Con la morte dell’amico e caposervizio ideale Mauro Piccoli è successo un po’ quello che accadde dopo la scomparsa di due altri giornalisti gentiluomini, Paolo Mauri, già responsabile per decenni delle pagine culturali de la Repubblica e Attilio Giordano, ex direttore de Il Venerdì. Per tutti loro il sentimento d’affetto non formale e il giudizio unanime è stato accomunato nel ricordo del loro straordinario equilibrio emotivo sul lavoro e dell’umanità dimostrata verso i colleghi, come a sottolineare che quel loro essere “diversi” li poneva ad un’altezza morale ben separata dal mondo di tante nevrotiche “primadonna” di entrambi i sessi del giornalismo con i quali avevano quotidianamente a che fare. Colti, civili, riflessivi, grandi ascoltatori del prossimo, erano maestri di vita senza volerlo essere, qualità che gli riconoscono anche colleghi che gentiluomini non lo sono stati mai.
Non so se qualche cosiddetta “scuola di giornalismo” potrà un giorno spiegare il “metodo Mauro” o il “metodo Mauri” e quello di Attilio. Non sarà credo facile spiegare a giovani giustamente ambiziosi – come lo fummo tutti per affrontare un mestiere che può richiedere alti livelli di adrenalina – che si può stare come registi dietro le quinte del giornalismo da grandi firme di prima pagina e apparizioni in talk show ed essere ugualmente ricordati come “grandi” se si è stati, oltre che bravi come Mauro, Paolo e Attilio, anche delle belle persone.
Dell’ultimo di questi colleghi ad andarsene voglio lasciare anche io un ricordo, anche se fu personalmente una sorta di scudisciata al mio orgoglio di “firma” dall’Asia che Mauro vibro’ con garbato ma sottilissimo sarcasmo. Era il 2015 quando tra i suoi vari incarichi c’era quello di organizzare la Repubblica delle idee di Genova e – poiché l’avevo intervistata dopo la sua liberazione – il direttore Ezio Mauro voleva chiedermi di invitare sul palco la leader della Lega per la democrazia birmana Aung San Suu Kyi. Promisi a Mauro (Piccoli) di fare del mio meglio sapendo che la cosa non poteva andare (come non andò) in porto, ma in una delle email gli chiesi conto di un passaggio dell’invito che avevo tradotto per la Lady birmana. “Saranno presenti personalità internazionali”, etc…. e “le migliori firme de la Repubblica…”
Tra il serio e il faceto gli chiesi se ero tra le firme “peggiori”, visto che non ero mai stato invitato al celebrato Festival delle idee. E qui la stoccata ricevuta voglio condividerla con altri colleghi dipendenti – come lo ero io – dal riconoscimento pubblico del proprio nome o operato.
“…sulle firme migliori e peggiori – mi rispose – lascia il giudizio a noi culi di pietra, che non firmiamo mai. un abbraccio, mauro”. Touché. Riposa in pace vecchia volpe.
raimondone@yahoo.com





Touche’ anche io, Raimondo! Ho amato il giornalismo quasi dalla culla, con un padre che passava la notte al giornale a Napoli e lo sentivamo arrivare a casa quando noi bambini ci svegliavamo per andare a scuola. Ma spesso tralasciava il riposo per prepararsi ad andare a prendere un treno per Roma per partecipare a riunioni nazionali e contribuire a riorganizzare le strutture portanti del giornalismo in Italia dopo le distruzioni del regime e della guerra. Una grande fatica che gli ha portato via anni di vita lasciando però un’impronta indelebile sia sui figli che sui loro figli. E spero molti altri suoi colleghi.