Come in una sorta di riedizione del manoscritto di Salamanca, protagonista di uno dei romanzi chiave della tradizione picaresca spagnola del XVI secolo, anche il testo di Peter Thiel “Momento Straussiano”, scritto nell’ormai lontano 2004, ed oggi riproposto con improvvisa fortuna, è uno spartiacque della geo politica globale.
E’ la tesi di “Guerre in codice: come le intelligenze artificiali resettano la democrazia” (Donzelli editore) il nuovo saggio di Michele Mezza, giornalista per lunghi anni alla Rai dove, dopo esperienze da inviato in Russia e Cina, fu l’autore del progetto editoriale di Rainews24 nel 1999. Oggi docente universitario alla Federico II di Napoli e notista di diverse testate come Huffington Post, Prima Comunicazione e L’Altra Voce, per le quali si occupa di innovazione tecnologica e dell’evoluzione dei media digitali.
ucraina e gaza
Il libro chiude una trilogia della guerra ibrida, quella nuova forma di conflitto -spiega l’autore- in cui si combatte interferendo nell’opinione pubblica dell’avversario. Tre anni fa uscì, sempre per Donzelli, “Netwar, Ucraina-Come il giornalismo cambia la guerra”, poi l’anno seguente “Connessi a morte: guerra, media e democrazia nella società della Cybersecurity”. Nel primo caso lo sfondo era l’invasione russa dell’Ucraina, nel secondo prevalentemente la guerra a Gaza, mentre il volume che esce in questi giorni affronta il più complessivo rapporto fra potenze algoritmiche e poteri istituzionali. Il filo conduttore che attraversa i tre testi è proprio l’informazione, ossia come le nuove dinamiche della produzione e distribuzione di notizie trasformino il mestiere di giornalista in una categoria della logistica militare. Si combatte come si vive, e si vive scambiando news, scrive Mezza nel suo libro che affronta quello che chiama il “Peter Thiel’s switch”, ossia quella strategia del fondatore di Palantir, la più potenze impresa di anaslisi predittive dei dati ai fini militari, secondo la quale: la tecnologia oggi deve governare direttamente, mentre la politica deve rassegnarsi ad essere puro comprimario comunicativo.
l’ombra di thiel
Una visione apparentemente distopica che in questi giorni sta diventando fredda cronaca. Da Kiev alla Palestina, e ora a Venezuela e Groenlandia, vediamo in azione un’amministrazione americana su cui incombe l’ombra di Peter Thiel come grande regista e ispiratore, anche attraverso il vice presidente Vance.
Nella prima parte di “Guerre in Codice” l’autore si concentra proprio sugli obbiettivi di Peter Thiel, indicati con disarmante sincerità ed evidenza nel saggio che l’ormai miliardario della Silicon valley scrisse più di 20 anni fa e che ora riemerge come bussola di quella che viene definita da Mezza una nuova “tecnodestra”.
dati in tutto il mondo
Si tratta di un movimento, quello che guidano Thiel e Vance, che a differenza della destra tradizionale, non mira ad usare lo stato come istituzione repressiva, ma invece, al contrario, vuole scagliare la rabbia popolare contro ogni vincolo istituzionale alla proprietà privata, e, segnatamente, ai proprietari delle grandi imprese tecnologiche. Per Thiel e la nuova Casa Bianca il sistema digitale americano è stato sostenuto e protetto per tutelare la sicurezza nazionale, rastrellando dati in tutto il mondo e omologando comportamenti e pensieri ai nuovi linguaggi delle intelligenze artificiali di matrice appunto statunitense.
laboratorio globale
In questo contesto il giornalismo diventa un vero laboratorio globale in cui le grandi piattaforme- da Google a Facebook, da OpenAI ad Amazon e ancora a tutti i principali produttori di risorse basate sulle AI- elaborano sofisticati sistemi semantici per penetrare nelle nostre psicologie, risucchiandone informazioni vitali per i nuovi agenti esperti che cominciano ad affiancarsi ed a guidarci, leggendo e scrivendo già per noi.
Ma se il giornalismo è assediato , e vediamo nella nostra periferia quali siano le conseguenze sul mercato professionale, Mezza indica un percorso di potenziale ripresa.
figure artgianali
L’informatica, scrive, ha un inesorabile vocazione al decentramento, trasformando ogni dispositivo grande in uno piccolo, ogni apparato costoso in uno gratuito, ogni meccanismo complesso in uno semplice. Lo abbiamo visto con i computer, i telefonini, e le diverse protesi digitali. Ora le intelligenze artificiali, che l’autore raccomanda sempre di indicare al plurale proprio per esprimere la differenziazione dei diversi sistemi, già delineano un’evoluzione che rende plausibile per figure artigianali, come i giornalisti, o ancora meglio, le strutture redazionali nel loro insieme, di interferire con i contesti algoritmici personalizzando le fasi di addestramento, i linguaggi e le applicazioni.
Un giornalista deve essere titolare delle sue intelligenze e dall’insieme di queste intravvedere una nuova dialettica sociale che apre spazi e prospettive ad una democrazia epistemologica di cui il giornalismo tecnologicamente consapevole sia emblema e testimonial, non cronista del proprio decadimento.


