Succede così (ogni tanto): muore una persona, nel nostro caso un giornalista, che magari non era una star della tv, un ricercato polemista, o un Direttore, o un recordman delle classifiche dei libri e dalle chat e dai social si avverte che c’è una tristezza vera, una malinconia profonda, e molti si fermano a ricordare una parola, un episodio, una mano sulla spalla. Si avverte che non c’è la solita retorica legata alla fine, ma qualcosa di diverso.
E’ accaduto il 9 gennaio, per Mauro Piccoli. E mescolando tanti pezzi, post e righe sparse colpisce che tutti lo chiamano “persona seria” e indubitabilmente Mauro lo era. E tutti ricordano la sua calma nei momenti di grande agitazione (nei giornali sono frequenti, motivati o meno): Mauro non perdeva mai la calma e la infondeva negli altri, dote da grande giornalista, perché quando tutto è grave e complicato, per portare la nave in porto bisogna stare calmi.
giovanissimi cronisti
Naturalmente Mauro era anche bravo, cosa che lo ha portato a ricoprire ruoli importanti, anche se non direzioni, ma non è detto che chi è bravo davvero arrivi lassù, perché la bravura non è tutto.
Piccoli era figlio di Flaminio Piccoli, due volte Segretario e Presidente della Dc. Ha cominciato al Tempo, poi Paese Sera, Messaggero e Repubblica.
Ricorda Lucia Visca: “Quando arrivo a Paese Sera i duri e puri diffidavano. Era figlio di Flaminio Piccoli, veniva dal Tempo, ma presto conquistò i cuori di quasi tutti. Il capocronista Ennio Simeone, veniva da l’Unità, lo adorava. Per un periodo abbiamo fatto insieme la politica cittadina e insieme abbiamo combattuto dopo la chiusura del giornale del 3 aprile 1983. Fummo tra i primi ad andarcene, convinti che con i soldi del Comecon non si poteva lavorare”.
piccole citta’
Su Facebook Fabrizio Paladini ha scritto: “Era il 1980 e qualcosa, con Gigi Malandrino e Danilo Maestosi e insieme a un gruppo di formidabili e giovanissimi cronisti si mise a fare in Cronaca al Messaggero ‘I Quartieri’, supplemento quotidiano voluto dal direttore Vittorio Emiliani e dal capocronista Vittorio Roidi, che dava alla Cronaca di Roma una dimensione più ampia e ‘copriva’ zone grandi come piccole città. Di Mauro mi aveva sempre colpito la sua pacatezza, la sua gentilezza ma anche la capacità di tenere ferma la barra del timone. Anche quando vincevamo a calcetto, partite che erano battaglie tra giornalisti assatanati, lui era sempre calmo e sorridente. Non l’ho mai sentito alzare la voce. Era trentino e amava la montagna e il vino buono. Cantava anche bene ed era un amico che faceva serata ma con l’aria di quello che sta ‘sempre un po’ più in là’. Sul lavoro era bravissimo, risolutivo e rassicurante e infatti lo chiamò Repubblica dove fece una carriera strepitosa”.
grande foglio bianco
E Vittorio Roidi, capocronista del Messaggero che lanciò ‘I Quartieri’ e Mauro: “Curava la bianca, soprattutto il Comune, nella nostra ‘Cronaca di Roma’. Era garbato, sempre sereno, attento. Se avessi buona memoria scriverei una biografia, ma ne posseggo ben poca. Per questo mi si consenta di scrivere almeno che Mauro Piccoli è stato uno dei giornalisti migliori, più seri e professionali che abbia conosciuto”.
Sugli anni di Repubblica Riccardo Luna ha scritto su LinkedIn: “Mauro è stata la persona più importante nella mia crescita come giornalista (e come uomo, per molti versi). Era riservato, parlava sempre con un tono pacato, quasi sottovoce; era gentile, era calmo… Anche quando arrivava una notizia clamorosa e dovevamo rifare tutto il giornale in mezz’ora: si sedeva nel suo gabbiotto davanti al grande foglio bianco su cui era ‘disegnato’ lo sfoglio del giornale, il ‘timone’ e riprogettava pagina per pagina, come se stesse suonando una musica e la successione di note fosse naturale, inevitabile. Poi prendeva un altro blocco di fogli più piccoli, e impostava anche le pagine con le lunghezze e le collocazioni dei vari articoli. Ed era come vedere un cantautore aggiungere il testo alla musica. Tutto questo durava pochi, pochissimi minuti. Non c’era tempo da perdere. Ma lui faceva tutto lentamente, e parlava sottovoce. Trasmettendoci così fiducia e sicurezza… Ci siamo incontrati quando ho iniziato a collaborare con la Cronaca di Roma di Repubblica e lui era uno dei vice caporedattori. Quando qualche anno dopo Ezio Mauro gli propose di diventare capo delle cronache di Repubblica e lui mi propose di fare il suo vice, non avevo 30 anni… Per me e non solo per me era come un mago buono: accanto a lui non avevi paura di nulla”.
