Ecco cosa minaccia il giornalismo, e con esso la democrazia: la verosimiglianza. Un tipo di informazione che sembra vera e autorevole, ma non corrisponde a fatti reali. La verosimiglianza è un tornado perché procede a una “sostituzione etnica” dell’informazione controllata, quella che genera conoscenza e consapevolezza.

La verosimiglianza galoppa, ma può essere fermata. C’è la ricetta del Guardian, o della credibilità. C’è quella dei professori Floridi e Quattrociocchi, o dell’attrito. C’è la ricetta dei giornalisti indipendenti, che lavorano senza la cornice della redazione di un media tradizionale. 

Un’analisi approfondita e autorevole del presente, con le possibili cure, è contenuta nell’”Osservatorio sul giornalismo digitale”, da quattro anni prodotto dall’Ordine nazionale dei giornalisti. “La manipolazione del verosimile, del racconto elegante ma senza riscontro con la realtà -scrive Carlo Bartoli, Presidente dell’Ordine- potremmo chiamarlo ‘inganno degli inganni’. Facilitato e reso più semplice dai nuovi strumenti di Intelligenza Artificiale, spinto da enormi interessi economici, politici e geostrategici”. Dice Bartoli che si deve “ritrovare lo spirito della professione. Contestualizzare. Dare ordine e senso ai fatti reali e, soprattutto, assumere forme di esposizione che mettano in mostra il percorso con cui si arriva al racconto”. Aggiunge: “È fondamentale ritessere il rapporto di fiducia fra cittadini e giornalisti. Oggi la situazione di incertezza, dubbio e paura di essere manipolati rischia di paralizzare i cittadini, che inevitabilmente cercheranno fonti sicure”.

E Antonio Rossano, sapiente coordinatore dell’Osservatorio: “La sfida riguarda il funzionamento delle democrazie, la qualità del dibattito pubblico e la possibilità stessa di costruire una realtà condivisa in società sempre più frammentate e mediate dalle tecnologie digitali. Il Rapporto 2026 suggerisce che il futuro del giornalismo non dipenderà dalla capacità di competere con le macchine sul terreno della velocità o della quantità, ma dalla capacità di offrire ciò che nessuna tecnologia può garantire da sola: giudizio, responsabilità, indipendenza e impegno verso la ricerca dei fatti”.

cosa accade oggi

Partiamo allora dall’analisi (non rosea) della situazione. 

SOLO UNA OPZIONE. Lelio Simi, fondatore di DataMediaHub e titolare della newsletter Mediastorm, fornisce dati. I lettori dei giornali (carta più digitale) sono calati fra il 2010 e il 2025 da 24 milioni a 10,9 (dal 46 al 21 per cento). Fra il 2021 e il 2025 la pubblicità è scesa del 21 per cento.

Il giornalismo istituzionale è diventato una delle tante opzioni, non più il luogo privilegiato dell’informazione.

Secondo i dati del Censis, nel 2024 il 14,4% degli italiani dichiarava di usare TikTok come fonte di informazione -quota doppia rispetto all’anno precedente- con punte del 29,7% nella fascia 14-29 anni. 

ESSERE INEFFICACI. Non ci sono solo i numeri. Yoni Greenbaum, vice presidente dell’American Press Institute, nel World Press Trends Outlook 2025-2026 dice: “Le persone non abbandonano il giornalismo perché non gli piace. Se ne vanno perché non riesce a risolvere i loro problemi”. Quando una redazione è strutturalmente costretta a produrre più contenuti con meno risorse e in meno tempo, la verifica approfondita delle fonti, la ricerca della complessità, il racconto che sfida le aspettative del lettore diventano i primi costi eliminati. Ciò che rimane è formalmente “giornalismo”, ma svuotato del processo che dovrebbe distinguerlo da qualsiasi altra forma di narrazione. E il lettore? Stabilisce cosa è notizia in base alla “risonanza”, che si sostituisce così alla rilevanza e alla verificabilità.

