di RAIMONDO BULTRINI

Non so se dirmi più sorpreso degli eventi di oggi oppure più consapevole di essermi risparmiato per la seconda volta di dover assistere dall’interno al crollo di un’altra colonna del quarto potere in Italia. Devo prenderla larga, ma molti colleghi potrebbero trovarla interessante e i più giovani aspiranti giornalisti forse ci leggeranno tra le righe storie di altri pianeti, quando l’Unità era l’Unità, e quando la Repubblica era la Repubblica. 

Entrai nel giornale fondato da Gramsci a metà degli anni ’70 quando il motto era ancora: “L’Unità dice sempre la verità” e vendeva di domenica fino a un milione di copie, con firme prestigiose celebrate ancora oggi finché il celebre caso Cirillo-Maresca non mostrò le prime significative crepe nelle fondamenta etiche del giornale. L’inizio del crollo. Ero uno dei cronisti giudiziari tenuti all’oscuro dei fatti che chiunque può rileggersi online e rimasi impressionato dalla ingenuità con cui giornalisti veterani di cui non faccio i nomi e un Direttore coltissimo che poi divenne presidente della Rai si erano fatti contagiare dall’eccitazione di uno scoop falso offerto loro da una cronista poco più che ventenne e alle prime armi.

fake news all’italiana

Fu forse la prima fake news italiana con immediate conseguenze storiche, perché lì secondo me iniziò il declino del grande Partito Comunista di Berlinguer, che morì di lì a due anni.  Con questo precedente che tolse credito al celebre motto Unità=verità continuai con un certo imbarazzo il mio lavoro di cronista giudiziario pochi altri anni, finché dopo Berlinguer venne il vegliardo Natta e poi il giovane Achille Occhetto, coadiuvato da D’Alema, che vollero svecchiare il partito e i costumi, uno baciando in pubblico sua moglie, l’altro mostrandosi in vela da marinaio navigato. Furono proprio certe foto a farmi dubitare del nuovo corso e non per bigottismo becero comunista. Il fatto era che un anno prima di andarmene mi ero visto cestinare dal compagno Emanuele Macaluso, allora direttore del post caso Maresca, un’inchiesta sulla mafia degli appalti dei fratelli Rendo e Costanzo realizzata con i sindacalisti Cgil della Banca, dunque non una fonte incerta com’era stata lo spione che irretì la collega Maresca. Mi disse che non potevamo condizionare una gara d’appalto in corso con illazioni, che eravamo un giornale serio. 

maestro buddhista

Me ne andai prima a Paese Sera e poi in Cina, mentre il giornale del post caso Cirillo declinava con parte del Pci verso sponde che definirei craxiane. Però gli stipendi dei giornalisti furono omologati a quelli della categoria professionale che un tempo definivamo “borghese” e non ai salari dei metalmeccanici che percepivo io… Ma le copie erano scese ai minimi dopo l’avvento di un potente competitore d’area come Scalfari. Certo i fattori del crollo furono molti, ma quello della credibilità del vecchio organo del Pci lo riterrei fondamentale. Anche per capire il caso Repubblica di oggi.

Fui uno dei tanti che dal giornale del Partito Comunista migrò a quello di Scalfari, anche se passarono diversi anni durante i quali – a differenza dei miei colleghi in gran parte rimasti a curare le varie nuove versioni de l’Unità o assunti altrove – attraversai per dieci mesi la Cina e il Tibet con un maestro buddhista. Tornai in un’Italia dove non c’erano i silenzi dell’Himalaya, ma le grida di protesta della gente da Nord a Sud che raccoglievo per la trasmissione di Michele Santoro dove ero stato assunto e si chiamava solo per coincidenza “Samarcanda”. Dopo tre edizioni di giornalismo gridato tv tornai alla pacatezza della scrittura con Repubblica dove collaboravo già tra cronaca romana e Il Venerdì di Giorgio dell’Arti.

realtà alterata

Era un giornale vibrante, al culmine di un processo che aveva visto le firme scelte da Scalfari diventare modelli di un giornalismo che non disdegnava di elaborare forme più letterarie di racconto, talvolta alterando una realtà nella quale comunque sempre più lettori potevano riconoscersi in quell’Italia allo specchio. Ma fin dalla fondazione è continuato soprattutto un filo etico ancora oggi presente credo solo in quegli ex colleghi che vivono di certo nella preoccupazione o nell’ansia questa ennesima dolorosa transizione. 

