Molto si è scritto (giustamente) su Objection, sistema messo a punto da Aron D’Souza e finanziato da Peter Thiel con l’obiettivo (condivisibile) di sottoporre articoli di giornale ad un capillare fact checking affidato all’Intelligenza artificiale e l’obiettivo (occulto) di creare un clima di intimidazione nei confronti del giornalismo sgradito alle Big Tech.

attacco lanciato

Se Objection conoscerà una vasta diffusione, è da vedere, sebbene la forza economica e politica di Thiel e della sua Palantir deve indurre a non sottovalutare tale possibilità. Ma è rilevante ciò che l’apparizione di Objection, e di eventuali suoi emuli, sta a significare. E cioè che è iniziato un massiccio tentativo di delegittimazione del nostro mestiere a favore della (pretesa) maggiore obiettività dell’AI. Un attacco lanciato, non a caso, mentre il prestigio e i bilanci di stampa e tv sono in forte sofferenza e il gradimento dell’AI, così utile e così (in apparenza) gratuita è ai massimi livelli.

costruttori di algoritmi

Sarebbe però superficiale vedere in questa offensiva contro i media tradizionali solo la pretesa delle Big Tech (e di una parte del potere politico, che con esse ha stretto un’alleanza) di indebolire un pilastro della democrazia liberale. Il che, naturalmente, è vero. Ma il mantra che è meglio continuare ad affidare la formazione delle opinioni e delle coscienze ad una molteplicità di media, seppure con le loro partigianerie e sciatterie, piuttosto che a tre o quattro costruttori di algoritmi non ci salverà.

punto dolente

Objection e i suoi eventuali emuli, con la loro pretesa di fungere da tribunale dell’obiettività, vanno a colpire un punto dolente del modo attuale di fare giornalismo, soprattutto in Italia. E cioè l’uso troppo disinvolto di fonti anonime, l’impasto continuo di fatti e opinioni anche fuori dagli spazi dedicati a queste ultime, l’uso dilagante del colorismo, che finisce sempre con l’imprimere ai fatti una deformazione caricaturale.
E’ su questo terreno che io credo vada raccolta la sfida dei signori dell’algoritmo, per provare a spuntare loro gli artigli. Ed è qui che potrebbe risultare di qualche utilità recuperare una buona pratica del passato. Che appartiene, e per questo mi è cara, alla storia di Panorama, uno dei più brillanti esempi di giornalismo cartaceo nella storia del nostro Paese.

chiara distinzione

Il celebre motto, collocato a partire dal 1969 sopra il colophon dal direttore Lamberto Sechi, recitava: “I fatti separati dalle opinioni”. Il che, ovviamente, non voleva dire che nella confezione di Panorama non pesassero le scelte della direzione (tutti sappiamo che la stessa scelta di occuparsi di un fatto piuttosto che di un altro è frutto di una visione soggettiva), ma semplicemente che al lettore, e ancor prima all’autore del testo, doveva sempre essere chiara la distinzione tra una cronaca e un’opinione.

fonte anonima

Ecco, io credo che contro la feroce acribia dell’AI la migliore difesa a nostra disposizione sia quella di tornare a separare quanto più è possibile fatti e opinioni. Pazienza se si dovrà pagare il prezzo di rinunciare a qualche pezzo a effetto e a qualche fonte anonima, peraltro non sempre disinteressata. Ci sono giacimenti di notizie sepolti in atti e documenti di libera consultazione che sempre meno si ha la tenacia e la pazienza di andare a leggere. Ci sono storie straordinarie che potrebbero raccontare esseri umani i cui numeri di telefono non compaiono nelle agende dei cronisti, e che di conseguenza nessuno si assume la fatica di interpellare. Quanto ai (legittimi) interessi delle testate, o ai (legittimi) sentimenti dei colleghi, che trovino sfogo nella sezione delle opinioni, degli editoriali, degli elzeviri, che esistono proprio a questo scopo.

I fatti separati dalle opinioni. Era il 1969, e l’AI era nel grembo di Giove. Ma il passato ha sempre qualcosa da insegnare, anche nel nostro mestiere.

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