In genere il bilancio d’una nuova direzione d’un quotidiano si fa almeno dopo tre mesi. Tempo congruo e sufficiente per formulare un’analisi, tracciarne l’indirizzo. 

Nel caso de La Stampa e la Repubblica quel trimestre di prova è stato polverizzato. A due mesi esatti, il quotidiano torinese diretto dal 1° luglio da Antonio Di Rosa, subentrato ad Andrea Malaguti, ha già un suo carattere, netto. Così come la Repubblica di Stefano Cappellini, alla guida del quotidiano romano dal 12 luglio.

diritti civili

A otto settimane esatte dall’insediamento, La Stampa rispetta le promesse enunciate nell’editoriale d’esordio dal suo direttore: giornale equilibrato, laico, attento ai diritti civili, all’integrazione e all’accoglienza, al confronto con posizioni diverse. Critico verso la polarizzazione della politica italiana, attento al ruolo del Capo dello Stato quale modello d’equilibrio. Distante da un’impostazione percepita come fortemente schierata a sinistra, come è stata quella d’un precedente direttore, Massimo Giannini e, in misura diversa, di Andrea Malaguti. 

Non però un giornale di destra, conservatore o filo-governativo. La Stampa, semplicemente, non punta più a essere una “Repubblica in sedicesimo”. Negli ultimi trentacinque anni, infatti, è stata più un quotidiano nazionale con sede a Torino che il grande quotidiano di Torino con forte percezione nazionale. 

italia e mondo

Di Rosa ha cambiato prospettiva: giornale che punta sull’identità territoriale, “glocal”, radicato a Torino, Piemonte e Nord Ovest, sufficientemente in grado di sollevare questioni locali e trasferirle, imponendole, sul nazionale, e continuando a occuparsi d’Italia e mondo.

Gli ingredienti sono una più accentuata attenzione al lettore e alle storie che, si presume, lo interessino di più. Meno “militanza”, riscoperta dell’identità piemontese. Quel che Di Rosa sembra aver fatto in queste otto settimane è cercare di trasformare La Stampa da quotidiano fortemente caratterizzato sul piano politico-culturale a foglio più moderato, territoriale, pluralista.

mannocchi si sposta

Basterebbe prendere l’edizione del 1° luglio, l’ultima firmato da Andrea Malaguti, per averne un’idea: la prima a pagina della Stampa ospitava ben nove firme esterne: Massimo Cacciari, Anna Foa, Francesca Mannocchi, Duilio Giammaria, Franco Cardini, Vito Mancuso, Flavia Perina, Elsa Fornero, Maurizio Maggiani. 

Secondo quanto già notato da Professione Reporter, il 2 e 3 luglio le firme esterne si riducono a una, massimo due. Non scompaiono, vengono diluite, alternate. Ad eccezione di quella di Francesca Mannocchi, poi passata alla Repubblica di Cappellini, vengono recuperate giorno dopo giorno in una gestione meno affollata.  

quattro milioni

Del resto, sia Di Rosa che l’editore, la Sae, per voce del suo proprietario-presidente Alberto Leonardis, avevano annunciato di voler ridurre la spesa per i collaboratori, quantificata in 4 milioni di euro annui. E sembrerebbe andare proprio in questa direzione il taglio della collaborazione di Mannocchi, impegnata in una vita difficile e rischiosa sui fronti di guerra – Ucraina, Gaza- che richiede investimenti.

Di Rosa ha invece ridato voce alle firme di redazione, spesso poco utilizzate: meno grandi firme che interpretano il mondo, più giornalisti di scuderia che lo raccontano.

La svolta è su Torino, Piemonte, Nord Ovest. L’impostazione è sviluppata in questi due primi mesi: trasformazioni urbanistiche, università, infrastrutture, eventi culturali, vita quotidiana torinese, cronaca locale raccontata come storia, iniziative per cittadini e famiglie. 

guerriglia no tav

Per esempio, molto spazio trova tra 25 e 30 luglio la guerriglia No Tav in Val di Susa, caso territoriale più importante dell’estate, con l’assalto al cantiere di Chiomonte, territorio della Stampa, e anche argomento nazionale ripreso da tutti. 

