Nessuno sa bene che cosa potrebbe restituire un po’ di buon umore a Donald Trump. Ma di certo non è la lista dei premi Pulitzer per il giornalismo di quest’anno. I premi giornalistici più prestigiosi in America e nel mondo sono stati attribuiti, una volta di più, a cronisti capaci di scavare nelle manovre del potere; nelle sue strategie per arricchirsi, per indebolire o aggirare le regole della democrazia, per annientare critici e avversari. Un giornalismo, dunque, che inevitabilmente trova nel mirino il presidente degli Stati Uniti, la sua famiglia, i suoi amici che accumulano miliardi grazie al dominio sulle tecnologie, i suoi alleati più stretti sulla scena internazionale. Pronto, se necessario, a pagare prezzi anche alti.
impatto dei tagli
Così il premio più ambito, quello per il Pubblico Servizio, è andato a una serie di articoli del Washington Post che hanno “squarciato il velo di segretezza che circondava la caotica riorganizzazione delle agenzie federali da parte dell’amministrazione Trump”. E hanno “raccontato con abbondanza di dettagli l’impatto umano dei tagli e le conseguenze per il Paese”. A guidare il gruppo degli autori era Hannah Natanson, una reporter neppure trentenne che per questo lavoro è stata minacciata, denunciata, e ha perfino subito una perquisizione da parte dell’Fbi.
arricchire la famiglia
E ad aggiudicarsi il premio per il giornalismo investigativo è stato il New York Times, “per le approfondite inchieste che hanno messo in luce come il presidente ha infranto i vincoli sui conflitti d’interesse e sfruttato le opportunità di far soldi concesse dal potere, arricchendo la sua famiglia e i suoi alleati”. Mentre per il giornalismo specializzato sono stati incoronati due redattori dell’agenzia Reuters, Jeff Horwitz e Engen Tham. Hanno svelato come Meta, l’impero tecnologico che possiede Facebook e Instagram e affianca Trump, “espone i suoi utenti, bambini compresi, a truffe e manipolazioni mediante l’intelligenza artificiale”.
assedio ice
Ancora la Reuters è stata premiata per la cronaca nazionale; e ancora per aver mostrato le malefatte del presidente: ha documentato il modo in cui “ha usato gli strumenti del governo e l’influenza dei suoi sostenitori per espandere il potere esecutivo e vendicarsi dei propri nemici”. E uno dei due vincitori per la cronaca locale è il Chicago Tribune “per l’efficace racconto del rastrellamento militarizzato contro l’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump”, che ha “descritto in una prosa viva e intensa come l’incursione dell’ICE, quasi un assedio, ha unito nella resistenza gli abitanti della città”.
carri attrezzi
L’altro premio per la cronaca locale se lo dividono due redazioni del Connecticut, il Mirror e ProPublica, schierate con i cittadini contro il racket delle rimozioni e dei carri attrezzi, favorito dalle leggi dello stato. Così come per l’Explanatory Reporting, il giornalismo esplicativo e divulgativo, il San Francisco Chronicle ha preso di mira le compagnie assicurative che a forza di algoritmi hanno sistematicamente svalutato le case bruciate nei terrificanti incendi californiani, negando ai clienti la possibilità di ricostruirle.
sorveglianza di massa
La cronaca internazionale ha visto vincitori un gruppo di redattori dell’Associated Press, per una “stupefacente inchiesta globale sui più recenti strumenti di sorveglianza di massa, creati nella Silicon Valley, perfezionati in Cina” e “tornati in America per essere usati segretamente dalla polizia di confine”. Sfondo perfetto per gli articoli d’opinione premiati, quelli sulla crescita dei regimi autoritari pubblicati dal New York Times e scritti, attingendo anche alle esperienze personali, da Masha Gessen, saggista e attivista metà russa e metà americana, ebrea, non-binaria. La ricetta ideale per farsi detestare dai governanti; e per mettere di cattivo umore Donald Trump.
(nella foto, Hannah Natanson)





