Se ne parla da più di trent’anni, dopo la “guerra di Segrate”, quando Silvio Berlusconi rovesciò il tavolo della Mondadori, annettendosela con tutti i giornali del Gruppo Espresso e la Repubblica dentro. Un’idea dell’Ingegner Carlo De Benedetti per mettere in sicurezza le testate del gruppo, sottratte miracolosamente alle mire del Cavaliere in forza di un lodo arbitrale.
La formula magica, per De Benedetti, era dare vita “alla Fondazione”, via sicura per blindare la libertà dell’informazione, rendendo il giornalismo di Repubblica indipendente dalla proprietà. Ma non se ne fece nulla. Idea e proposta, passata l’emergenza e anche la paura, caddero ben presto nel dimenticatoio.
trentacinque anni dopo
L’impresa all’Ingegnere, l’imprenditore già patron dell’Olivetti poi finanziere con Cir, holding di famiglia, è successivamente riuscita circa 35 anni dopo con il quotidiano Domani, quando il 15 settembre 2025 ha annunciato la decisione di lasciare il ruolo di editore del giornale, nato a fine estate 2020, per affidarlo a una Fondazione.
“La mia idea da sempre era che, quando il giornale fosse stato in equilibrio economico, l’avrei passato a una Fondazione. E oggi, cogliendo l’occasione del compleanno dei cinque anni, rispetto quella promessa. Io non scappo: un giorno morirò, ma questo è un altro discorso. Continuerò a seguire con passione il giornale, anche se non sarà più mio, ma della Fondazione”, ha detto De Benedetti.
testo dello Statuto
Per costituire la Fondazione le ha assegnato una dote iniziale di 4 milioni di euro con la precisa indicazione, e responsabilità, di portare avanti il suo progetto editoriale. Caso unico in Italia, ma non in Europa: in Gran Bretagna, con The Guardian, oppure in Germania, con la Frankfurter Allgemeine Zeitung, la cui proprietà è detenuta dalla Fazit Stiftung, Fondazione editoriale senza scopo di lucro. Ora anche il Comitato di redazione de la Repubblica sembra intenzionato a perseguire la stessa via. Al momento, si sta lavorando sul testo dello Statuto.
C’è anche il caso della britannica Agenzia Reuters, controllata dalla Reuters Founders Share Company, in un intreccio con i Reuters Trust Principles, quattro principi cardine per garantire e garantirsi l’integrità dell’informazione, l’indipendenza da interessi particolari, l’accuratezza e l’assenza di pregiudizi, la diffusione affidabile e tempestiva delle news a clienti e pubblico.
né modificare né aggirare
Non si tratta solo di enunciazioni etiche, bensì di principi incorporati nello stesso Statuto societario in modo tale che la proprietà non possa modificarli o aggirarli sulla base di una semplice delibera ordinaria.
La Founders Share è dunque una società separata, indipendente dal gruppo editoriale (Thomson Reuters) che detiene una speciale azione di Fondazione, che non serve per prendere dividendi o controllare la gestione quotidiana, ma conferisce un potere determinante: bloccare operazioni che possano mettere a rischio l’indipendenza e l’integrità dell’Agenzia. Anche qualora si volessero modificare i Trust Principles, per esempio. Un meccanismo anti-scalata, anti-conquista da parte d’un soggetto esterno.
trust principles
Accade nel 2008, quando il gruppo canadese Thompson acquisisce Reuters. L’operazione viene costruita proprio attorno a questo preciso vincolo: nasce Thomson Reuters, ma i Trust Principles restano intatti e la Founders Share continua a esistere il guardiano dell’indipendenza dell’attività giornalistica. Nessun tipo di alterazione rispetto al nuovo proprietario.
Dal punto di vista strettamente proprietario, l’Agenzia Reuters si trova all’interno di un grande gruppo, ma con un “vincolo costituzionale” che limita e frena il potere degli azionisti su ciò che riguarda direttamente l’informazione.
limiti giuridici
I giornalisti, in questo caso, non hanno né diritto di veto, come avviene per Le Monde, né possiedono quote o azioni della testata. Il loro ruolo non è codificato come un contropotere proprietario, ma sono protetti solo perché lavorano in un contesto in cui la proprietà è giuridicamente limitata e vincolata da principi di indipendenza non modificabili a piacere, dalla sera al mattino.
