Dall’inizio della “tregua” del 10 ottobre 2025, promossa dal Presidente Trump, a Gaza sono state uccise 523 persone, scrive Gideon Levy sul quotidiano indipendente israeliano Haaretz: “Stando al ministero della Salute palestinese, numeri ufficialmente confermati da Tel Aviv”. Inoltre, il 5 febbraio, per rispondere al ferimento di un soldato israeliano nei pressi della Linea gialla che separa la zona sotto controllo dell’esercito israeliano dal resto della Striscia, sono stati uccisi altri 24 palestinesi, tra cui 8 bambini.
Ventiquattro morti per un ferito.
riapertura del valico
Tutto questo tre giorni dopo la riapertura del valico di Rafah con l’Egitto, prevista dalla “tregua” di 4 mesi fa. Amos Harel, sempre su Hareetz, ha scritto che la politica di Benjamin Netanyahu si basa sulla speranza che la tregua naufraghi e che il presidente degli Stati Uniti dia a Israele il via libera per conquistare definitivamente Gaza.
Intanto, Israele continua a sbarrare l’accesso alla Striscia di Gaza ai giornalisti stranieri.
Uno stop che va avanti dal 7 ottobre 2023 e che proseguirà anche nel 2026. Il governo di Tel Aviv infatti ha dichiarato alla Corte Suprema israeliana che il divieto per i media internazionali deve rimanere in vigore per motivi di sicurezza. Nel documento inviato al tribunale e riportato dall’Afp, il procuratore rappresentante dell’esecutivo sostiene che la tregua a Gaza è oggetto di “continue minacce” e per questo “non deve essere autorizzato” l’ingresso di reporter senza scorta. Le conclusioni del governo le aveva anticipate il ministro della Difesa Israel Katz a fine anno parlando alla Knesset, il Parlamento israeliano. Secondo Israele, l’entrata dei giornalisti potrebbe anche ostacolare le operazioni di ricerca dei resti di Ran Gvili, ultimo ostaggio israeliano rimasto nella Striscia.
lettura dei pezzi
Sono stati molteplici gli appelli per aprire i confini della Striscia ai media internazionali. Tutti caduti nel vuoto. Finora Israele ha consentito l’entrata solo a un piccolo numero di cronisti selezionati e accompagnati dall’Idf in aree ristrette, senza possibilità di contatto con la popolazione, con lettura dei pezzi prima della pubblicazione.
Nel 2024 la Foreign press association (Fpa), di cui fanno parte centinaia di testate di tutto il mondo, ha presentato una richiesta alla Corte Suprema, chiedendo che venisse eliminato il divieto. Secondo la Fra esso infatti rappresenta “un grave danno alla libertà di stampa” e al “diritto all’informazione”. In seguito a questa petizione, la Corte, dopo numerose proroghe, ha stabilito per il 4 gennaio il termine ultimo entro cui il governo avrebbe dovuto elaborare un piano per aprire i confini di Gaza ai media. Ora che il governo ha presentato la sua relazione, l’Alta corte si pronuncerà finalmente? I margini per nuovi rinvii sembrano finiti. Il 23 ottobre 2025, la Corte ha deciso di concedere alle autorità israeliane un mese “per elaborare un piano per l’accesso”. Il 24 novembre la Corte ha rinviato tutto al 4 dicembre. Il 21 dicembre ha rinviato tutto al 4 gennaio.
forti restrizioni
Su Internazionale del 30 gennaio il Direttore Giovanni De Mauro ha scritto che “nonostante il cessate il fuoco di ottobre, Israele ha continuato ad applicare forti restrizioni all’ingresso di merci, comprese case prefabbricate, ruolottes e materiali per costruzione di rifugi. Israele continua a impedire all’Unicef di portare nella Striscia il latte in polvere per i neonati. Sebbene attualmente sia consentito l’ingresso di 600 camion di aiuti al giorno le autorità locali affermano che ne entrano 200. Ne servirebbero almeno 1000. Alimenti come carne e uova sono lasciati marcire sui camion. E sono state revocate le licenze a 37 organizzazioni internazionali, tra cui Medici senza frontiere, perché non soddisfano “requisiti di sicurezza” e “trasparenza” secondo il ministero per gli Affari della diaspora e la Lotta all’antisemitismo”.
Perché i giornalisti internazionali non possono andare a verificare tutto questo? Se tutto questo non è vero non sarebbe interesse di Israele che fonti indipendenti lo certifichino? Ma probabilmente è tutto vero.
trecento uccisi
Il compito di testimoniare ciò che accade nell’enclave, dove più della metà della popolazione è sfollata e vive in tende fatiscenti, senza servizi e acqua e con aiuti umanitari insufficienti, rimane in capo ai giornalisti palestinesi. Sono circa 300 gli operatori dei media uccisi dall’esercito israeliano.
Il nuovo stop va ad aggiungersi ad altri due provvedimenti presi da Israele: l’approvazione di un emendamento per prolungare la cosiddetta “legge Al Jazeera” per impedire la trasmissione di media stranieri ritenuti una minaccia fino alla fine del 2027, e l’espulsione di 37 organizzazioni umanitarie dalla Striscia di Gaza, incluse Msf, Oxfam e Actionaid. Su quest’ultima decisione si sono espresse anche l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, e la commissaria Ue al Mediterraneo Dubravka Suica: “Chiediamo a Israele di consentire alle organizzazioni non governative internazionali di operare e fornire aiuti salvavita ai civili bisognosi in Palestina. La situazione umanitaria a Gaza continua a peggiorare. Con l’arrivo dell’inverno, i palestinesi sono esposti a forti piogge e al calo delle temperature, senza rifugi sicuri. I bambini rimangono fuori dalle scuole. Le strutture mediche funzionano a malapena, con personale e attrezzature minimi”. Per questo “le Ong internazionali devono poter operare in modo sostenuto e prevedibile”.
civili e combattenti
Alla fine di gennaio 2026, fonti dell’esercito israeliano (Idf) hanno confermato che il numero dei palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza ha superato i 70.000, allineandosi sostanzialmente con le stime fornite dal Ministero della Salute di Gaza, gestito da Hamas. Secondo le stime diffuse dai media israeliani, che riportano le valutazioni dell’Idf, circa 25.000 di questi morti sarebbero membri delle organizzazioni terroristiche (principalmente Hamas). Basandosi su queste cifre (25.000 combattenti su oltre 70.000 morti), l’Idf sostiene che il rapporto tra civili e combattenti sia “relativamente basso” per un contesto di guerra urbana, parlando di circa 1,5-2 civili uccisi per ogni terrorista. Alcune organizzazioni internazionali e Ong sostengono che la percentuale di civili sia significativamente più alta, spesso citando stime che superano l’80% di vittime civili, includendo tra i morti persone sotto le macerie o decedute per mancanza di cure mediche. Il numero di 70.000 non include le migliaia di corpi che si ritiene siano ancora sepolti sotto le macerie.
(nella foto, la Corte suprema israeliana. Al centro Benjamin Netanyahu)





