L’Italia celebra i primi 50 anni de la Repubblica, fondata il 14 gennaio 1976 da Eugenio Scalfari, con gli auguri di Mattarella e Leone XIV e una mostra – Una storia di futuro – inaugurata il 14 gennaio al Mattatoio, a Roma. Ma la Francia non è da meno, grazie ai 200 anni del quotidiano Le Figaro che al Gran Palais di Parigi ha festeggiato l’evento con 1000 invitati, una rappresentanza di eccellenza del mondo politico, economico e dello spettacolo, ad ascoltare -assieme ai veri protagonisti, i giornalisti- l’attore Fabrice Luchini che ha letto brani di alcuni collaboratori illustri, da Proust a Colette, passando per Houellebecq, Philippe Muray e Zola.

principio cardine

Fondato il 15 gennaio 1826 da Maurice Alhoy ed Étienne Arago, Le Figaro deve la sua configurazione attuale a Hippolyte de Villemessant, che lo trasformò da giornale letterario settimanale in quotidiano. Una storia di successo, che i francesi hanno potuto ripercorrere il 15 gennaio 2026 su Le Figaro Tv, attraverso il documentario “Sans la liberté de blâmer…”, principio cardine del giornale che s’ispira al concetto dell’illuminismo “Sans la libertè de blâmer, il n’est point d’éloge flatteur”: senza libertà di criticare, non ci sono elogi lusinghieri. Espressione presente anche nelle opere di Beaumarchais e, in particolare, nel “Mariage de Figaro”, dove il valletto Figaro fa una difesa appassionata della libertà di stampa.

polemica su macron

Il racconto è condotto da Alexis Brézet, Direttore delle redazioni de Le Figaro, che illustra la filosofia del giornale e riflette sul concetto di libertà di espressione ai giorni nostri: “Più ci si sofferma sulla storia de Le Figaro, più ci si accorge dell’esistenza di un filo conduttore, di un leitmotiv, una sorta di ritornello. Quello che mi colpisce è che questo ritornello richiama la libertà di pensiero, la libertà di opinione, l’indipendenza di spirito”. 

Ma cosa ne è oggi della libertà dei media in Francia? Un tema di grande attualità, di cui si parla molto dopo la proposta della cosiddetta “labellisation” fatta, il 19 novembre scorso di fronte alla stampa locale, dal presidente della repubblica Macron: una sorta di certificazione di credibilità da assegnare ai media, che ha destato grandi proteste per il rischio di passare dalla democrazia all’autocrazia e alla censura. Un risultato ben diverso dall’intenzione di Macron di trovare una soluzione ai contenuti manipolatori che proliferano nel mondo digitale, ma che -secondo molti- finirebbe con l’imbrigliare la stampa ufficiale lasciando campo libero all’arbitrio della rete.

voci differenti

Nel documentario si parla di pluralismo dell’informazione e delle linee guida che osserva il quotidiano: “Un giornale d’ordine – spiega Brézet – Un giornale di destra, ma anche un giornale di libertà, mantenuta durante tutta la sua storia. Villemessant ci teneva a ospitare voci differenti, ad esempio orleanisti, legittimisti, bonapartisti; e oggi, in continuità, nella sezione ‘Dibattiti e Opinioni’, diamo voce anche alle opinioni della sinistra”. Una risposta, sottolinea il Direttore, a un certo settarismo della “gauche intellectuelle”.

rilevanti investimenti

Ma qual è il segreto di questa formula che coniuga successo di pubblico e libertà di espressione in un’epoca di profonda crisi dei media tradizionali? Come spiega Marc Feuillée, Direttore generale del gruppo, “Le Figaro ha sempre avuto la fortuna di poter contare su azionisti che sono anche degli imprenditori. A partire da Villemessant, per finire con Hersant e, soprattutto, con la famiglia Dassault (attiva nel settore aerospaziale), che da 20 anni ha rilevato il gruppo”, e che ha modernizzato il quotidiano attraverso rilevanti investimenti.

Una strategia che non si può certamente applicare a Gedi, dove John Elkann, pur disponendo di grandi risorse economiche, ha fatto in breve tempo del Gruppo uno spezzatino, con tanti bocconi da distribuire ai migliori offerenti. Ultimi la Repubblica, La Stampa e le radio.

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