GIA’ SCRITTO. Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Università La Sapienza di Roma, dove dirige il Center for Data Science and Complexity for Society, spiega che oggi “il rischio principale non è la diffusione di contenuti falsi, ma la normalizzazione di contenuti ‘non fondati’. Contenuti che non derivano da un contatto con il mondo, ma da una riorganizzazione interna di ciò che è già stato detto, scritto, ripetuto”. Il giornalismo contemporaneo “opera in un ambiente caratterizzato da velocità, competizione per l’attenzione, pressione continua alla produzione di contenuti. In questo contesto, ciò che viene premiato non è tanto il processo di conoscenza, quanto la capacità di generare testi che funzionano: chiari, immediati, coerenti, condivisibili. È in questo spazio che le logiche della verosimiglianza trovano terreno fertile”. 

SPIEGAZIONI RAPIDE. Ed ecco “titoli costruiti per risultare plausibili e attrattivi prima ancora che accurati. Spiegazioni rapide di fenomeni complessi. Commenti ‘da esperto’ che si reggono su reputazioni e consuetudini, più che su verifiche puntuali delle informazioni riportate”. Impietosa descrizione a cui si aggiunge “una crescente dipendenza da fonti secondarie: comunicati, report riassuntivi, analisi già confezionate, spesso rielaborate più volte lungo la catena informativa. Il risultato è un’informazione che si muove sempre meno per confronto diretto con il mondo che pretende di descrivere”. 

TRE CONSEGUENZE. La prima conseguenza è che il lettore non distingue più.

La seconda è l’appiattimento dell’autorevolezza. 

La terza è la trasformazione della verifica in un’opzione.

Così -dice Quattrociocchi- la fiducia si consuma lentamente. Non crolla. Non esplode. Si erode.

che cosa si può fare

Ed ecco il momento del “cosa fare”.

CHIAMARE IL POTERE. La formula The Guardian, innanzitutto, illustrata dalla Direttrice (dal 2015) Katharine Viner. Riguarda il lavoro che c’è dietro il quotidiano inglese: giornalismo sul campo, conversazioni approfondite con le persone, capacità di chiamare il potere a rispondere delle proprie azioni, dare le notizie, mettere in discussione il sapere convenzionale, attenta attività editoriale, correzione degli errori e un modello di finanziamento trasparente nell’interesse pubblico.

“Il giornalismo -dice Viner- non è ‘contenuto’, termine che può comprendere qualsiasi sciocchezza; è un’infrastruttura civica, umana e sociale, ed è la connessione tra queste dimensioni a sostenere la democrazia”. Questo significa che il lavoro giornalistico del Guardian “non dovrebbe essere filtrato attraverso la lente dei governi occidentali del momento, ma attraverso quella di ciò che sta realmente accadendo e di come incide sulla vita delle persone comuni”. Inoltre, “le organizzazioni giornalistiche devono costruire relazioni dirette con i lettori e comunità proprie, sia sul proprio sito sia attraverso il rapporto con il pubblico, newsletter, app o eventi dal vivo e in presenza”.

Quanto al finanziamento quasi 1,5 milioni di persone sostengono il Guardian ogni mese, e i lettori digitali hanno contribuito con oltre 125 milioni di sterline nell’ultimo esercizio finanziario.

TRE PERCORSI. Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali e Sociologia digitale all’Università di Catania indica tre percorsi che potrebbero restituire alla professione il ruolo che le compete nel sistema democratico.

Il primo riguarda il passaggio dalla centralità delle testate a quella dei giornalisti intesi come figure competenti in settori specifici. “Il giornalista che costruisce nel tempo una reputazione settoriale solida –come esperto di geopolitica, di sanità pubblica o di finanza– diventa un presidio di credibilità più resistente alla disinformazione rispetto a una testata generalista”. 

