(A.G.) L’informazione italiana e internazionale ha la tendenza a distrarsi. Quando succede qualcos’altro di grosso. Quando una crisi dura per troppo tempo. Quando non si può andare a vedere di persona. 

Sta succedendo con Gaza, la Cisgiordania, Israele. O meglio: ora la concentrazione è tutta sulle elezioni in quest’ultimo Paese, previste per il 27 ottobre.

quaranta per cento

Ma Gaza? Secondo i rapporti dell’Agenzia italiana ANSA e dell’Ufficio ONU per gli affari umanitari (Ocha), la “linea gialla” stabilita dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 si sta sempre di più spostando verso ovest, verso il mare. Cioè Israele spinge i palestinesi verso il mare in una striscia sempre più stretta di territorio: i due milioni di abitanti avevano solo il 47 per cento del loro territorio, ora è ridotto al 40. Inoltre, è in corso la costruzione una barriera in terra e trincee (più di 23 km completati su un totale di circa 59 km) che in diversi punti va oltre la stessa linea gialla per centinaia di metri. 

trecentoventi bambini

Secondo Islamic Relief, organizzazione umanitaria con sede nel Regno Unito, dal giorno del cessate il fuoco l’esercito israeliano ha ucciso 1454 palestinesi, fra cui 320 bambini. I feriti sono 5189. Secondo Amnesty International ci sono 1,4 milioni di persone a rischio fame. L’accesso ad acqua, cibo e ospedali è controllato rigidamente da Israele: secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza, tra il 10 ottobre 2025 e il 24 agosto 2026 sono entrati nella Striscia soltanto 66.607 camion, a fronte dei 189.000 previsti, 35 per cento del totale. 

Ansa, Onu, Islamic Relief, Amnesty International, governo di Gaza: tutte informazioni che secondo il governo di Israele provengono dalla propaganda antisionista. Ma media e organizzazioni internazionali si sono distratti anche sulla richiesta al governo di Israele di far entrare la stampa internazionale a Gaza. Per lungo tempo questa richiesta è stata frequente, insistente e autorevole. Ora sembra come dimenticata, inghiottita dalla rassegnazione.

verificare di persona

E invece. I giornalisti potrebbero verificare di persona se tutte queste notizie sono vere o gonfiate dai cosiddetti ProPal. Perché non vengono lasciati entrare i giornalisti a Gaza, con un divieto -dura dalla strage del 7 ottobre 2023- che non si è verificato sui teatri di nessun conflitto nel mondo? Motivi di sicurezza, è la spiegazione ufficiale, più volte ribadita.

Ma se davvero siamo in regime di cessate il fuoco, i motivi di sicurezza dovrebbero essere venuti meno. Oppure il fuoco non è davvero cessato? O il problema è Hamas, gruppo terrostico che a Gaza è al governo, e non consegna le armi? Ma le vittime dal “cessate il fuoco” sono tutte soltanto da una parte.

richiesta ufficiale

Alla fine del 2024 una richiesta ufficiale di rimozione del divieto di accesso è stata presentata dalla Foreign press association (Fpa), di cui fanno parte 400 testate di tutto il mondo -fra cui Rai 1 e La Stampa, Bbc, Financial Times, France 24, Time, Die Zenit, Le Monde, Reuters, Fox News, Sky News, New York Times- alla Corte suprema di Israele. Che non ha mai risposto, se non con una serie di rinvii. Il 23 ottobre 2025, la Corte ha deciso di concedere alle autorità israeliane un mese “per elaborare un piano per l’accesso”. Il 24 novembre la Corte ha rinviato tutto al 4 dicembre. Il 21 dicembre ha rinviato tutto al 4 gennaio 2026. Il governo di Tel Aviv ha dichiarato alla Corte Suprema che il divieto per i media internazionali deve rimanere in vigore “per motivi di sicurezza”. Nel documento inviato alla Corte, il procuratore rappresentante dell’esecutivo sostiene che la tregua a Gaza è oggetto di “continue minacce” e per questo “non deve essere autorizzato” l’ingresso di reporter senza scorta dell’esercito israeliano. Dopo queste dichiarazioni, i membri della Corte Suprema sono rimasti bloccati. Senza nulla decidere, in alcun senso.

istituzioni bloccate

Ma Israele viene definita e si definisce l’unica democrazia del Medio Oriente. Nelle democrazie le istituzioni -bene o male- funzionano, non possono né bloccare la loro attività, nè uno dei poteri (giudiziario) può soggiacere a un altro (esecutivo): le democrazie si basano sulla divisione dei poteri. 

C’è un terzo aspetto della tragedia. La Cisgiordania. Qui procede inesorabile l’avanzata dei coloni israeliani nella conquista dei territori. Centocinquanta colonie, 750mila coloni hanno occupato il territorio destinato -come Gaza- al futuro Stato palestinese. Va avanti il corridoio E1, che congiunge Gerusalemme Est a un insediamento ebraico, tagliando in due la Cisgiordania, in violazione di ogni deliberazione degli organismi internazionali. Le gare d’appalto per la costruzione di 3.401 abitazioni sono state lanciate all’inizio di ottobre.

ragioni di bilancio

A differenza di Gaza, in Cisgiordania i giornalisti possono (ancora) entrare. Di sicuro quelli italiani vanno in pochi e troppo poco. Ragioni di bilancio, di assicurazioni troppo care? Può essere, ma rinunciare a testimoniare cosa sta accadendo in una delle aree più esplosive del mondo significa rinunciare alla propria missione.

Meglio sarebbe risparmiare su qualcos’altro. 

(nella foto, Gerusalemme Est)

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