Poi c’è il risiko degli aeroporti, con al centro quello di Torino-Caselle, che va verso la fusione con Linate e Malpensa. Segue il dibattito sul futuro del sistema aeroportuale. Il caldo record a Torino, fatto locale trasformato in storia nazionale attraverso la scienza. La crisi dell’acqua e la diga Combanera-Tournon, per la quale sono trascorsi “sessant’anni di chiacchiere”.

E poi la sanità, con l’attesa d’un anno per una visita oculistica, ma anche il boom dei non autosufficienti, “senza aiuti per la retta della Rsa”, il 6 luglio. Insieme al “caso Molinette”, dove la sanità torinese si presenta sotto forma di “innovazione”.

laboratorio politico

Quindi, il Piemonte industriale attraverso la lente dell’acquisizione di Cln da parte del Gruppo Arvedi. Un focus sull’Arcivescovo di Torino Roberto Repole, che Leone XIV ha nominato al dicastero dell’Economia. E Torino come “laboratorio politico”, attraverso la sfida di Vannacci per il 2027. Il Museo del Risorgimento, dove la città viene proposta come luogo della memoria nazionale.  

Il 17 agosto la testata dedica spazio alla riqualificazione dell’area Valdo Fusi e all’espansione della Business School Escp, il campus fondato a Torino nel 2004 d’una scuola nata a Parigi nel 1819.

atp finals

Il territorio, dunque, non come “edizione locale” ma come materia prima del giornale nel suo complesso. Si passa da una confezione “molto autoriale” (Malaguti) a un giornale “più di redazione” (Di Rosa). Con Torino al centro, città con i suoi problemi, i servizi, il degrado, la sicurezza, la vita quotidiana. Fino al racconto del Piemonte produttivo, dell’agricoltura e del vino, di Torino come città culturale e turistica. 

Poi le ATP Finals il 16 luglio, dove l’articolo non racconta solo lo sport come tale, ma analizza l’impatto economico, il pubblico, i biglietti, il posizionamento internazionale di Torino città. Un’impostazione che sembrerebbe pagare -come notato da Professione Reporter– dato che La Stampa “recupera a luglio 4 punti percentuali” in copie.

eccezione verdelli

Anche la svolta impressa da Stefano Cappellini a la Repubblica, a partire dal 12 luglio, è decisa rispetto alle direzioni che l’hanno preceduto. Quasi un ritorno alle origini. Alla ricerca di quel popolo di lettori dei primi quattro decenni di vita del giornale, il cui patrimonio di fiducia e attaccamento alla testata è stato via via rarefatto, da Calabresi a Molinari a Orfeo, con l’eccezione Verdelli, che aveva provato a recuperare lo spirito originario, ma in una stagione durata solo quattordici mesi, tra 2019 e 2020.

Se la Repubblica di Orfeo, ultimo direttore, ha avuto un approccio più istituzionale, persino ecumenico, specie nell’anno del cinquantesimo compleanno, il giornale di Cappellini è più interventista, nell’analisi politica e nell’attualità. Con un proprio punto di vista. 

apocalisse ferragosto

Un ritorno al dibattito delle idee, con un uso del quotidiano per discutere temi intellettuali, culturali, “temi concreti” come il clima, l’ambiente, le proposte per affrontarne i nodi. Anche quando non c’è un appiglio di cronaca stringente.

Il caso del clima è emblematico. Il mondo soffoca dal caldo e il 15 agosto il giornale affida allo scrittore Antonio Scurati l’intervento-analisi su “Un normale Ferragosto di apocalisse”, che apre il dibattito su un tema che il nuovo Direttore sembra ritenere centrale. Seguono nei giorni successivi diverse interviste mirate. E Cappellini, così facendo, recupera anche una firma, quella di Scurati, negli ultimi tempi tenuta in panchina.

sciagura primarie

Il primo articolo di Francesca Mannocchi su “Tutti invasori o disperati, i falsi miti sugli immigrati che accecano la politica” appare il 9 agosto, a cui ne segue un secondo, il 18: “Nel villaggio di Qusra assediato dai coloni”.  

