Ecco cosa penso: la conferenza stampa della premier, di fine o inizio anno, ogni dodici mesi o ogni settimana, così com’è strutturata serve a poco. Forse a Meloni, ma non ne sarei così sicuro; non molto ai giornalisti, che se ne tornano in redazione con un taccuino scarno di grandi novità; non ai cittadini, che non aggiungono granché a ciò che già sanno. Tanto che l’indomani giornali e tv si arrampicano sugli specchi per cavare un po’ di sangue dalla rapa, insomma vanno a caccia di qualcosa che ahimé non c’è, perché sulle questioni in agenda anche stavolta Giorgia ha sciorinato pari pari ciò che ripete da mesi, anni: Trump? alleato, però; Mattarella? d’accordo con lui, però però; i magistrati? nemici del governo e della sicurezza; Europa? così così; Groenlandia invasa? ma figuriamoci; fuori Maduro? Evviva! 

Cambiano i toni, certo, perché una cosa è la spianata di Atreju e altra la boiserie dell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera, ma la sostanza è la stessa. E sì, è vero, anche certe conferme sono (mezze) notizie, ma una volta l’anno? Insomma, se lo scopo ultimo di ogni conferenza stampa, così come di ogni intervista singola o collettiva, è per il giornalista riuscire a far dire all’interlocutore qualcosa di nuovo, di originale, di sorprendente o, meglio ancora, ciò che non vorrebbe dire, be’, tale scopo non è stato raggiunto: e allora perché celebrarlo questo stanco rito dell’intervistona congegnato così? E dunque mi chiedo – da spettatore-utente-cittadino – che cosa si possa fare per avere un risultato migliore e, perché no?, rendere più avvincente lo spettacolo.

vade retro giornalista

Giorgia Meloni, si sa, ama poco i giornalisti. È un’insofferenza diffusa tra i politici di professione (e di ogni Repubblica, prima seconda o chissà), lei in più non fa niente per nasconderlo: lo dice, lo teorizza, lo pratica. Da premier preferisce il soliloquio, da capopartito il comizio. Se non arriva alle scostumatezze del suo amico Donald, che insulta chi gli chiede qualcosa, è perché ha alle spalle un diverso cursus politico, ha un altro carattere e vive in un Paese – pardon, Nazione – dove fortunatamente ancora funzionano certi freni istituzionali e formali che i Padri Fondatori saggiamente serbarono. Comunque non ama il confronto, va di rado in tv, e al faccia a faccia preferisce – non sempre le riesce – l’ospitata in un salotto di amici. In più è abile, sa bene cosa dire, e quando non vuole dire svicola e torna a vestire i panni dell’underdog, della vittima dell’opposizione, del sistema giudiziario, della crisi economica mondiale e sempre dei guai combinati da altri prima che arrivasse lei. È fatta così, non cambia, bisogna prenderne atto, e però allo stesso tempo correre ai ripari, attrezzarsi per stanarla almeno un po’. Già, ma come? Resto in tema e mi limito a due soli aspetti: la formula di questi incontri e le domande.

troppe domande, troppe ore

Quaranta domande lungo tre ore di conversazione sono, secondo me, troppe e inevitabilmente stucchevoli. È assurdo poi che non sia concesso un diritto di replica: senza questa possibilità, ogni domanda diventa un assist, un invito alla premier a rispondere come vuole, anche parlando d’altro, com’è successo. Si può obiettare che si deve lasciar spazio al maggior numero di testate, ed è giusto, ma forse lo stesso obiettivo si può raggiungere in altri modi. Per esempio, ecco un lavoro per Ordine dei giornalisti e Associazione stampa parlamentare, convincere Meloni a due appuntamenti, uno ogni sei mesi – che so?, prima delle vacanze estive e a inizio anno – con la metà dei partecipanti, chi c’è la prima volta non c’è la seconda: tanto i giornali on line registrano tutto in diretta, e per i quotidiani del giorno dopo dovrebbe contare più dare risalto alle notizie, e ragionarci su, che avere lì un rappresentante, o no?

Oltre che generosa, interessante è stata poi la decisione di Susanna Turco (“L’Espresso”) di cedere parte del suo tempo a Francesco Cancellato (Fanpage), il primo dei non eletti a parlare. La butto lì: si potrebbe pensare a un intervento di gruppo, due-tre giornalisti che concordano una domanda su un tema comune (molti sono tornati sullo stesso argomento). Difficile, sì, ma sarebbe un modo per sveltire il confronto e renderlo un po’ più incisivo. 

                             studiare, studiare, studiare

Però contano anche le domande, e perciò i giornalisti devono attrezzarsi al meglio. Meloni si prepara, studia i dossier, ha pronte risposte e provocazioni, come conferma il fascicolo consegnatole all’inizio dalla sua assistente farcito di fogli e di post-it colorati, uno per ogni argomento. Quando parla di politica estera “Georgia” si muove meglio, perché su questa ha molto puntato per affermarsi e conquistare credibilità, e perché qui è più agevole, e a volte necessario, galleggiare tra sponde diverse; anche in politichese se la cava molto bene dal momento che in anni e anni di opposizione ha affinato il suo armamentario dialettico e polemico. 

Dove invece fatica assai sono i temi economici, sociali e del lavoro, in sostanza dove numeri, statistiche e fatti vincono sulle chiacchiere, e perché proprio qua sta il tallone d’Achille del governo che in materia ha finora fatto pochissimo (salvo l’indispensabile equilibrio dei conti pubblici imposto dalla Ue, pena sanzioni pesanti). Ecco allora dove bisognerebbe battere, e con argomenti solidi e inoppugnabili: sui fatti concreti. E infatti particolarmente incisiva, perché argomentata, è stata la domanda di Marco Galluzzo (Corriere della Sera), che qualcuno ha provato a zittire, sulla scarsa produttività del sistema industriale e la crescita economica dello zero virgola; molto efficace anche Claudia Fusani (Quotidiano Nazionale) sulla decisione di affidare le comunicazioni satellitari alla Starlink di Elon Musk e sull’aumento delle tariffe dell’energia. All’uno e all’altra la risposta di Meloni è stata platealmente vaga e imbarazzata, perfino disinformata (“Non sono stata aggiornata, chiederò al sottosegretario”) e qui sì che sarebbe servita una replica. 

Insomma, anche se abbiamo capito che pochi, a cominciare dalla premier, sono disposti a un vero confronto, qualcosa si può ancora fare. Impegnandoci tutti.

(nella foto, Giorgia Meloni durante la conferenza stampa del 9 gennaio)

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