A metà anni Settanta lo “Statuto Ottone” tenta d’importare un’idea europea di garanzia in una redazione di giornale. Un documento forte culturalmente, ma inizialmente fragile dal punto di vista del potere reale. In ogni caso, un precedente scomodo e che infastidisce i più.
Diversi giornali Europei, da Le Monde a The Economist, passando per Der Spiegel, Die Zeit, si sono invece attrezzati con strumenti statutari di diverso ordine e grado, rafforzando le garanzie: dal controllo collettivo sulla linea editoriale, alla partecipazione alla governance della testata (Le Monde in Francia) fino alla forte autonomia redazionale, all’introduzione di statuti interni vincolanti e alla costituzione di comitati editoriali con potere reale (Die Zeit, Der Spiegel in Germania e alcune testate scandinave). Nel mondo anglosassone invece – è il caso di The Guardian – la proprietà è affidata direttamente ad un trust, lo statuto tutela l’indipendenza mettendola al riparo da pressioni economiche e il Direttore può vantare una forte autonomia con ampi poteri decisionali dentro un quadro garantito. Negli Stati Uniti, il Washington Post ha codici editoriali rigorosi, esiste una netta separazione tra proprietà e redazione, vi è una seria tutela del giornalista e delle sue fonti.
momenti di crisi
Ma come incidono in concreto questi statuti o apparati di garanzie nei casi specifici? Guardare ai momenti di crisi è forse il modo migliore per capire se i meccanismi di garanzia adottati dalle diverse testate funzionino davvero o restino invece pure e semplici dichiarazioni di principio. Ecco i casi concreti.
Nel Regno Unito, nel 2013, scoppia il caso Snowden/Nsa leaks: The Guardian pubblica i documenti di Edward Snowden, collaboratore di un’azienda consulente della Nsa (National Security Agency statunitense), sui programmi di sorveglianza della stessa agenzia e del Government Communications Headquarters (Gchq). Il governo britannico esercita pressioni dirette sul quotidiano inglese, agenti dei Servizi chiedono la distruzione dei materiali riservati, richiesta che The Guardian accetta, distruggendo gli hard disk, non prima d’aver messo i file al sicuro all’estero, a New York, dove li pubblica attraverso l’edizione Usa.
rischio politico
In quel frangente il rischio non è tanto interno (redazione vs editore), bensì esterno e politico. Nel caso, lo Scott Trust, l’entità creata nel 1936 per garantire l’indipendenza finanziaria ed editoriale del gruppo britannico The Guardian (che include anche The Observer) sostiene apertamente il direttore Alan Rusbridger e la linea editoriale, nonostante i forti rischi legali, le insistenti pressioni governative, i sicuri danni economici e reputazionali a breve termine. Il Trust fa esattamente ciò per cui è stato creato: protegge l’indipendenza della testata a tutti i costi e anche quando questo costa. Per esempio, quando il primo ministro David Cameron minaccia misure contro il giornale, il Trust conferma pubblicamente la linea editoriale e lo copre quando lo Stato lo considera un problema di sicurezza nazionale.
chiesa e scandali
Il caso irlandese. Compreso tra gli anni 2000 e 2010, è molto simile a quello di The Guardian: un modello fiduciario che si prefigge di assorbire l’urto politico senza sacrificare l’editoriale. Riguarda The Irish Time che ha varato una serie di inchieste su politica, Chiesa e scandali istituzionali. In ballo ci sono pressioni politiche e rischi economici. Il giornale è controllato dall’Irish Times Trust, creato appositamente per garantire indipendenza giornalistica ed editoriale. E il Trust ribadisce di non voler interferire con le scelte editoriali e che il direttore “risponde solo alla missione del giornale”.
