Con tutta probabilità alla fine di questo mese di gennaio 2026 si completerà la vendita del quotidiano la Repubblica, dopo i festeggiamenti per i cinquant’anni dalla fondazione, e dopo l’annuncio dato da John Elkann sul finire del 2025. Le preoccupazioni tra i giornalisti del quotidiano romano sono molteplici per i cambiamenti che questo passaggio comporterà, a cominciare dal possibile stravolgimento della linea editoriale, in considerazione dei rapporti che il nuovo acquirente, l’imprenditore-armatore greco Kyriakou, vanta con Trump, sauditi e destra greca.
Come difendere la storia e la lunga tradizione di giornale democratico, diventato un modello giornalistico ed editoriale che ha influenzato e contaminato nel tempo tutta la stampa italiana, pioniere dell’innovazione, così come fu Il Giorno, arrivato in edicola nel 1953?
cambi di proprietà
Il tempo stringe e purtroppo non sembrano esserci grandi margini di manovra per forme di autotutela. Anche perché da questo punto di vista, non solo la Repubblica, ma l’intera stampa italiana si presenta debole e disarmata in quanto a statuti e regole di garanzia dinanzi alle compravendite delle testate e ai cambi di proprietà.
Contromisure mai prese anche dopo che il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari nel 1976 dovette affrontare la “guerra di Segrate”, iniziata il 25 settembre 1990 con la conquista da parte di Silvio Berlusconi dell’intero Gruppo L’Espresso, vicenda che si risolse solo grazie ad una spartizione (il Lodo Mondadori, un arbitrato), favorita da una mediazione politica (Giulio Andreotti) tramite l’editore ed ex senatore democristiano Giuseppe Ciarrapico.
nuovi attacchi
Direttore e giornalisti se la videro brutta, ma riuscirono a scamparla. Ma non riuscirono a far nulla per blindarsi contro possibili nuovi attacchi. Nemmeno quando John Elkann nel 2020 si impossessò dell’intero Gruppo Gedi (la Repubblica, L’Espresso, tredici testate locali targate Finegil, una serie di radio).
Eppure, il nipote-erede dell’Avvocato Gianni Agnelli già controllava e tuttora controlla il settimanale inglese The Economist, da sempre un modello d’indipendenza editoriale, per la volontà di mantenere la sua reputazione di integrità e la capacità di affrancarsi dagli interessi economici della proprietà e dei suoi azionisti. Una dote di credibilità e di autonomia che The Economist si è guadagnato nei suoi 182 anni di vita, specie nel caso in cui si dovesse venire a creare una figura di azionista in posizione dominante.
Ma quel che vale per Londra non sembra valere per Roma.
connotazione giuridica
Qualcosa di simile aveva provato a vararlo nel 1974 il Comitato di redazione del Corriere della Sera, con l’ausilio di Piero Ottone, Direttore dal 1972 al 1977, nel corso di un periodo molto turbolento per il giornalismo italiano e per il Corriere, segnato da lotte interne per l’indipendenza editoriale e legato alla più ampia battaglia dei giornalisti per ampliare diritti e autonomia interna rispetto alla proprietà della testata. Si chiamò “Statuto Ottone”, per altro in parte disconosciuto formalmente dall’associazione degli editori, Fieg. La base dello “Statuto Ottone” è l’idea di giornale come “opera comune”, ove le prerogative della direzione restano intatte, ma allo stesso tempo vengono concessi ampi margini di decisione alle articolazioni redazionali. Statuto che negli anni successivi ha assunto anche una connotazione giuridica, sulla base della “conciliazione Siniscalchi” (23 luglio 1974), dal nome del pretore al quale il Cdr del Corriere si rivolse per farsi riconoscere autonomia e professionalità anche dalla proprietà Rizzoli.
documento fragile
Lo “Statuto Ottone” tentò una strada inedita per l’Italia: importare un’idea europea di garanzia, senza però averne le condizioni strutturali. Il risultato è che si tratta di un documento forte culturalmente, ma fragile sul piano del potere reale, perché non limita la proprietà come in Inghilterra, non istituisce una sorta di cogestione come in Francia, non si fonda su un sistema stabile di regole riconosciute come in Germania.
