(S.A.) Un giudice federale ha vietato al Dipartimento di Giustizia di esaminare i dispositivi elettronici sequestrati alla reporter del Washington Post Hannah Natanson e ha stabilito che sarà il tribunale a controllare se al loro interno ci siano documenti collegati a un’indagine sulla sicurezza nazionale.

La decisione riguarda il caso della giornalista del The Washington Post, Hannah Natanson, dopo una perquisizione effettuata dall’Federal Bureau of Investigation il 14 gennaio nella sua abitazione. Gli agenti stavano indagando su un consulente esterno del governo accusato di aver trattenuto materiale classificato. Durante l’operazione sono stati sequestrati telefono, computer portatili, un registratore, un disco rigido esterno e un orologio.

Il giudice federale William Porter ha deciso che i dispositivi non potranno essere analizzati direttamente dal governo. Sarà invece il tribunale a verificare, in modo controllato, se nei file siano presenti documenti legati all’inchiesta sulla sicurezza nazionale. In questo modo, il controllo avverrà sotto la supervisione della corte.

Nel suo provvedimento, Porter ha criticato il governo per non aver citato il Privacy Protection Act del 1980 nella richiesta di mandato di perquisizione. Questa legge serve a proteggere il lavoro dei giornalisti e i materiali raccolti durante le loro attività. Il giudice ha sottolineato che il caso coinvolge diritti garantiti dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che tutela la libertà di stampa. “Questa omissione ha seriamente compromesso la fiducia del tribunale nelle comunicazioni del governo in questo procedimento”, ha scritto Porter nel documento ufficiale.

Il giudice ha inoltre evidenziato che un’analisi senza limiti da parte del governo potrebbe violare le tutele costituzionali della giornalista. Nei giorni precedenti, Porter aveva riconosciuto che Natanson era stata “sostanzialmente privata del lavoro di una vita” a causa del sequestro dei suoi strumenti professionali, che per un reporter sono essenziali per comunicare con le fonti e scrivere articoli.

L’executive editor del Washington Post, Matt Murray, aveva definito l’operazione dell’FBI “straordinaria e aggressiva” e aveva espresso preoccupazione per il rispetto delle garanzie costituzionali legate al lavoro giornalistico.

Dopo la decisione del giudice, il quotidiano ha definito il provvedimento una “vittoria”, sia per la testata sia per Natanson: “Consentire al governo di esaminare il suo telefono metterebbe a rischio l’identità delle sue fonti e potrebbe avere un effetto dissuasivo su future fonti che desiderino parlare con i reporter”.

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