I principi sono chiari: la proprietà gestisce l’azienda e ne trae il relativo profitto, ma non può trasformare l’agenzia in uno strumento di parte o piegarla a interessi di controllo senza superare l’asticella d’una barriera statutaria molto alta, presieduta da un soggetto terzo e indipendente.
In estrema sintesi, lo “statuto Reuters” consiste in tre pilastri intrecciati: principi editoriali incorporati nello statuto societario; un’azione speciale detenuta da un ente indipendente con poteri di veto su cambiamenti che minaccino l’indipendenza; l’obbligo per board e management di rispettare quei principi anche in presenza di nuovi proprietari o grandi operazioni societarie.
guardiano esterno
Insomma, può accadere di tutto (cambio di azionisti, di dimensione e struttura aziendale), ma la Reuters non può cambiare natura senza il consenso di un “guardiano” esterno creato appositamente per difendere la propria autonomia giornalistica.
In genere le Fondazioni nel mondo dei media nascono quasi sempre con l’idea di sottrarre il controllo dell’informazione dalle pretese e dalla disponibilità immediata di un singolo proprietario o di interessi di mercato contingenti e a breve termine. Strumenti pensati soprattutto per garantire tre cose tra loro intrecciate: la continuità della testata nel tempo; la sua indipendenza editoriale da pressioni politiche o industriali; la fiducia del pubblico.
utili reinvestiti
Il modello usuale è quello in cui la Fondazione detiene le quote di controllo e ha ben scritto nello Statuto il suo fine, che è quello di “garantire l’indipendenza editoriale e la qualità dell’informazione”. Gli eventuali utili non vengono redistribuiti tra i soci privati ma vengono reinvestiti nella testata o in attività editoriali strettamente connesse. Un impegno preso direttamente con la redazione, i lettori, gli interessi del pubblico.
E i giornalisti? A loro è offerta una protezione indiretta, nel senso che i vincoli prefissati rendono più difficile un giorno arrivi un nuovo azionista e stravolga la linea editoriale della testata per convenienza politica oppure economica. I giornalisti però non hanno potere di comando o di nomina, per esempio del direttore.
Nel modello più signifcativo e forte, come quello di The Guardian o di altre esperienze nord-europee, la Fondazione controlla totalmente l’editore e in questo caso il mercato non può “comprare” la testata. Mentre in modelli più ibridi, come per Le Monde in Francia, la Fondazione o il fondo d’indipendenza non è l’unico proprietario, ma detiene quote e diritti speciali tali da impedire scalate o cambi di controllo senza il consenso di soggetti di garanzia, tra i quali figurano anche i “giornalisti organizzati”.
flussi di denaro
In ultima analisi, il Trust protegge la missione della testata (modello The Guardian), la Fondazione governa la proprietà (modello Le Monde e Domani), l’Azione speciale limita il potere proprietario (modello Reuters).
Quanto a la Repubblica, finora non ha mai adottato alcun meccanismo di garanzia. Come la gran parte dei giornali italiani.
E per capire come funziona finanziariamente una Fondazione bisogna osservare con attenzione i flussi reali del denaro. La Fondazione di controllo editoriale non coincide con la redazione né con l’azienda editoriale, sono due livelli distinti. E capire come funziona significa prestare attenzione a come i soldi passano o non passano tra la Fondazione e la Società editrice.
vivere di rendita
In genere una Fondazione nasce con un capitale iniziale versato dal fondatore, che può esser una persona o un gruppo. Oppure attraverso beni conferiti come quote societarie, immobili, titoli. Ma il patrimonio non è spendibile liberamente, viene investito con prudenza e serve a generare rendimenti. La Fondazione ideale? Vive di rendita, non di donazioni continue, e se il patrimonio è piccolo, va da sé, la Fondazione è strutturalmente fragile. Cosicché il modello più solido è quello in cui il patrimonio investito produce rendimenti annuali e questi vengono reinvestiti per sostenere la missione. Il capitale resta intatto e la Fondazione non dipende da un solo soggetto.
La formula ottimale d’una Fondazione editoriale? Dire di no, opporsi, senza restare priva di denaro.
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