione

La crisi di una realtà del genere, inevitabilmente, racconta anche la crisi del fotogiornalismo, schiacciato dal dominio dell’irreale e dall’eccesso di produzione, esattamente come la scrittura.

Craig Peters, Amministratore delegato di Getty Images, ha provato a rassicurare reporter e investitori: “Continuiamo a operare normalmente -ha dichiarato in un comunicato sulla bancarotta,- servendo i clienti e supportando collaboratori e partner in tutto il mondo. Questo processo riguarda la nostra struttura patrimoniale e alcune passività non operative e supporta maggiori investimenti nei nostri contenuti e servizi”.
“Foto Cult”, rivista specialistica italiana, ha analizzato la posizione della società di Seattle: “La sensazione -scrive Roberto Colombo- è che, per chi vende oggi tramite Getty, iStock o Unsplash+, cambi poco nell’immediato e che il vero banco di prova arriverà dopo, quando una società tornata privata e senza il peso del debito dovrà decidere quanto spazio lasciare a chi fornisce le foto, in un mercato dove l’AI continua a comprimere i prezzi dello stock. Si tratta però di una proposta e non di un esito già stabilito, quindi la prudenza resta d’obbligo: il consiglio per i fotografi è quello di salvare estratti conto e storico dei pagamenti, fare uno screenshot datato del saldo, conservare il contratto e leggere ogni comunicazione ufficiale, soprattutto se si vive fuori dagli Stati Uniti o si vanta un saldo importante”.

(nella foto, Craig Peters, Amministratore delegato di Getty Images)

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