Avevo molte ragioni per non condividere fin dall’inizio il mio karma con i demoni aziendali della vecchia Fiat, oggi riciclata, che temevo già quando scrivevo per l’Unità negli anni ’70 e ’80, di crumiraggi e soprusi in fabbrica e che ritrovavo come miei datori di lavoro a Largo Fochetti. Infatti ho resistito meno di due anni e con la prospettiva di un anno da disoccupato, visto che le uniche offerte di collaborazione da giornali anche importanti erano pagate poche decine di euro ad articolo, qualcosa in più dei giovani precari grazie alla mia esperienza di Asia, ma senza calcolare il lavoro di studio e conoscenza dietro alle righe consegnate. 

soldi scarsi

Quando Repubblica fu diretta dal contestato, ma bravo, Mario Calabresi al quale chiesi un piccolo aumento dopo tanti tagli, mi rispose che già faceva una gran fatica a pagarmi il vecchio budget perché considerava un lusso avere qualcuno nella parte del mondo di cui mi occupavo, ma aggiunse o fece capire chiaramente che con gli stessi soldi ne avrebbe fatti lavorare 3 o 4. 

Considero dunque il mio caso non personale, ma una delle tante piccole conseguenze della crisi dell’editoria, per il danno che la scarsezza di soldi ha recato alla qualità dell’informazione di oggi. Certo, su questa crisi hanno influito la miriade di testate giornalistiche non sempre attendibili sorte con il web e il fast food informativo che domina la rete, spesso con trappole che l’Intelligenza artificiale ha reso difficilissimo identificare. Ma la Repubblica aveva tutte le potenzialità per offrire alla rete, con la sua formidabile squadra di reporter e commentatori, un servizio di informazione e analisi unico e attendibile – parlo della pioneristica esperienza di Kataweb – nel caos che inevitabilmente sarebbe seguito. A nulla servirono i sacrifici del compianto Ernesto Assante che si fratturò molte ossa correndo col motorino a promuovere il gioiello tecnologico del gruppo, frutto di varie menti come Paolo dal Pino e Marco Benedetto di recente scomparso. 

volti noti tv

Quando il digitale fu adottato massicciamente nei primi anni 2000 quello di Repubblica era ben fatto, ma ormai omologato ai siti di maggior successo, con sezioni sempre più ampie dedicate all’intrattenimento, alla cosmesi e al fitness. È questa seconda pelle di Repubblica che lentamente è venuta in superficie con la morbosa riproduzione di ogni parola dei volti noti della tv, delle soubrette o influenze di turno. In certi giorni il caso del pandoro di Chiara Ferragni occupava più pagine delle stragi di guerra.

Ezio Mauro ha fatto del tutto per cavalcare il futuro e tenere sveglio un dibattito, più filosofico che giornalistico, in un panorama desolante di omologazione, ma fattori nazionali e internazionali di mercato evidenti a tutti e altri che non conosco, di certo errori, hanno portato alla situazione di crisi attuale, sebbene la parte digitale sia diventata sempre più importante e credo attraente per ogni futuro compratore. 

grande famiglia

Forse però parlando di etica nel giornalismo e della sua crisi dimentichiamo spesso il modo in cui i vertici dei media trattano specialmente in Italia i dipendenti e i collaboratori. Forse con un’esagerazione i dipendenti di Repubblica si sono sentiti a lungo una grande famiglia, direi fino all’arrivo dei figli di Carlo De Benedetti, che già quando ricevettero il gruppo in dono fecero capire subito che non avevano nessuna intenzione di seguire la passione del padre e tenersi un grattacapo come un gruppo editoriale che perdeva soldi da tutte le parti e copie senza contare la noia delle pressioni politiche. Difficile dargli torto, ma è ugualmente ovvio che la conseguenza, pur di liberarsene, fu di non mettersi a fare troppo le pulci sulle vere intenzioni del nuovo acquirente Stellantis. Come forse Stellantis non farà troppo le pulci al gruppo greco.  

