Tutti lo hanno sempre chiamato Nenè. E’ stato un giornalista importante, ma passerà alla storia della professione per un motivo preciso: Giuseppe Columba è stato -unico caso al mondo- uno dei due giornalisti eletto vicedirettore del Messaggero di Roma con un voto della redazione. L’altro era Felice La Rocca.

Ricostruiamo tutto con l’aiuto di Renato Gaita, che a quel tempo c’era, cronista di razza in Cronaca di Roma. L’anno della clamorosa elezione fu il 1974. La redazione del Messaggero viveva un periodo di grande battaglia sindacale. La proprietà era divisa fra Alessandro Perrone, principe e anche Direttore con inclinazione a sinistra e il cugino Ferdinando Perrone, che aveva deciso di vendere all’editore di destra Edilio Rusconi la sua metà. Rusconi cacciò Alessandro e nominò direttore Luigi Barzini junior. Nel luglio 1973 la redazione del Messaggero -altro evento unico al mondo- impedì a Barzini di oltrepassare il vestibolo del giornale. Il “Direttore che non lo divenne mai” fu addirittura inseguito in salita per via del Tritone verso piazza Barberini. Forte di questo gran rifiuto la redazione pensò di poter svolgere una parte attiva nel nuovo cambio di proprietà del giornale (Rusconi non voleva più saperne).

de martino e cefis

Nell’anno successivo i tre membri del Comitato di redazione si spostarono a Napoli per incontrare Francesco De Martino, Segretario del Partito Socialista. Giuseppe Gnasso, potente capo delle pagine delle Province (e controllore di voti), Luigi Sommaruga, prestigioso inviato di Esteri e Marco Politi, che sarà vaticanista e corrispondente da Mosca, chiesero all’uomo politico di fare da “garante” di una linea di sinistra. Nell’incontro venne fuori l’ipotesi di un acquisto della testata da parte della Montedison, colosso della chimica, in parte statale, allora guidata da Eugenio Cefis.

L’ipotesi, quanto mai controversa, fu oggetto di lunghe e tempestose sedute assembleari. Montedison non si poteva certo considerare una proprietà illuminata e progressista. Alla fine, l’assemblea dà il via libera, con otto voti contrari: Prunas, Maoloni, Bergami, Ronchetti (membri del sensazionale ufficio grafico del giornale), Guarini (capo della Cultura), Zampa (Spettacoli ) Stinchelli (inviato), Manisco (corrispondente dagli Stati Uniti). Piergiorgio Maoloni, nella grande sala dei grafici, dipinge un affresco con gli otto “ribelli” vestiti da condottieri e la frase -da Enrico V di Shakespeare- “All that fought upon Saint Crispins’ day”, sui “felici pochi” inglesi che combatterono la battaglia di Azincourt durante la guerra dei Cent’anni (basso Medioevo). L’affresco -all’alba del nuovo secolo- fu fatto cancellare dai nuovi proprietari. 

patto integrativo

L’assemblea stabilì di varare un “Patto integrativo” in aggiunta al Contratto nazionale di lavoro. Il Patto prevedeva che il giornale avrebbe mantenuto una linea “laica, democratica e antifascista” e che nessun redattore potesse essere trasferito di sede senza consenso. Il Patto prevedeva, inoltre, un voto di gradimento per il nuovo Direttore (non vincolante, nel senso che se fosse stato negativo la Proprietà avrebbe potuto confermare la nomina, ma comunque influente). E prevedeva l’elezione da parte della redazione di due vicedirettori, che sarebbero diventati i rappresentanti, presso Proprietà e Direzione, delle istanze dei giornalisti. Montedison diventata azionista unico, per evitare altri atti di protesta e catturare consenso, accettò il Patto.

felice la rocca

A questo punto si svolge una vera e propria campagna elettorale, con una sorta di “primarie”, che alla fine enuclea due nomi: Felice La Rocca, capo delle pagine di Politica, di orientamento liberale e socialista, gran conoscitore della politica, del giornale e dell’assemblea e Nené Columba, firma su grandi fatti dei cronaca italiana e internazionale. I due vengono eletti -quasi un plebiscito- e il Direttore designato da Montedison, Italo Pietra, ex partigiano, socialista, accetta il rispetto del Patto. Sul testo del Patto era stato trascurato un dettaglio: mancava una scadenza per i due vicedirettori, che per questo durarono a vita, fino al loro pensionamento o al cambio di giornale, affiancando numerosi direttori.

Pochi giorni prima dell’insediamento di Pietra, Il Messaggero era uscito con un enorme NO in prima pagina, schierandosi a favore del mantenimento della legge sul divorzio.

Il Patto integrativo, con il passare degli anni e l’avvicendarsi di altre proprietà (Ferruzzi, Caltagirone) ha perso la sua capacità propulsiva. Soprattutto, la redazione ha perduto peso e non fu in grado -in particolare dopo l’arrivo del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone (1996)- di difendere le conquiste degli anni Settanta. Caltagirone proclamò la disdetta unilaterale del Patto e non ci furono più, né al Messaggero né altrove, vicedirettori eletti in assemblea. Si fece un giorno di sciopero e un documento storico per il giornalismo è finito così.

montesi e calabresi     

Nenè Columba è morto il 6 settembre nella sua casa romana a 95 anni. Il suo ultimo incarico fu la Direzione del quotidiano economico Italia Oggi.

Era nato a Catania il 16 agosto 1931, aveva mosso i primi passi a La Sicilia per poi raccontare, sul Messaggero, grandi fatti di cronaca degli anni Sessanta e Settanta: dal processo per il delitto Montesi, al rapimento e omicidio del piccolo Ermanno Lavorini, dalla strage di Piazza Fontana alla morte di Giuseppe Pinelli e all’omicidio di Luigi Calabresi. Nel 1980 ha subito una minaccia delle Brigate Rosse per il suo articolo “Piombo contro la ragione”. Da inviato all’estero ha seguito le più importanti crisi internazionali. Nel 1968, durante le Olimpiadi di Città del Messico, è stato testimone diretto della strage dei giovani manifestanti in piazza delle Tre Culture. Nel 1971 ha fatto parte della prima delegazione di giornalisti italiani in Cina.

I funerali l’8 settembre, alle 10, nella chiesa di Santa Chiara in Piazza dei Giuochi Delfici a Roma.

(nelle foto, l’affresco nella sala dei grafici al Messaggero, per concessione di Giulia Maoloni; nell’ordine Maoloni, Stinchelli, Ronchetti, Zampa, Manisco, Bergami e, seduti, Prunas e Guarini. All’interno, Giuseppe Columba con Zhou Enlai, capo del governo cinese dal 1949 fino alla morte)

2 Commenti

  1. Se penso all’affresco dei moschettieri e alla leggerezza con la quale è stato cancellato e ricoperto con banale pittura da muro senza capire che conservarlo avrebbe fatto storia, ricordo, identità anche curiosità, perché no, nei visitatori della redazione (un tempo venivano le scolaresche, tra i tanti)….che peccato!

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