porta aperta
Piccoli aveva 76 anni, era malato da tempo. A Repubblica era arrivato negli anni Novanta, dopo Cronaca di Roma e Cronaca Nazionale, nel 2004 Mauro era andato a dirigere “la Domenica”, inserto culturale che arricchiva il giornale di racconti, riflessioni, analisi, per poi passare all’organizzazione del Festival di Repubblica delle Idee, dove ha curato incontri e dibattiti sul giornalismo e temi sociali. “E’ stato maestro di una generazione di cronisti e croniste- ha scritto Maria Novella De Luca su la Repubblica- Assoluto fiuto per la notizia, la sua porta era sempre aperta e pur nei momenti più convulsi Mauro dedicava minuti preziosi a spiegare quale fosse il ‘cuore’ del pezzo, quale il dettaglio fondamentale, nel più rigoroso controllo però di dati e fonti. E se il giorno dopo il settore prendeva ‘un buco’, cioè sbagliava la notizia, se ne assumeva – sempre – la responsabilità. Il commento, sottolineato con il suo immancabile sense of humour, era: ‘Pazienza, ogni giorno ha la sua croce. Con che cosa mi stupite per domani?’. Un gentiluomo del giornalismo, è il ricordo che più ricorre nel cordoglio dei colleghi”.
(nella foto, Mauro Piccoli)




Un maestro e un caro amico. Con lui era bello stare assieme anche fuori dal giornale. Ci ha regalato tanti consigli e sorrisi con la sua proverbiale calma. Con Gigi Malandrino ai Quartieri del Messaggero eri una coppia perfetta. Ricordo il primo titolo di copertina: Non basta dire mela, e riguardava i mercatini rionali. C’era molta farina del tuo sacco. Con te è stato bello lavorare perché accendevi in ognuno di noi il senso di comunità
Abbiamo frequentato le scuole medie assieme a Trento e svolto attività scoutistiche nello stesso gruppo.
Lo ricordo attento acuto e sensibile ,
Uomo buono sempre disponibile .
Da anni ci eravamo persi nei contatti.
E’ grande dispiacere e tristezza perdere compagni di gioventù .
Paolo
Con la morte dell’amico e caposervizio ideale Mauro Piccoli è successo un po’ quello che accadde dopo la scomparsa di due altri giornalisti gentiluomini, Paolo Mauri, già responsabile per decenni delle pagine culturali de La Repubblica e Attilio Giordano, ex direttore de Il Venerdì. Per tutti loro il sentimento d’affetto non formale e il giudizio unanime è stato accomunato nel ricordo del loro straordinario equilibrio emotivo sul lavoro e dell’umanità dimostrata verso i colleghi, come a sottolineare che quel loro essere “diversi” li poneva ad un’altezza morale ben separata dal mondo di tante nevrotiche “primadonna” di entrambi i sessi del giornalismo con i quali avevano quotidianamente a che fare. Colti, civili, riflessivi, grandi ascoltatori del prossimo erano maestri di vita senza volerlo essere, qualità che gli riconoscono anche colleghi che gentiluomini non lo sono stati mai. Non so se qualche cosiddetta “scuola di giornalismo” potrà un giorno spiegare il “metodo Mauro” o il “metodo Mauri” e quello di Attilio. Non sarà credo facile spiegare a giovani giustamente ambiziosi – come lo fummo tutti per affrontare un mestiere che puo’ richiedere alti livelli di adrenalina – che si puo’ stare come registi dietro le quinte del giornalismo da grandi firme di prima pagina e apparizioni in talk show ed essere ugualmente ricordati come “grandi” se si è stati, oltre che bravi come Mauro, Paolo e Attilio, anche delle belle persone.
Dell’ultimo di questi colleghi ad andarsene voglio lasciare anche io un ricordo, anche se fu personalmemte una sorta di scudisciata al mio orgoglio di “firma” dall’Asia che Mauro vibro’ con garbato ma sottilissimo sarcasmo. Era il 2015 quando tra i suoi vari incarichi c’era quello di organizzare La Repubblica delle idee di Genova e – poiché l’avevo intervistata dopo la sua liberazione – il direttore Ezio Mauro voleva chiedermi di invitare sul palco la leader della Lega per la democrazia birmana Aung San Suu Kyi. Promisi a Mauro (Piccoli) di fare del mio meglio sapendo che la cosa non poteva andare (come non ando’) in porto, ma in una delle email gli chiesi conto di un passaggio dell’invito che avevo tradotto per la Lady birmana. “Saranno presenti personalità internazionali”, etc…. e “le migliori firme de La Repubblica…”
Tra il serio e il faceto gli chiesi se ero tra le firme “peggiori” visto che non ero mai stato invitato al celebrato festival delle idee. E qui la stoccata ricevuta voglio condividerla con altri colleghi dipendenti – come lo ero io – dal riconoscimento pubblico del proprio nome o operato.
“…sulle firme migliori e peggiori – mi rispose – lascia il giudizio a noi culi di pietra, che non firmiamo mai. un abbraccio, mauro”. Touché. Riposa in pace vecchia volpe.