nuovi azionisti
Il caso francese. Nel 2019 la redazione di Le Monde rende pubblica una richiesta senza precedenti: ovvero, non ci può essere nessun nuovo azionista di controllo senza il consenso dei giornalisti. La questione riguarda alcuni proprietari, tra cui Xavier Niel, imprenditore francese, attivo nel settore delle telecomunicazioni e delle tecnologie industriali, più di recente conosciuto anche come fondatore e azionista di maggioranza della compagnia francese Iliad, di cui è presidente. Ma è anche il principale azionista del quotidiano, che con gli altri due soci, Matthieu Pigasse e Daniel Křetínský, dichiara di voler “mettere ordine” nella governance della testata. Allarmata, la redazione teme una normalizzazione manageriale e una perdita d’autonomia. I giornalisti mettono mano ai loro strumenti statutari e li usano, sostanzialmente, per una richiesta formale di riforma della struttura proprietaria di Le Monde. Non prima d’aver avviato una mobilitazione pubblica, che coinvolge i lettori, ed esercitato una pressione interna.
polo d’indipendenza
L’esito è che nasce e viene rafforzato il Pòle d’indépendance de la presse: le quote principali vengono trasferite al Fonds pour l’indépendance de la presse rendendo di fatto il controllo blindato e difficilmente cedibile. Il diritto di veto dei giornalisti sull’ingresso di nuovi azionisti viene così formalizzato. Il Fonds pour l’Indépendance de la Presse (Fondo per l’Indipendenza della Stampa) di NJJ Presse, la holding di Xavier Niel controlla, tramite Le Monde Libre, la maggioranza del capitale del Gruppo Le Monde (Le Monde, Télérama , La Vie , Courrier International , l’85% di Le HuffPost e il 51% di Le Monde Diplomatique) nonché Le Nouvel Obs. Il 17 aprile 2024 il Fondo per l’Indipendenza della Stampa ha deliberato all’unanimità l’acquisizione, per la somma di 1 euro, dell’intero capitale – meno un’azione – di NJJ Presse, finora controllata da Xavier Niel. A seguito di questa acquisizione, il Fondo detiene ora il 99,9% delle azioni di NJJ Presse e diventa quindi l’azionista di controllo indiretto del Gruppo Le Monde. Il Fondo proteggerà il capitale del Gruppo Le Monde quindi sarà impossibile venderlo. Il Pôle d’Indépendance (Polo dell’Indipendenza) del Gruppo Le Monde, riunisce le associazioni di giornalisti, collaboratori e lettori di Le Monde, Télérama, Courrier International e La Vie.
messo alla prova
Il meccanismo funziona non perché evita il conflitto, bensì perché lo rende esplicito. Si può dire che questo è un caso chiave, perché mostra una faccia della medaglia che a metà anni Settanta lo Statuto Ottone non era riuscito a risolvere: tradurre un principio etico in architettura societaria.
Il caso tedesco, anni 2000-2010. Dopo la morte di Rudolf Augstein, fondatore di Der Spiegel, emergono forti tensioni tra il management, la redazione, i soci, inclusa la Mitarbeiter KG, la società dei dipendenti-azionisti. Der Spiegel viene spesso citato come esempio di “indipendenza strutturale”, ma anche in questo caso il sistema è stato testato e messo alla prova: le decisioni strategiche e le nomine apicali incontrano resistenze interne, ma i dipendenti-azionisti non sono solo consultati, possono incidere nel concreto e poi il confronto non è pubblico, come in Francia per Le Monde, ma avviene direttamente dentro la governance. Il risultato è che la redazione non viene scavalcata, il management deve negoziare e la continuità editoriale viene preservata. Un modello molto resistente sul lungo periodo. E la sua forza sta nella capacità di assorbire i conflitti senza rotture.