E se il 22 agosto l’apertura del giornale segnala: “Da Conte il via libera alla campagna per le primarie”, il 28 la fascia alta “di prima” è dedicata a un intervento dello scrittore Francesco Piccolo, che -da elettore della sinistra- scongiura: “Non fatemi votare per quella sciagura delle primarie”, da lui ritenuta “la strada peggiore per scegliere il leader”. 

Nei giorni successivi seguono articoli di Michele Serra, Corrado Augias, Carlo Galli, Giancarlo Bosetti mentre il giorno successivo, il 29 agosto, l’apertura è netta: “Le primarie dividono il campo largo”. 

gamba tesa

Intervento a “gamba tesa”, che punta a scompigliare l’agone politico. Nel merito, un j’accuse sulla qualità dell’alleanza di centrosinistra. Tant’è che lo stesso leader 5S chiede al quotidiano d’esser ascoltato dopo aver letto gli interventi precedenti: “Saremo compatti anche dopo i gazebo per mandare via Meloni”, promette Conte. L’esigenza di discutere, indubbiamente c’è. Di primarie e non solo.

Appena quattro giorni prima del 28, il 24 agosto, la scrittrice Chiara Valerio se ne esce con un “Basta woke estremo, ma mi tengo stretto ciò che ho imparato”. È un tema di cui si parla molto, specie da Destra e negli Usa. L’uscita della deputata Dem di New York Alexandria Ocasio-Cortez è l’occasione, nel giorno di Ferragosto, per riportarne il pensiero sotto il titolo: “Usa, dietro front a sinistra: ‘il woke è una follia. Puntiamo sull’economia’”.

difesa del woke

È il segnale che c’è l’esigenza di mettere in discussione le certezze fin qui acquisite. Che poi dovrebbe essere lo scopo d’un quotidiano. Il tema sollevato infiamma la discussione dentro e fuori le pagine di Repubblica. Il dibattito è animatissimo. Anche a difesa del woke, come fa la ricercatrice indipendente Vanessa Roghi il 31. 

L’impressione è che il nuovo “stile Cappellini” sia quello di stare sulle notizie, ma con l’ambizione di riempire l’agenda di spunti. 

Poi, c’è la politica delle firme. Di Scurati e Mannocchi s’è detto. Ma il 16 luglio, a quattro giorni dalla nomina, Cappellini schiera in prima pagina la firma di Stefano Menichini (“L’autoinganno della premier”) sotto a un’intervista a Elly Schlein. 

menichini e maggiani

Non una firma qualsiasi: per anni al Manifesto, partecipa nel 2003 alla fondazione di Europa e ne diviene vicedirettore, quotidiano della Margherita, allora diretto da Nino Rizzo Nervo che, due anni più tardi, quando entra nel Cda Rai, gli cede la direzione fino alla chiusura, a fine 2014. 

E poi con diversi incarichi di responsabilità nella comunicazione, dal Comune di Roma con Rutelli e Gentiloni, alla Presidenza del Consiglio con Amato II, al Ministero dei Trasporti con Graziano Delrio, portavoce del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, capo ufficio della Camera dei Deputati, presidente Laura Boldrini. 

Sul lato culturale, c’è l’acquisizione dello scrittore Maurizio Maggiani, proveniente da La Stampa di Di Rosa e, prima ancora, di Malaguti. 

otto volte

Pure le vendite di Repubblica sembrerebbero dar ragione a quest’impostazione: 8 volte in segno positivo in edicola su 23 giorni (-3%), nell’agosto 2026 rispetto allo stesso mese del 2025. Con una perdita di copie che è meno della metà rispetto a Corriere e Stampa, sempre nello stesso mese: -13 il primo, -11 la seconda. 

Di questo passo, l’interim potrebbe trasformarsi in riconferma.

(nella foto, Theodore Kyriakou, nuovo editore de la Repubblica)

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1 commento

  1. La Palestina è completamente sparita dai radar de La Stampa. Anche così si spiega il divorzio con Mannocchi e Foa. Non mi pare che vi sia la redazione a supplire, su questo fronte. Si parla del dramma palestinese solo su Repubblica, sul Fatto, sul Manifesto e…sorpresa, sul Sole 24 Ore.

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