Un giornalista è stato condannato a pagare 33 mila euro per i commenti fatti da altri sotto un suo post di critica, che invece era giudicato legittimo. Una sentenza che solleva molte domande su una materia in cui non c’è una giurisprudenza chiara.

Nel 2018 Fabio Butera, giornalista ora alla Rai di Catania, pubblica un commento su Facebook, criticando un articolo del Giornale di Vicenza su una ricostruzione imprecisa di una vicenda che riguardava i richiedenti asilo, usato da molti per promuovere discorsi d’odio contro gli stranieri.

“critica legittima”

Anni dopo viene portato in tribunale dal giornalista autore di quell’articolo, Valentino Gonzato. Il tribunale di Verona stabilisce che il post di Butera costituiva una critica legittima e documentata. Nonostante ciò, lo condanna a pagare 33 mila euro per non aver rimosso commenti scritti da terzi e ritenuti offensivi. Una decisione confermata dalla Corte di Appello di Venezia, che ha rigettato il ricorso di Butera. La parola definitiva ora spetta alla Cassazione. 

La vicenda inizia nel 2018. Il Giornale di Vicenza titola: “I richiedenti asilo vogliono Sky, scatta la protesta”. Incipit del pezzo: “Vogliono Sky per guardarsi il campionato, una ventina di richiedenti asilo è andata in questura per protestare…”. Intervenne l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Questi signori sono pregati di trovarsi un’altra sistemazione. Chi scappa dalla guerra non ha bisogno di Sky…”.

serie di telefonate

Butera non è convinto, vuole approfondire. Chiama la Questura di Vicenza, dove dicono di non sapere nulla delle rivendicazioni della protesta. Chiama in Prefettura: a loro risultano solo richieste sui certificati di residenza, niente tv a pagamento. Butera contatta Valentino Gonzato, autore dell’articolo: “Mi spiegò di aver appreso della richiesta da una fonte che non poteva rivelare e di non aver avuto il tempo di parlare direttamente con i migranti coinvolti”. 

Butera scrive un post Facebook, dove riporta il contenuto delle telefonate, senza fare mai il nome dell’autore dell’articolo: “Il mio obiettivo non è demonizzare il collega ma criticare un modo di fare giornalistico che produce titoli esagerati, e senza interpellare i protagonisti della vicenda, enfatizza dettagli marginali, prestandosi a diventare strumento per discorsi d’odio. Era evidente che di fronte alla Questura non ci fosse stata una manifestazione con al centro la rivendicazione di Sky per vedere il campionato di calcio”.

testate assolte

A distanza di qualche giorno lo stesso Giornale di Vicenza aggiusta il tiro: “Tra le diverse richieste dei migranti c’era stato anche qualcuno che aveva chiesto la tv a pagamento per guardare le notizie dei paesi d’origine”. La richiesta di guardare il campionato di calcio sparisce. Il post di Butera diventa virale, viene ripreso da molte testate e condiviso da migliaia di persone in tutta Italia. Molti giornali fanno le stesse verifiche, (Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano ad esempio), alcuni accusando il Giornale di Vicenza di avere scritto una “bufala”. E’ il caso ad esempio di Repubblica e Tgcom24 che vengono portate in giudizio da Gonzato e assolte in primo grado.

interpellare i migranti

In alcune interviste fatte in quei giorni, spiego perché sono contrario al termine ‘bufala’ o ‘fake news’. Una di queste al sito dell’Associazione Carta di Roma, che si occupa di promuovere l’attenzione dei giornalisti in tema di migrazioni: “Il mio obiettivo, con il post su Facebook, era proprio cercare di capire perché non si siano interpellati i diretti interessati, ovvero i migranti. Chiediamoci, noi giornalisti, se avremmo fatto la stessa cosa di fronte a una notizia che avesse riguardato un’altra categoria, ad esempio, quella dei negozianti”.

Non finisce qui. Dopo qualche mese la Questura di Vicenza in una nota scrive … consta che fra le rivendicazioni, vi fosse anche l’accesso a piattaforme televisive (Sky)”. Forte di questa dichiarazione tardiva e opposta a quella registrata da Butera, il giornalista Valentino Gonzato inizia a minacciare querela nei suoi confronti e dopo tre anni porta Butera in Tribunale. Ad aprile del 2023 il Tribunale di Verona emette la sentenza: il post di Butera non può essere considerato diffamatorio perché frutto di una ricerca documentata, perché risponde ad un interesse pubblico ed è formalmente corretto. Ma la giudice lo condanna a dare a Valentino Gonzato 33 mila euro (risarcimento più spese legali), per non aver rimosso alcuni commenti fatti da sconosciuti sotto il suo post.

prova sufficiente

Per la Corte d’Appello che ha rigettato il ricorso, il fatto che dopo due giorni da quel post Butera abbia condiviso su Facebook altri contenuti relativi a questa vicenda, è di per sé una prova sufficiente della lettura di tutti e 500 i commenti del post. E quindi una dimostrazione della sua volontà di mantenerli.

Nei commenti incriminati c’è chi chiede un procedimento disciplinare per Gonzato, chi scrive “giornalista di merda”, chi dice “pennivendolo”, chi dice “Giornale di Wc”.

Non compaiono tra gli atti del processo, i commenti altrettanto sgradevoli riferiti a Butera.

“tutti devono sapere”

“Ho già chiarito -dice Butera- che quei commenti, prima della sentenza, non li avevo letti. Ma nell’ipotesi lo avessi fatto, cosa avrei dovuto comportarmi?  Visto che nessuno mi aveva chiesto di rimuoverli con che criterio avrei dovuto autonomamente stabilire cosa cancellare? Avrei dovuto rimuovere solo i commenti che usavano termini scurrili? O anche quelli che si limitavano ad accusare l’autore di avere scritto una bufala o fake news? E con i commenti scurrili nei miei confronti, altrettanto sgradevoli? E poi, come mi sarei dovuto comportare, con quei commenti che chiedevano di segnalare l’articolo al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti? Domande che hanno bisogno, in una società democratica, di risposte chiare. Perché tutti devono sapere quali sono le responsabilità e quali le attenzioni da tenere quando ci si esprime sui social”.

(nella foto, Fabio Butera)

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