articoli falsificati
Nel 2018 c’è il “caso “Relotius”, che coinvolge sempre Der Spiegel. Class Relotius, un reporter star, ha falsificato decine di articoli. Un evento interno che per il giornale è devastante. In ballo c’è la sua credibilità, un forte rischio legale, ma pure la tentazione di “coprire” il caso o di minimizzare. Ma la risposta della testata è quella di pubblicare, tutto anche contro sé stessa. E dopo aver avviato un’indagine durissima, accetta dimissioni e riforme strutturali della parte editorial-giornalistica. La proprietà del giornale non è concentrata, c’è una presenza di dipendenti-azionisti e la testata vanta una forte autonomia editoriale.
costo della verità
In questo caso non serve resistere a pressioni esterne, ma semmai non autocensurarsi quando la verità danneggia il giornale. Si può dire che siamo di fronte all’equivalente del caso Snowden nel Regno Unito. L’indipendenza viene testata proprio nel momento in cui dire la verità costa.
Il caso danese. Il quotidiano Politiken è pubblicato da JP/Politiken Hus a Copenhagen e nel 2005-2006 entra in una crisi internazionale profonda in seguito alla pubblicazione delle vignette irridenti su Maometto. Le minacce sono il frutto di pressioni diplomatiche, boicottaggi e un rischio generale di sicurezza. Politiken è controllato da una Fondazione con una missione di indipendenza, ma la stessa Fondazione non impone una linea editoriale “prudente”, bensì difende il diritto del giornale a scegliere come posizionarsi, anche autocriticamente. Non è un caso di censura evitata, ma di “spazio di decisione protetto”. Il punto non è cosa il giornale decide, ma chi decide.
coraggio non basta
Si può dire che tutte queste storie sono legate da un tratto comune: l’indipendenza non viene difesa con il coraggio individuale, ma con strutture che reggono quando il coraggio non basta.
Il caso spagnolo. Ovvero, quando la crisi finanziaria entra in redazione. La vicenda risale al 2012 e riguarda El Paìs: il Gruppo Prisa, che edita il quotidiano, è sommerso dai debiti dopo la crisi finanziaria spagnola. Per ovviare, l’editore apre il capitale a fondi e banche, rinegozia il controllo societario, ma subisce anche una forte pressione finanziaria. Le conseguenze sono immediate: il direttore Javier Moreno viene rimosso, la linea editoriale si attenua e si fa più cauta verso il governo e i creditori.
chiusura improvvisa
Un caso analogo è quello greco della testata Elefterotypia, che nel 1975 nasce come cooperativa (molti soci e un assetto collettivo), poi viene presa in gestione dalla famiglia Tegopoulos e mantiene un forte identità indipendente e critica. Ma con la crisi economica greca post 2008, i debiti si accumulano e il giornale entra in crisi di liquidità. Vi sono tentativi di salvataggio con accordi con banche, tagli al personale e la vendita della sede. Nel 2013 una nuova proprietà entra nella cooperativa acquisendo il 67% delle quote senza però riuscire a risollevare le sorti del giornale. La redazione propone il varo di una nuova cooperativa, per recuperare l’indipendenza perduta, ma la nuova proprietà rifiuta. Tanto che nel 2014 decide la chiusura improvvisa della testata e i giornalisti e l’intera redazione vengono impediti di accedere ai sistemi.
assetto proprietario
I due casi dimostrano cosa accade quando mancano strumenti di garanzia forti, come nel caso di Le Monde o di The Economist, che ha regole statutarie dure e rigide che separano proprietà e autonomia editoriale, e quando l’assetto proprietario prevale, detenendo la maggioranza assoluta, e la redazione non ha strumenti di tutela statutaria o contrattuale.
A la Repubblica non è mai esistito un sistema di tutele equivalenti a quelle di The Economista, per esempio. Da De Benedetti in poi si sono fatti discorsi su Fondazioni o Cda forti che non sono mai diventati realtà, tant’è che nel 2020 il quotidiano, fondato da Eugenio Scalfari con Carlo Caracciolo nel 1976, entra nella sfera di Exor-Gedi-Elkann totalmente disarmato.
Oggi se ne vedono le conseguenze.