Il secondo cambiamento riguarda il superamento del giornalismo di opinione a favore di un giornalismo di fatti documentati, con esplicito riferimento alle fonti utilizzate.

Il terzo cambiamento riguarda il passaggio dal giornalista singolo al team di specialisti. Cercare le fonti, verificarle incrociando più banche dati, costruire una struttura narrativa efficace e diffondere il prodotto finale secondo le logiche dello storytelling digitale sono attività che richiedono profili diversi: data analyst, fact-checker, narrative designer, social media strategist. Esempi internazionali: Bellingcat, ICIJ, che ha coordinato Panama Papers e Pandora Papers. In Italia, IrpiMedia.

SCOMODO E CONTROCORRENTE. Secondo Luciano Floridi, Direttore del Digital Ethics Center della Yale University e presidente della Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine “il giornalista dovrebbe fare il lavoro scomodo e andare controcorrente. Deve essere abrasivo: se tutto va bene, deve ricordarci le cose storte; se tutto va male, deve mostrarci gli angoli che funzionano”. Più precisamente: “Se un articolo non ti cambia, è solo cronaca o, peggio, propaganda. Invece di rincorrere la notizia dell’ultima bomba, il giornale dovrebbe offrirti un’analisi profonda che ti spieghi, ad esempio, il ruolo del petrolio nelle guerre in Medio Oriente dagli anni ’60 a oggi. Se il giornalismo ti spinge a fare questo salto, allora ha futuro.

COSTO DA RIDURRE. Anche Quattrociocchi parla di “attrito”: “Il giornalismo, storicamente, ha svolto una funzione perché introduceva attrito: tra dichiarazioni e fatti, tra versioni e verifiche, tra narrazioni e realtà. Questo attrito rallenta, complica, espone all’errore. Ma è ciò che distingue l’informazione dalla sua simulazione. Se questo attrito viene percepito come un costo da ridurre, il giornalismo può trasformarsi in una forma di linguaggio altamente competente, rapido e convincente, ma progressivamente sganciato dai processi di accertamento che ne legittimano il ruolo pubblico”.

Come reagire all’attacco del verosimile? Il primo passo è distinguere chiaramente tra informazione e interpretazione. Tra dato e commento. Tra sapere e opinare. 

Il secondo è rendere visibile la verifica. Mostrare le fonti, esplicitare i passaggi, segnalare i margini di incertezza non indebolisce l’informazione.

Il terzo passo è accettare che non tutto debba essere immediato. Rallentare dove serve non significa rinunciare alla tempestività, ma riconoscere che alcuni fenomeni richiedono tempo, dati, confronto. 

INTELLIGENZA PROPRIA. Per Katharine Viner (Guardian ) AI può essere utile per individuare fonti o per l’analisi dei dati. Ma le funzioni di AI non possono sostituire il giornalismo sul campo, la capacità di chiamare il potere a rispondere delle proprie azioni, di mettere in discussione il pensiero dominante o selezionare con cura ciò che è interessante e sorprendente. 

Per Quattrociocchi l’Intelligenza artificiale può supportare il lavoro giornalistico nell’organizzazione delle informazioni, nell’esplorazione preliminare dei dati, nella gestione di grandi volumi di testo. Non può decidere che cosa è affidabile, che cosa è rilevante, che cosa è vero.

Per Luca De Biase, già caporedattore dell’inserto Nòva 24 del Sole 24 ore, membro della Commissione sulle garanzie, i diritti e i doveri per l’uso di internet, alla Camera dei deputati, gli editori faranno bene a integrare l’offerta multimediale di informazioni anche con una Intelligenza artificiale propria, addestrata su dati di qualità, pensata per il pubblico specifico del giornale, diversa da quelle industriali.

Secondo Floridi, si dovrebbe investire in infrastrutture open source protette da standard etici europei.

L’importante è non restare fermi sul posto. 

(nella foto, Katharine Viner, Direttrice di The Guardian)

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