L’ultima notizia è quella di una cena a tre: Meloni, Tajani e Salvini a casa Meloni per analizzare l’esito negativo del referendum sulla giustizia, stabilire come rilanciare l’azione del governo e riguadagnare la fiducia degli elettori. Ma nei giorni precedenti erano uscite notizie sulla volontà della Presidente del Consiglio di andare verso elezioni anticipate, di fare un rimpasto cambiando qualche pedina, come il ministro della giustizia Nordio, che senza dubbio porta qualche responsabilità nella sconfitta. Subito dopo l’apertura delle urne c’è stato un redde rationem piuttosto violento, con eliminazione dalla scena politica del sottosegretario Delmastro, della capo di gabinetto di Nordio Bartolozzi e perfino della ministra del Turismo Santanché, che con l’ordinamento giudiziario poco c’entrava.  

sette giorni

Nei sette giorni dopo la dichiarazione della maggioranza degli italiani (53,7 per cento) di rifiuto della riforma costituzionale sulla giustizia varata dal governo Meloni, non c’è stata una sola dichiarazione pubblica della Presidente del Consiglio, un solo incontro ufficiale o estemporaneo con i giornalisti, con domande e risposte, un solo scritto con riflessioni sulle cause e le conseguenze di un voto che era stato preparato  per mesi, oscurando in alcuni casi massacri in Palestina e bombardamenti in Iran. Meloni ha reagito a caldo nel tardo pomeriggio di lunedì 23 marzo, a risultati ormai non più mutabili, con un video -maglioncino beige, un cespuglio sullo sfondo- su Instagram. Per dire che la riforma era scritta nel programma, che “resta il rammarico per l’occasione persa per modernizzare l’Italia”, che si andrà avanti “con responsabilità, determinazione e rispetto per l’Italia e il suo popolo”. Durata totale: 46 secondi.

Ma una leader politica che è intervenuta moltissimo nella propaganda per il sì al referendum dovrebbe ora pubblicamente dichiarare cosa pensa del risultato, come lo motiva, quali saranno le prossime sue mosse in materia. Rispondere ai dubbi e alle obiezioni. Fa parte del suo mestiere.

comunicazione autoprodotta

Invece. Nessuna possibilità di domandare, di chiedere chiarimenti. Di ragionare. Un po’ lo stile che Meloni ha tenuto da quando è alla guida di Palazzo Chigi. Pochissimi incontri con i giornalisti, molta comunicazione autoprodotta. Professione Reporter ha provato tempo fa a rivolgerle dieci domande -non polemiche- sul suo rapporto con la stampa, senza alcun riscontro. Quel che appare è un certo fastidio, ai limiti del disprezzo, nei confronti dei giornalisti. Lei, giornalista professionista, iscritta all’Albo dal 16 febbraio 2006.

Non pare che ci sia alcun caso simile nei Paesi occidentali. Per fare un esempio a caso, il Presidente Trump incontra spesso i giornalisti. Spesso li insulta, ma li incontra. Tutti i giornalisti hanno il suo numero privato e lo usano. Dallo scoppio della guerra in Iran Trump ha rilasciato almeno 40 interviste, anche a corrispondenti italiani. 

In Germania, la conferenza stampa del governo federale (Bundespressekonferenz) è un’istituzione molto regolare che si svolge tre volte a settimana, solitamente il lunedì, mercoledì e venerdì. In quella sede, i portavoce governativi dei 14 ministeri tedeschi e del cancelliere rispondono alle domande dei giornalisti.

(nella foto, Giorgia Meloni)

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