di ALBERTO FERRIGOLO

L’ultima assemblea dei Comitati di redazione convocata al Cinema Adriano di Roma dalla Federazione della Stampa, lo scorso 14 maggio è andata quasi deserta. Un mezzo buco nell’acqua. Segno dei tempi? Crisi della rappresentanza in un quadro di declino della democrazia che interessa ormai tutto il Paese? Ci s’interroga da un po’ sullo stato di salute dei Comitati di redazione, la rappresentanza sindacale delle testate giornalistiche. Nella carta stampata, in radio e nella tv, pubblica e privata. Su come lavorino, operino, discutano i giornalisti eletti nei Cdr. Nell’ambito d’una situazione generale di crisi dell’editoria, di profonda emorragia delle copie, di contrazione (o sparizione) dei profitti.

Impegnata in un superlavoro, ma anche in una grande scommessa, è la redazione de la Repubblica, oggi alle prese con la “cura Verdelli”. Il nuovo direttore, Carlo Verdelli, ha dato una gran botta al giornale, dopo aver sostituito, dal 20 febbraio, Mario Calabresi. Prima pagina d’impatto e ritorno alla radicalità. La situazione è resa più difficile da un accordo pregresso, ma recente, che si basa sulla definizione nominale di 74 esuberi su 400 in organico. Oltre alla cosiddetta “solidarietà interna”, che prevede due giorni in meno di lavoro al mese per ciascun redattore. Come stia andando è ancora presto per dirlo. Il giornale sembra tornato al centro della scena. Si nota di più. Fa discutere. Cosa poi tutto questo comporti in termini di copie non è ancora chiaro. A maggio le vendite hanno sempre il segno meno, ma più ridotto. Cioè la differenza rispetto al diretto concorrente, il Corriere della Sera, è oggi minore. Una riduzione del danno. Verdelli ha fatto un appello alla redazione a sostenere il rilancio. Ne va il futuro di tutti. Una chiamata alle armi. Un ingaggio per ciascuno.
Dentro il Gruppo Gedi c’è poi anche La Stampa di Torino, di recente inglobata, e a cui sono stati accorpati i quotidiani ex Finegil, ora inquadrati nella struttura Gnn. La redazione de La Stampa non vive bene questa fusione “a freddo”. Così come la redazione de La Repubblica ritiene un depauperamento lo scorporo delle testate locali. E poi c’è L’Espresso, diventato un ingrediente del “panino” della domenica.

FERIE IN CAMBIO di un premio

Al Corriere della Sera si è appena concluso un referendum che ha approvato una permuta tra ferie arretrate e un premio di 700 euro lordi. Giorni arretrati da cedere all’azienda in cambio di denaro. Una votazione temuta, passata una prima volta, poi rifatta e riuscita una seconda con il 50 per cento +1 dei voti, ma contestata perché è stato obiettato che ci voleva la maggioranza dei votanti. Il problema, semmai, è che questi non sono stati moltissimi. Almeno al primo turno.

Poi c’è il caso de Il Giornale della famiglia Berlusconi, che dal 5 giugno ha chiuso i battenti della redazione romana trasferendo a Milano, nella storica sede di via Negri, le attività dei quei giornalisti che seguono la politica, l’economia e la cronaca della Capitale. Diciannove dipendenti sono stati posti davanti alla scelta secca: dimissioni o trasferimento. A nulla è valsa l’opposizione del Cdr, anche se “i giornalisti hanno dato disponibilità a trovare forme di risparmio più efficaci e meno traumatiche per la vita dei colleghi di Roma e delle loro famiglie”, come si può leggere nel comunicato. Un solo giorno di sciopero.

Da alcuni mesi anche i redattori de Il Fatto Quotidiano sono impegnati in una non semplice dialettica con la direzione e l’azienda. L’obiettivo è fare in modo che vengano messi in campo piani di sviluppo economico e organizzativo credibili dal punto di vista degli investimenti aziendali. Quella de Il Fatto è oggi una struttura che sta crescendo veloce e in modo del tutto particolare. Tutto è nato esattamente dieci anni fa intorno al giornale, la cui caratteristica è di essere di proprietà dei giornalisti. Poi si è sviluppato anche un sito molto forte, completamente autonomo dal giornale e con un altro direttore, Peter Gomez, un altro Cdr, sede a Milano. Adesso è arrivata l’attività di produzioni televisive, che ha nome Loft ed è un’altra iniziativa separata. Un giornale+mensile Millenium (sempre diretto da Gomez)+sito+televisione+Paper first (edizioni librarie) sta di fatto trasformando Il Fatto in una holding multimediale.
La richiesta dei giornalisti del quotidiano diretto da Marco Travaglio e del suo Cdr è quella di governare questo processo con un’azione più coerente, anche nei rapporti tra i diversi comparti. Al progetto più organico, i giornalisti confidano, prima o poi si arriverà, anche perché i direttori in fondo sono soci dell’azienda.
Di recente c’è stata una polemica interna sulla questione dei dividendi, che i soci fondatori si sono ripartiti. Mentre i giornalisti avrebbero preferito che venissero fatti investimenti sul prodotto e sul lavoro che svolgono. Stiamo in ogni caso parlando di un’azienda che ha prodotto più di 20 milioni di utili in dieci anni. Due lustri nel corso dei quali gli altri editori i soldi li hanno persi o hanno faticato a contenere le perdite.

Alternativa, “Deboli” o “venduti”

Tutto questo solo per stare alle testate più importanti e grandi. Nelle dinamiche tra Cdr e proprietà editoriali o tra Cdr e direzioni giornalistiche oppure, ancora, tra i Cdr e le redazioni, oggi la funzione dei Comitati di Redazione risulta essere molto “schiacciata”. In alto, da aziende sempre più votate al contenimento dei costi, perché i ricavi crollano. In basso, perché nelle redazioni viene alla luce una netta demarcazione generazionale, tra chi vanta una certa anzianità aziendale, e i più giovani, le nuove leve. Tra chi ha potuto vivere la stagione gloriosa dell’abbondanza, l’età dell’oro, il grande apparato dei benefit. E chi, invece, quella stagione non l’ha neppure sfiorata. I primi sono legati a quella fase, che non c’è più. I secondi sono incattiviti con i primi per la propria condizione più svantaggiata e per essere stati tagliati fuori dalla distribuzione della torta.
L’età dell’oro è finita. Il mondo editoriale e giornalistico viene da almeno dieci anni di tagli continui. Ciò che ha prodotto un diffuso e progressivo sentimento di sfiducia, sia verso le società editoriali, sia verso i Cdr, considerati ormai incapaci di resistere alle pressioni delle aziende. Quindi, nella migliore delle ipotesi, nei confronti della controparte, il Cdr è considerato “debole”, nella peggiore “venduto”. Anche se i suoi componenti sono le persone più oneste al mondo, anche se s’impegnano al massimo per ottenere il massimo. In generale i rappresentati guardano sempre e solo al bicchiere mezzo vuoto. Quindi sono insoddisfatti, scontenti, frustrati.
Così i Cdr rischiano di diventare soggetti in via d’estinzione. Con scarso appeal. Sempre meno giornalisti sono disponibili a farsi eleggere. A dare battaglia. Sui contenuti, sulle cose da ottenere e sui principi generali della professione. A tenere fermo il punto, le regole.

(nella foto, Carlo Verdelli, direttore di Repubblica)