(A.G) Improvvisamente, la mattina di mercoledì 27 novembre, giorno di San Virgilio, i due più importanti quotidiani si sono preoccupati perchè i nuovi biscotti alla nutella -Nutella biscuits- non si trovano sugli scaffali dei supermercati.

E’ una notizia?

O meglio: prevale in questi pezzi l’interesse del lettore o quello del produttore dei biscotti, Ferrero?

“La grande corsa ai biscotti alla Nutella. Venduti già 57 milioni”, scrive Repubblica, nelle sue pagine economiche. Guarda caso 57 milioni, uno per ogni italiano, precisa il pezzo. (Anche se -fonte Istat gennaio 2019- gli italiani sono 60,319 milioni). Repubblica spiega anche il “giallo” dei biscotti scomparsi: il successo è tale che “il ritmo di rifornimento dei supermercati non è sufficiente a rispondere alla domanda”.

Qual E’ la verita’?

Il Corriere della Sera, sempre sezione Economia, appare più riflessivo: “Tutti pazzi per i biscotti Nutella, perché sono introvabili sugli scaffali dei supermercati?”. E nel pezzo la mette così: “Una domanda tanto elevata, tanto da rendere difficile per l’azienda produrli nella quantità richiesta dal mercato? O una precisa strategia di marketing per accrescere il sentimento di dipendenza per i biscotti? Qual è la verità?”.

Di fronte a tanti punti interrogativi, verrebbe da replicare: non è il giornale che dovrebbe fornire ai lettori le risposte?

Va comunque notato il coraggio di insinuare che l’azienda Ferrero a tavolino predisponga strategie di marketing per far mancare il prodotto e sviluppare l’attesa e il bisogno.

La difesa d’ufficio, dall’interno di Repubblica, sostiene che Ferrero ha fatto per i biscotti alla Nutella un investimento al Sud, in Basilicata di 120 milioni e ha creato 150 posti di lavoro. Due notizie in una, quindi.

investimenti e colpi di scena

Giusto e importante, in particolare di questi tempi. Ma c’entra poco con la penuria dei biscotti stessi sugli scaffali. La introvabilità sembra giustificata dai nuovi rapporti fra pubblicità, marketing e giornali. Una volta la pubblicità comprava spazi a pagamento e tutto era limpido e chiaro. Poi, gli esperti delle aziende pensarono che fosse più efficace inserire un nome, una marca all’interno di un pezzo (così come far vedere un oggetto in un film). Poi, arrivò l’era dello storytelling, cioè del racconto: la proposizione di una marca (brand) o di un nuovo prodotto avviene all’interno di un racconto, che ha il suo inizio, il suo problema, il suo colpo di scena e la sua conclusione felice. Nel caso della pubblicità questo racconto va inserito -ogni volta che sia possibile- nello spazio dell’informazione. Se tutto va in questa direzione, arrivano anche le pubblicità tradizionali, le pagine acquisite.

I giornali, bisognosi di entrate, si prestano. Ma si snaturano e soprattutto non dicono tutto quello che accade ai loro lettori.

La storia dei biscotti mancanti può essere tutta vera e dunque forse è una notizia, ma sarebbe un perfetto esempio di storytelling. Se qualcuno ancora non ha assaggiato i biscotti e legge che non si trovano sarà spinto a immaginarli come oggetti del desiderio e a cercarli. Probabilmente, prima o poi, li troverà, pronti ad essere acquistati.

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I precedenti:

https://www.professionereporter.eu/2019/11/scarpe-biscotti-calendari-quante-belle-pubblicita-in-maschera/

https://www.professionereporter.eu/2019/09/intervista-a-federer-con-sponsor-in-bella-vista-e-con-domanda-sulla-pasta-preferita/

https://www.professionereporter.eu/2019/08/per-la-scarpa-sul-corriere-pubblicita-e-citazione-nel-pezzo-in-prima-pagina/