di VITTORIO ROIDI
Come sarà il 2026? Molti se lo stanno chiedendo e qualcuno fa promesse. E per il giornalismo? Domanda infantile e dunque inutile. Meglio non perdere tempo e fare ciascuno qualcosa di concreto per evitare disastri e per dare una mano al nostro settore. Ad esempio con il dibattito che si svolgerà il 21 gennaio – organizzato da Professione Reporter insieme con la Fondazione Murialdi – sulla necessità di una legge che il Parlamento dovrebbe approvare per proteggere l’Informazione giornalistica.
Lo faremo nella solenne sala della Protomoteca in Campidoglio e servirà a mettere in moto, speriamo, un’epoca in cui lo Stato dimostrerà di voler aiutare la diffusione delle notizie, attività che oggi viene svolta quasi solo da aziende private (Rai a parte). Tutti riconoscono ormai che trovare, raccogliere e diffondere le informazioni costituisce un vero e concreto servizio al pubblico, come distribuire acqua o medicine. Una democrazia non ne può fare a meno.
potenza persuasiva
Che è tempo di agire lo avverte il professor Umberto Galimberti, in un libricino che la Feltrinelli ha appena mandato nelle librerie. Si chiama “Le disavventure della verità”. Spiega che in una società complessa e piena di informatica come la nostra succede che la persuasione spesso sconfigge la verità. Discorso che riguarda molto i giornalisti: se la potenza persuasiva supera oggi quella conoscitiva – come dice il grande filosofo e antropologo – vuol dire che la realtà ne esce sconfitta. Un tempo era facile conoscere ciò che accadeva, oggi i mezzi di comunicazione sono molti e più complicati. Ci hanno conquistato, li adoperiamo per non stare in disparte. “La comunicazione “non è più un mezzo per rendere pubblici i fatti, cessa di essere un resoconto, per tradursi in una vera propria costruzione dei fatti”.
sessanta anni fa
Problema reso gigantesco dai social. La rappresentazione della realtà ha preso il posto della realtà stessa, e sembra non esistere più la distinzione fra il vero e il falso. Allora, possiamo sciogliere un nodo così intricato se alla base del nostro lavoro abbiamo una legge scritta più di sessanta anni fa? O è meglio scriverne una nuova? Che per prima cosa ci aiuti a ristabilire la verità, che dobbiamo raccontare anche perché ad essa ci ha obbligato la Costituzione?
Eccolo l’impegno per il 2026. Sarebbe già eccezionale arrivare a questo risultato, superare la legge del 1963, la formuletta della verità sostanziale dei fatti. Ma non è un problema solo dei giornalisti e che non rappresenta un problema solo loro. Se la verità si diffonde oppure no è questione della collettività, della democrazia e dello Stato, che non può girarsi dall’altra parte.
Professione Reporter propone di discuterne il 21 gennaio (il presidente dell’Ordine del Lazio lo ha accettato anche come tema della formazione obbligatoria). Parliamo di questa nuova legge e chiediamo al Parlamento di approvarla entro l’anno che sta cominciando. Salvare la verità, da parte dei giornalisti, non è roba da poco per questo 2026!


