di STEFANO AVANZI
In pochi mesi, la tradizionale ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO) ha ceduto il passo a nuovi modelli pensati per l’interazione con l’intelligenza artificiale. Come riportato da Primaonline, si chiamano AEO (Answer Engine Optimization), GEO (Generative Engine Optimization) e AIO (Artificial Intelligence Optimization), e rappresentano l’adattamento dei contenuti digitali non più alle logiche dei motori classici come Google, ma agli algoritmi dei nuovi motori conversazionali basati su modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM).
Per due decenni la visibilità online si è giocata su una sola parola: SEO. Una serie di regole per ottimizzare titoli, parole chiave e link al fine di comparire fra i primi risultati su Google. Una corsa al primo posto che ha alimentato traffico, pubblicità e modelli di business digitali. Ora, però, qualcosa si è rotto.
adeguati alla ricerca
A cambiare tutto è l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa nella ricerca online. Google ha iniziato a rispondere direttamente alle domande degli utenti, grazie a riassunti automatici (gli “AI Overviews”) che compaiono in cima alla pagina. Gli utenti leggono lì e poi si fermano. Non c’è più bisogno di pagine di risultati, fra i quali scegliere quelli che appaiono più adeguati alla ricerca effettuata.
Secondo dati riportati dal New York Post, oggi il 69% delle ricerche non genera alcun clic verso siti esterni. Nel 2023 era il 56%. Per i siti editoriali è un tracollo: si è passati da 2,3 miliardi a meno di 1,7 miliardi di visite mensili. E non è solo un problema di traffico: è un cambio di paradigma.
In passato bastava comparire tra i primi risultati. Oggi, per ottenere visibilità, un contenuto deve entrare nella risposta dell’AI. Non serve essere in alto nella pagina: bisogna diventare la fonte da cui l’intelligenza artificiale attinge.
nuove strategie
Per questo stanno emergendo nuove strategie, già battezzate con sigle che suonano familiari, ma guardano oltre la SEO tradizionale:
*AEO (Answer Engine Optimization): è una strategia per far comparire i contenuti di un brand nelle risposte fornite dalle intelligenze artificiali. Si basa su contenuti chiari, utili e facili da “capire” per l’AI. È utile soprattutto per i piccoli marchi. Prima indicava l’ottimizzazione delle risposte rapide su Google.
*GEO (Generative Engine Optimization): strutturare testi, dati e segnali digitali per essere letti, compresi e rielaborati da strumenti come ChatGPT, Perplexity, Claude.
*AIO (Artificial Intelligence Optimization): costruire autorevolezza, reputazione e chiarezza affinché i contenuti vengano scelti dagli algoritmi generativi, non solo mostrati.
utili e affidabili
In altre parole: non conta più solo essere visibili, ma essere utili, affidabili, referenziabili. Un contenuto non deve solo piacere a Google: deve parlare il linguaggio delle AI.
Google cerca di tenere il passo, ma la concorrenza cresce. Startup come Perplexity stanno creando veri e propri motori di risposta, in cui l’utente dialoga con un’AI che seleziona le fonti, sintetizza i contenuti e fornisce risposte complete senza che si debba cliccare nulla.
Il nuovo browser Comet, sviluppato da Perplexity e sostenuto da investitori come Jeff Bezos, mira proprio a questo: rimpiazzare la navigazione tradizionale. Anche OpenAI sta lavorando a un suo browser “intelligente” basato su ChatGPT, pensato per trattenere l’utente all’interno dell’ecosistema AI, gestendo ricerche, documenti, viaggi, spese.
nuova sfida
In questo scenario, i siti web rischiano di non essere più la destinazione finale, ma solo la materia prima da cui le AI estraggono risposte.
Per chi lavora con i contenuti – editori, brand, professionisti della comunicazione – la conseguenza è chiara: meno clic, meno dati, meno entrate pubblicitarie. Ma anche una nuova sfida editoriale: scrivere per farsi leggere da esseri umani, e al tempo stesso da macchine.
firma e autorevolezza
Le AI privilegiano testi chiari, verificabili, referenziati, firmati. Prediligono fonti autorevoli, presenti su più canali (social, Wikipedia, recensioni), e contenuti ben strutturati (titoli parlanti, paragrafi brevi, dati certi).
In questo contesto, l’autorevolezza diventa il vero ranking. E la firma torna a contare.
C’è un altro lato del problema: le AI generative possono sbagliare. Non solo possono riportare dati imprecisi o interpretazioni distorte, ma spesso lo fanno con un tono così sicuro da risultare persuasivo.
nodo economico
Uno studio dell’Università di Zurigo ha dimostrato che le fake news scritte da un’AI sono più credute di quelle scritte da esseri umani. L’algoritmo sbaglia, ma lo fa bene. Questo pone un rischio serio: se l’AI sceglie le fonti sbagliate, la disinformazione passa come autorevole.
C’è anche un nodo economico. Google è gratuito perché si finanzia con la pubblicità. I nuovi strumenti basati sull’AI, invece, funzionano spesso in abbonamento: ChatGPT Plus costa 23 euro al mese; Perplexity Pro arriva a 200 euro l’anno.
Non tutti gli utenti sono disposti a pagare per cercare. Ma se le fonti gratuite perdono qualità, una parte del pubblico potrebbe iniziare a preferire servizi a pagamento pur di avere risposte affidabili.