verdelli minacciato

Col digitale insufficiente a far profitto e il declino delle copie di carta al termine dell’era Mauro, la Repubblica ha da tempo perso smalto, e per un po’ il livello delle firme e delle scelte editoriali è restato alto grazie ancora all’attenzione con cui direttori e giornalisti hanno trattato i più grossi fatti di cronaca nazionale ed estera, almeno fino alla data di cui parlo ora. Era il 23 aprile 2020 e forse qualche lettore ricorderà cosa accadde quando in Italia diverse piazze solidarizzavano con il Direttore di allora Carlo Verdelli minacciato di morte da gruppi di destra. Quello stesso giorno, con una sensibilità degna del personaggio che si rivelerà per tutto il suo mandato, Maurizio Molinari prese possesso dell’ufficio di Verdelli, immagino facendogli togliere subito tutte le sue cose a cominciare dalle migliaia di messaggi di sostegno accumulati sul tavolo. 

evitare le tasse

Fu una scelta di date senza dubbio studiata con il nuovo vertice di Gedi e Stellantis, il signor John Elkann, altrettanto degno di figurare nell’albo dei galantuomini a leggere le cronache dettagliate della sua causa giudiziaria con mamma Margherita Agnelli e i trasferimenti della nonna come un pacco tra Italia e Svizzera per non pagare tasse. Mettiamoci il trasferimento della sede Stellantis in Olanda per lo stesso motivo, o la chiusura degli stabilimenti del gruppo per aprirli altrove, le casse integrazioni pagate dallo Stato ecc ecc. 

Con tali precedenti, il tipo di benservito dato da Molinari fin dal primo giorno all’ex Direttore, a giornalisti anziani e collaboratori anche celebri di lungo corso non sorprende. Molti, come lo storico ex vicedirettore Cresto Dina e il nuovo acquisto dal Corriere Sergio Rizzo, li ha liquidati con una email anche se avevano l’ufficio di fianco al suo, senza nemmeno un caffè al bar per dire mi dispiace. Etiche aziendali di tal fatta sono significative per capire con quanta serietà il gruppo valuterà le offerte di acquirenti stranieri che non comprano solo giornali, radio e frequenze tv e – ahinoi talvolta letteralmente – giornalisti, ma una influente “macchina mediatica” qual è ancora Repubblica nonostante tutto. 

solidità e affidabilità

Per questo non credo inutile che il governo si occupi di una verifica della solidità e affidabilità internazionale del gruppo greco anche in termini di sicurezza nazionale, sebbene temo ci sarà un gran caos di polemiche e pressioni su controllori e controllati. La promessa di mantenere la stessa linea editoriale dei fratelli Kyriakou è la stessa fatta dal gruppo di Elkann prima di avviare la fase che definirei di degenerazione etica denunciata da tempo dallo stesso Comitato di redazione. 

Personalmente vedo la vendita ai greci o a chi sarà come una delle strategie sottili di Stellantis per prendere due o più piccioni con una stessa fava: a) vendere il maggior numero di asset italiani senza nostalgie per i gioielli di una famiglia non proprio da focolare; b) riciclare la sua immagine politico-mediatica all’estero e in particolare negli Usa, dismettendo una Repubblica dal recente passato troppo fuori linea con la Casa Bianca. Mi spiego prima di arrivare al punto importante. 

a spese dei cittadini

La Fiat di nonno Gianni e la Stellantis del nipote prescelto John sono da decenni superfacilitati dai vari governi, preoccupati di chissà quale campagna stampa (la flotta della corazzata comprende La Stampa) e giustificati dal fatto di voler salvare, anche se a spese degli altri cittadini, i posti di lavoro dei loro operai. Soldi di tutti hanno anche pagato le casse integrazioni di molti colleghi reporter, mentre l’azienda assumeva nuovi giornalisti e manteneva nel limbo la gran massa dei precari.

