(A.G.) Vittorio Roidi -che da anni si batte, protesta, scrive nel nome della importanza e della dignità del giornalismo- da qualche tempo ha una ossessione che si esprime in un nome: Garlasco. 

“Si assiste ad un giornalismo inaccettabile, che utilizza la vita dei protagonisti e le operazioni giudiziarie per costruire uno spettacolo, come se camminassimo in una favola, mentre i nostri occhi e le nostre orecchie guardano e ascoltano disgrazie, momenti, gesti e dolori di cittadine e cittadini”. Parole della sua ultima fatica: “Garlasco insegna” (Quaderni Murialdi, edizioni All Around). Da mesi, ogni pomeriggio e ogni sera Roidi ha guardato con crescente stupore, incredulità e indignazione ciò che accadeva sullo schermo tv, senza distinzioni di rete: la vivisezione dell’omicidio a Garlasco di Chiara Poggi e dei due accusati alternativi Alberto Stasi e Andrea Sempio: “Garlasco si è impadronito della scaletta di tante trasmissioni tv!”.

nero su bianco

Ne ha parlato in ogni occasione pubblica, si è stupito di quanto poco il tema susciti la sua stessa preoccupazione, poi si è messo al computer, almeno per stabilire nero su bianco che lui, con quel che stava accadendo, non era d’accordo. 

Roidi è particolarmente interessato all’intreccio giornalismo/giustizia, è laureato in legge e già nel 2018 scrisse, per Rai Libri, “Giornalisti o giudici. Quando la cronaca trova il colpevole prima della sentenza”. Quello che sempre chiede, implora quasi, è che i giornalisti discutano di questi problemi che li riguardano da vicino, si confrontino, si accapiglino magari. Ma non succede mai, o quasi.

protezione dei nomi

Nel libro affronta vari temi, dalla presunzione di innocenza, che i giornalisti dovrebbero considerare un obbligo fino a processo finito, alla protezione dei nomi degli indagati. Segnala la creazione dei due gruppi di tifosi, per Stasi e per Sempio, e le polemiche sempre più furibonde. Scrive Roidi: “Ad ogni puntata ricominciava la discussione, anche quando notizie nuove non ne erano comparse. Davano la parola a un avvocato o a un altro, quasi fosse un racconto giallo a puntate, mentre ogni intervento poneva in discussione la sorte di una persona, rovistavano nella sua privacy e nel suo destino, tutto era spiattellato al pubblico. Un modo di lavorare non ammissibile, come denunciò per primo il Consigliere d’amministrazione della Rai, Roberto Natale, che criticò il comportamento del Servizio pubblico. Non si potevano prendere le notizie di Garlasco per farne uno show, usando e raccontando i comportamenti, alcuni noti ma anche altri poco chiari, che spettava ai magistrati accertare e semmai punire. Sullo schermo tv, professionisti dell’informazione non possono comportarsi da giudici, sono soltanto cronisti”. L’opinione pubblica viene incessantemente nutrita di dettagli pruriginosi e speculazioni inutilizzabili in aula: “Si genera così una polarizzazione tossica: chiunque si sente in diritto di emettere sentenze basate sull’intuito, condannando o assolvendo sui social e nei talk show, molto prima che lo faccia un giudice”.

tentato suicidio

E ricorda le offese e le insinuazioni nei confronti dei genitori di Sempio, il tentato suicidio della mamma, le “cattiverie” nei confronti dei genitori di Chiara Poggi.

Ricorda che proprio il servizio pubblico fu in grado di produrre cronaca giudiziaria di alto livello, come “Un giorno in pretura”, ideato dal direttore di Rai 3 Angelo Guglielmi, con il rigoroso e professionale lavoro di Roberta Petrelluzzi (primo numero, 18 gennaio del 1988). Quel servizio pubblico che avrebbe la possibilità di non soggiacere alla dittatura feroce dell’audience e dello share. 

uno qualsiasi

“Il giornalista -dice Roidi- deve apparire come quello che ha indagato, che ha sentito fonti autorevoli, che sta lì insieme con chi ne sa più di lui. Il giornalista non deve sembrare uno qualsiasi, deve difendere il ruolo. Gli altri -che parlano o sono in ascolto- non devono dimenticare: un iscritto all’Ordine dei giornalisti è impegnato a raccontare la verità. Da questo punto di vista i colleghi televisivi potrebbero difendere con più decisione la propria professione. Forse anche esitare nel partecipare a programmi di intrattenimento o a trasmissioni accanto a chi fa un diverso mestiere: l’intrattenitore, l’invitato, magari il comico”.

Si deve infine considerare che nel 2009 Agcom creò un Comitato per la regolazione delle trasmissioni che in televisione trattano lo svolgimento dei procedimenti giudiziari e stilò una serie di regole giuste e meritevoli di essere rispettate. Tanto ignorate, tuttavia, da giustificare la ri-formazione del Comitato nell’estate 2026. E il nuovo Comitato finora non è andato oltre generiche raccomandazioni di buon senso. 

vediamoci e discutiamo

Roidi chiama in causa gli organi che autoregolamentano la professione, gli Ordini, regionali e nazionale, che avrebbero almeno potuto “avvertire gli iscritti che i freni andavano stretti e non allentati”. Gli Ordini, “intesi non come censori o arbitri, ma come enti ai quali spetta sovraintendere all’Informazione”.

Sottintesa la preghiera conclusiva: giornalisti, magari non siete d’accordo, ma ogni tanto vediamoci e discutiamo di tutto questo, vi prego.

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