In apparenza è stata soltanto la replica di una vecchia rappresentazione. Nella conferenza stampa della Presidente del Consiglio in effetti ha prevalso il già visto. A cominciare dalla persistente eccezionalità di questo format – l’ incontro-confronto tra capo del governo e mondo dell’informazione – che in qualsiasi democrazia rappresenta una consuetudine e in Italia è diventata “una tantum”. E d’altra parte, in conferenza stampa si sono avvicendate domande più incalzanti e altre più sussiegose, ma questo è sempre accaduto, ai tempi di Andreotti e in quelli di D’Alema, in occasione del Conte 1 e del Conte 2.
buoni e cattivi
Ma il già visto finisce qui: ad una settimana di distanza è possibile osservare meglio quanto la conferenza stampa di Meloni in realtà sia stata inscatolata dentro lo schema che gran parte del sistema politico-mediatico vuole imporre: il plebiscito su Meloni. Mai come stavolta sono fioriti così tanti recensori, con i loro elenchi di giornalisti buoni e cattivi, indicati secondo un criterio binario e primitivo: favorevoli e contrari. E d’altra parte anche prima della conferenza stampa non è mancato, certo in modo impalpabile e non ultimativo, un lavoro di scandaglio per intercettare in anticipo umori e argomenti delle domande.
servizio pubblico
Partiti, editori, media, giornalisti: tutti sono chiamati ad uniformarsi allo schema binario. Ma lo schema amici-nemici è esattamente quel che un maturo sistema di informazione deve evitare. Perché l’unico imperativo categorico di un giornalismo degno di questo nome dovrebbe essere scavare e documentare senza pregiudizi. In nome di un “servizio pubblico” che Professione Reporter, in un convegno in Campidoglio a Roma il 21 gennaio, proporrà molto opportunamente come un principio da fissare per legge.
spalleggiare o incalzare
In questo frangente politico chi immagina – da entrambi i fronti – di stabilizzare lo schema del plebiscito sa di lavorare su un terreno fertile: il sistema italiano ha sempre preferito spalleggiare uno dei poteri, piuttosto che incalzarli tutti. Poteri di governo o di opposizione, non fa differenza, l’importante è spalleggiare. Nel loro complesso i giornalisti hanno sempre faticato a coltivare il valore della propria indipendenza e l’orgoglio di essere “potere quarto”: rispetto all’esecutivo, ma anche rispetto al legislativo e al giudiziario. Un quarto potere degno di questo nome – nei suoi esponenti più autorevoli e nella “massa” – dovrebbe essere rigoroso allo stesso modo con Meloni e con Conte, con Gratteri e con Nordio.
espresso/fanpage
Ma dalle nostre parti l’indipendenza è stata sempre vissuta come ingenuità. Sia chiaro, questo è un “dna” che non ha mai coinvolto tutti i giornalisti italiani, ci mancherebbe altro, e neppure oggi è così, come è stato confermato in diversi momenti dell’ultima conferenza stampa, in particolare la felice idea di una staffetta Espresso-Fanpage sull’oscura vicenda Paragon.
Il collateralismo con tutti i poteri è il tratto connotativo del sistema politico-mediatico italiano e questo vizio d’origine finisce per trasmettersi in una occasione come questa. In particolare sulla qualità delle domande. Potrebbe apparire una categoria troppo concettuosa, ma ascoltando l’ultima conferenza stampa si avvertiva una certa latitanza della “cultura della domanda”. Le interviste, a parte quelle sentimentali, di solito servono a due cose. Ottenere – da chi è competente in materia – una notizia, un dato in più rispetto al già acquisito; oppure provare ad estrarre pensieri e parole che, ad esempio in un leader politico, sono stati occultati o artatamente opacizzati. Per ottenere tutto questo aiuta una tecnica della domanda, la capacità cioè di calibrare in 20-30 secondi le parole giuste che non consentano vie di fuga all’intervistato di turno. Naturalmente una tecnica di questo tipo non ha alcun valore se la vera mission è diversa: organizzare una domanda per dimostrare di essere simpatizzanti o antipatizzanti del politico di turno. Sia esso Presidente del Consiglio o leader di partito.
canale limpido
Ma un evento come la conferenza stampa del Presidente del Consiglio chiama in causa una questione capitale che molte altre riassume: in un Paese democratico dovrebbe essere naturale salvaguardare – e non considerare come un orpello – l’esistenza di un canale limpido e permanente che metta in connessione il capo di governo e i cittadini. Al servizio di un’opinione pubblica che non si limiti ad ascoltare messaggi, pur legittimi, ma trasmessi solo dall’”alto”.
Si potrebbe obiettare: un capo di governo non ha un obbligo formale di rispondere alle domande dei giornalisti perché il suo obbligo istituzionale è parlare, informare e rispondere al Parlamento. Sul piano teorico è così, ma è altrettanto vero che la Costituzione materiale e una prassi ultra-consolidata in tutte le moderne democrazie vanno in direzione opposta: tutti i leader di governo sentono come un dovere – oramai un obbligo istituzionalizzato – rispondere all’opinione pubblica, passando attraverso il canale di chi propone domande per ruolo professionale, i giornalisti, chiamati a far valere una divisione informale dei poteri.
prassi consolidata
Una prassi consolidata anche in Italia. Per restare ai 32 anni della Seconda Repubblica, tutti i Presidenti del Consiglio hanno via via assolto questo dovere attraverso le tradizionali interviste a giornali o a televisioni; attraverso le apposite conferenze stampa nella saletta riservata alla “Delegazione italiana” a Bruxelles, a conclusione delle riunioni del Consiglio europeo; dopo i grandi vertici internazionali, dal G7 in su; dopo gli incontri bilaterali con i capi di governo più importanti; ogni tanto anche a conclusione dei Consigli dei ministri politicamente più rilevanti. E finalmente anche nelle conferenze stampa di fine anno organizzate dall’Ordine dei giornalisti.
nessuno prima di lei
La Presidente Meloni ha scelto una strada diversa. Nessun capo di governo prima di lei aveva prodotto altrettanti video e post sui social. Nessun presidente del Consiglio ha così tante volte parlato davanti ai giornalisti, limitandosi al semplice “statement”. La Presidente Meloni ha diradato al massimo le occasioni formali di incontro-confronto con il sistema dell’informazione e questo rappresenta un’anomalia rispetto ai grandi Paesi europei, nei quali – occorre ammetterlo – i leader di governo sanno di non potersi sottrarre perché la defezione prolungata farebbe scandalo: andrebbe contro le abitudini consolidate di quei “sistemi-Paese”. Da noi invece l’anomalia accende il battage degli “anti” di turno, ma non dell’intero sistema mediatico, men che mai di quello più autorevole. La controprova di un collateralismo che è di lunga data, anche se da qualche tempo risente del male di stagione: si è militarizzato.
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