Nel frattempo Elkann ha (volutamente?) snaturato o annacquato a sufficienza il giornale e il gruppo – con l’unica eccezione mi pare di Limes – da poterlo vendere ad acquirenti consapevoli di potergli dare senza troppi sforzi una nuova direzione, forse una svolta ancora più commerciale. Ma se questo può essere nell’ordine naturale delle cose di questi tempi, credo che chi se lo comprerà abbia già in mente anche – chissà, magari soprattutto – di ripetere a suo vantaggio la strategia politico-commerciale vincente di Gedi-Stellantis. Elkann e chi con lui ha sfruttato – ripeto – ideologicamente un giornale prestigioso del panorama progressista qual era Repubblica per usarlo come deterrente o arma potenziale di propaganda sottile o manifesta contro i nemici politico-economici di Stellantis e delle sue strategie di smantellamento del proprio settore auto in Italia. Non sono certo il solo a dirlo e basta seguire la polemica che circonda la posizione di un politico che non amo, Giorgia Meloni, che definì Stellantis “più francese che italiana”. 

in cima alle mazzette

Nessuno sottovaluti il peso che ha avuto e può avere un giornale del genere nelle menti dei politici, molti dei quali timorosi di attacchi mediatici personali. Per quanto le sue copie siano ridotte al minimo è ancora in cima, col Corriere, alle mazzette di Montecitorio e Palazzo Chigi.

Chiavi in mano i nuovi padroni di Repubblica prenderanno un veicolo armato con le parole del nuovo quarto potere, ormai sempre più controllato da gruppi economici che condizionano i governi. Un neo-Ceo si sta forse preparando ad avvicinare o chissà perfino ricattare i palazzi dell’Italia che conta per conto di chissà quale vertice di piramide finanziaria o altro. Spero seriamente di no, ma i colleghi che chiedono garanzie adesso di autonomia futura sono, ahinoi, esclusi da ogni decisione. Per questo i redattori sono in sciopero e usano parole dure stavolta rivolte personalmente al comportamento di Elkann, come quando l’azienda mandò in stampa articoli di propaganda di un evento Stellantis come fossero redazionali. Purtroppo non sono informato dall’interno su come procede la protesta, tranne le cose dette nei comunicati del Cdr. I contatti con gli ex colleghi si sono diradati lasciando un po’ di delusione, ma anche la prova che i demoni di largo Fochetti hanno ingabbiato un consistente numero di persone, spiriti un tempo vigili e liberi coartati a fare un giornale mediocre e partigiano che aveva avuto ben altre individualità fascinosamente e intelligentemente controverse, un giornale sbilanciato e talvolta presuntuoso, ma consapevole dei limiti tra informazione e propaganda. Sono stato fortunato a poterla e forse saperla aprire questa gabbia e lo devo a colui, o meglio a coloro, che consideravo miei ostacoli e che mi hanno fornito invece la motivazione e la chiave per aprila. 

politica criminale

Molinari difendeva a spada tratta la politica del criminale Netanhyau finché anche l’editore – anche lui ebreo, ma di quel tipo che disonora come Bibi e Ben Gvir ogni senso di umanità e appartenenza – ha capito che l’evidenza dei crimini imponeva di non sottovalutare l’onda proPal e anti-israeliana montante. Io sono per la tradizionale via di mezzo nei giudizi su fatti storici importanti, e dal mio osservatorio asiatico esterno, connesso però al desk di politica estera, ho notato subito che il giornale aveva preso una posizione molto pesantemente pro destra israeliana e filo atlantista. Era ovvio dai suoi precedenti professionali, dai libri e dagli articoli di corrispondente da Gerusalemme e poi da New York e Washington, comunque da un posto dove aveva accesso a molti segreti del luogo di potere più esclusivo del mondo. 

corsi e ricorsi

Non so nemmeno se sia dipeso dai conflitti tra atlantisti di diversa sponda il passaggio di Federico Rampini al Corriere. Di certo limitandoci a Israele, Molinari è rimasto fin dal primo giorno coerente con le sue simpatie per il Likud e ha allontanato diversi corrispondenti o collaboratori dal Medio Oriente troppo, diciamo, progressisti. A un certo punto però i proPal hanno cominciato a minacciarlo come i fascisti minacciarono Verdelli. Corsi e ricorsi storici, anche se nessuno a differenza del predecessore gli ha espresso solidarietà, perché del resto nessuno lo ha cacciato come per coincidenza 5 anni fece lui con Verdelli e continuerà probabilmente a scrivere su Repubblica almeno finché i nuovi padroni decideranno la nuova linea da seguire e i nuovi giornalisti per seguirla.