Il caso più prossimo è quello di Le Monde, quotidiano in cui dal 1951 i giornalisti partecipano alla governance della testata, con meccanismi di controllo sulla linea editoriale e dove quindi il Direttore non deve rispondere solo all’editore. La Société de Rédacteurs (i giornalisti) detiene quote del giornale, elegge e approva il Direttore, partecipa alle decisioni strategiche: la redazione non è solo un corpo professionale, ma un “soggetto collettivo” e il Direttore non è un “capo” nel senso assoluto, ma è una figura politica indotta a mediare di continuo.
quote controllate
Per Le Monde la svolta arriva nel 2019, quando la redazione chiede pubblicamente ai proprietari di garantire l’indipendenza affidando ai giornalisti un potere di approvazione su chi controlla le quote. Poi, nel 2024, Le Monde annuncia un passaggio decisivo: la Njj Presse, holding di Xavier Niel, co-proprietario della testata francese, viene trasferita al Fonds pour l’indépendance de la presse, rendendo di fatto le quote inalienabili, quindi non rivendibili, senza condizioni stringenti e al Pòle d’indépendance, con una quota minoritaria, ma diritti di governance e di veto.
Altrove in Europa i modelli di garanzia dell’autonomia editoriale funzionano in modo diverso. In Inghilterra, il caso più noto è quello di The Guardian, la cui indipendenza non passa dalla redazione, bensì dalla struttura proprietaria. Dal 1936 il giornale è controllato dallo Scott Trust, organismo creato appositamente per impedire che la testata venga piegata a interessi politici e commerciali.
risultati ottenuti
Il Trust non interviene e non decide sui contenuti, nomina il Direttore e lo giudica dai risultati ottenuti, per il resto interviene solamente se l’indipendenza è minacciata da un punto di vista strutturale. La redazione, dal canto suo, non vota, non governa, non convoca assemblee decisionali. Altresì è cosciente che nessun editore può usare il giornale come uno strumento personale. Poche regole chiare, forte fiducia nelle istituzioni, grande autonomia individuale. Modello assolutamente britannico.
Meno spettacolare ma più solido il caso tedesco. Testate come Der Spiegel o Die Zeit funzionano secondo una forte autonomia del Direttore e con statuti editoriali vincolanti. I Cdr hanno poteri consultivi reali e vi è una netta separazione tra editori e contenuti. In questo caso l’indipendenza non è affidata alla proprietà, come in Inghilterra, né al conflitto delle assemblee, come in Francia. Bensì a regole condivise e rispettate.
società veicolo
Questo significa che il concetto d’indipendenza funziona come una macchina con pesi e contrappesi. Ovvero, se cambia la proprietà scattano veti, se cambia il Direttore scattano voti qualificati e se qualcuno interferisce, c’è sempre una carta etica a cui appellarsi e che chiama in causa gli azionisti.
Il caso di Der Spiegel unisce regole editoriali e struttura proprietaria con la partecipazione dei dipendenti. Nel 1974 Rudolf Augstein ristruttura l’azienda per rendere i dipendenti azionisti tramite una società/veicolo (“Mitarbeiter KG”), ovvero una partecipazione “unica” dei dipendenti con criteri di accesso in base all’anzianità, con diritto di veto e un ruolo nella governance.
patto risarcitorio
Per la Repubblica il tempo stringe. Diciamo che manca un mese alla “svendita”. Il Comitato di redazione ha già fatto le sue richieste a John Elkann affinché il contratto contenga garanzia per l’occupazione e il mantenimento della linea editoriale. Non è usuale che chi venda stabilisca pregiudiziali, ma Elkann potrebbe essere invitato a stringere un “patto risarcitorio” per la cessione del giornale all’armatore greco Kyriakou, sottoscrivendo regole di garanzia che si possono ispirare al modello inglese, a quello francese o a quello tedesco. Oppure al modello The Economist, di cui Elkann è azionista. Sarebbe un gran risultato per la lotta della redazione e anche un segnale in positivo per il resto della stampa italiana.



