Ventimila parole al giorno. Un romanzo ogni cinque giorni, firmato da una sola persona, su qualsiasi argomento: cani, petrolio, Borsa, farmaci, hacker. È quello che succede su Quartz, la rivista economica che un tempo veniva studiata e copiata dalle redazioni di mezzo mondo e che oggi affida quasi tutta la sua homepage a un unico autore, aiutato in larga parte da un’Intelligenza artificiale.

La tentazione è ridere, o indignarsi. Non riesco a fare né l’una né l’altra cosa. Perché il dettaglio più inquietante di questa storia non è la macchina. È che ha funzionato. Uno di quegli articoli, generato interamente da un software, è stato condiviso perfino dal Mit Media Lab, non esattamente un circolo di sprovveduti. Altri sono rimbalzati su Yahoo e Msn (microsoft Network), letti, cliccati, ripresi. Nessuno si è alzato in piedi a dire: questo non l’ha scritto un giornalista. Il motivo è semplice, e fa male: molto di ciò che leggiamo ogni giorno non lo scrive davvero un giornalista nemmeno quando lo firma un essere umano.

copia e incolla

Il comunicato copiato e incollato con due aggettivi cambiati. La notizia d’agenzia rimontata senza una telefonata. Il pezzo del collega riscritto invertendo i paragrafi. Il titolo fatto per Google prima che per chi legge. Per anni abbiamo trasformato una parte del mestiere in un lavoro da macchina. Non dovremmo stupirci se adesso arriva una macchina vera a farlo meglio, più in fretta e senza ferie. Quartz non ha inventato niente. Ha solo tolto l’alibi.

E allora conviene fare la domanda che nei convegni nessuno fa, perché rovina l’applauso finale. Se l’AI può sostituire un giornalista, che cosa stava facendo quel giornalista?

traduzioni e trasferte

La risposta onesta è: spesso, quello che gli permettevano di fare. Perché il giornalismo costa, e costa nei posti sbagliati. Costa ore a sbobinare un’intervista, giorni a leggere bilanci e delibere, traduzioni pagate di tasca propria, trasferte rimborsate meno del biglietto. Chi lavora da freelance lo sa: un’inchiesta oggi la fa chi può permettersela. Gli altri stanno alla scrivania e riscrivono. Non per pigrizia, per aritmetica.

Ed è qui che la storia si può ribaltare. L’AI che a Quartz serve a fare a meno dei giornalisti potrebbe servire ai giornalisti per fare a meno della fatica inutile. Trascrivere, tradurre una prima bozza, riassumere cinquecento pagine di atti, ordinare una tabella, segnalare la cifra che non torna. Tutto ciò che non richiede giudizio, ma che oggi si mangia il tempo e i soldi necessari per esercitarlo. Il conto si abbassa proprio dove pesava di più. E le ore risparmiate tornano dove la macchina non arriva: una fonte da convincere, una porta a cui bussare, un documento da verificare due volte.

supervisione editoriale

La differenza tra le due strade è tutta lì: in chi decide dove finisce il tempo liberato. Se lo decide l’editore, diventa altri cinquanta articoli al giorno e qualche stipendio in meno. Se lo decide il giornalista, può diventare l’inchiesta che nessuno si poteva più permettere. Lo strumento è lo stesso. Il risultato è l’opposto.

Quartz ha scelto la prima strada, e lo ha fatto con una certa coerenza. Dopo quattro cambi di proprietà e la perdita di quasi tutto il personale, il nuovo editore guadagna con le newsletter e tiene il sito come una vetrina da riempire. Il traffico, intanto, è sceso a un decimo di quello del 2020. Sul sito una nota assicura che tutto avviene “sempre con la supervisione editoriale dei giornalisti di Quartz”. Su ventimila parole al giorno, quella supervisione assomiglia più a una formula di rito che a un lavoro.

cinquantadue articoli

Perché il punto, alla fine, è la firma. Un software non risponde a un querelante, non protegge una fonte, non perde il sonno per un errore. Chi firma sì, o almeno dovrebbe. Ma nessuno può rispondere davvero di cinquantadue articoli scritti in un giorno. A quel punto la firma non garantisce più niente: è un’etichetta su un prodotto industriale.

Smettiamo quindi di chiederci se l’Intelligenza artificiale ucciderà il giornalismo. È una domanda comoda, perché scarica tutto su uno strumento e assolve chi lo usa. Il giornalismo non lo uccide una macchina che scrive. Lo uccide chi decide che scrivere sia l’unica cosa necessaria.

Una macchina sa scrivere. Non sa suonare un campanello, non sa aspettare una fonte sotto casa, non sa capire quando qualcuno mente. Era questo il nostro mestiere, non le parole. Se l’AI ci aiuta a tornarci, usiamola senza pudore. Se serve solo a non fare più queste attività, possiamo anche smettere di chiamarlo giornalismo.

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