linea anti russa

Il successore Mario Orfeo prese la sua poltrona di Direttore – altra coincidenza forse – il giorno esatto del primo anniversario della strage del 7 ottobre in Israele. Oltre a dover raddrizzare la rotta mediorientale del giornale, sbilanciata eccessivamente sull’asse Washington/Tel Aviv, si era trovato alle prese con lo scombussolamento creato coi dazi e le aperture a Putin dal secondo Trump, nonché con la aggressiva linea anti russa del suo predecessore, che oggi crea imbarazzo a Elkann come vedremo. Conforme in gran parte a quella del Corriere, de La Stampa e dei leader europei pronti alla guerra, la missione di Repubblica ha continuato anche dopo Molinari a enfatizzare la minaccia russa, per preparare il popolo all’inevitabile e costoso scontro col Male. Poi venne Trump.

dubbiose interviste

Immagino e spero che qualcuno abbia notato a questo proposito il fatto che recentemente Repubblica ha cominciato a inserire qualche articolessa o intervista dubbiosa sulla possibilità di risolvere il conflitto ucraino senza una dolorosa mediazione. L’opposto della linea tenuta fin dall’inizio sulla cosiddetta “operazione militare” russa. Non saprei perché – oltre all’ovvio legame di Molinari col pensiero di influenti tink tank americani dell’era Biden – la Repubblica si fosse subito schierata con l’elmetto senza aprire eventualmente -come avrebbe fatto un tempo- un dibattito tra personalità eminenti, o realizzato inchieste sulla percezione dei fatti tra gli italiani. A parlare e scrivere fu la solita cerchia ristretta che i direttori usano per far dire in bell’italiano le cose che vogliono veder pubblicate. Nel suo caso qualunque notizia, non sempre verificata, che confermasse la inevitalibilità della reazione armata dell’Ucraina e dell’Europa, con i “putinisti” o presunti tali citati solo in contesti negativi.

importanza degli affari

Ora tocchiamo il punto secondo me nevralgico dell’intera operazione di dismissioni dei gioielli Stellantis. Sono certo e chiunque può verificare la consistenza di questa ipotesi, che Elkann intenda mostrare all’amministrazione di Washington – fondamentale per tutti i suoi affari e oggi notoriamente contraria ai motivi stessi della guerra  – di aver voluto vendere la Repubblica anche o proprio per colpa di quei precedenti orientamenti eccessivamente anti russi e filo Dem della direzione Molinari, con l’attenuante che su Israele l’ex direttore la pensava come Trump.   

M’avvio alle conclusioni ricordando che Elkann possiede già forti quote dell’Economist e fa già da tempo del tutto per mostrarsi alla corte di Trump in un paese dove ha grandi interessi, certo più che in Italia. Quanto al gruppo greco, o ai Del Vecchio, a me beninteso interessa poco di che nazionalità sia il nuovo padrone, visto che i confini sono solo una convenzione e quasi un terzo della mia vita l’ho vissuta all’estero. Personalmente tifo sempre e comunque con i lavoratori, giornalisti e tecnici, che hanno una responsabilità limitata negli eventi aziendali e nelle linee editoriali, così come i popoli hanno meno colpe di tutti nelle guerre.

 lista di proscrizione

Non devo dirlo io, ma credo che molti tra i lettori sanno giudicare da soli la direzione presa dal giornale e dal gruppo in molte vicende nazionali e internazionali con la sua più spiccata tendenza tra tutti i media italiani specialmente progressisti – occorre ammetterlo – a soffiare sulle braci di una guerra che davvero non sarebbe mai dovuta cominciare. Il Corriere non è stato da meno a cominciare dalla sua famigerata lista di proscrizione avuta dai servizi segreti dei possibili elementi anti-nazionali filo-russi con tanto di foto in prima pagina, mentre Repubblica affidava a penne taglienti descrizioni sarcastiche dei suddetti elementi. 

Se questo c’entra poco con la vendita e con lo sciopero di Repubblica è solo perché la sua politica estera – tranne nel modo distorto e partigiano dell’era Molinari – non è mai stata considerata rilevante né dalla direzione né dal resto della redazione, al di fuori della prepoderanza di articoli sull’America, su Israele e dal 2022 sull’Ucraina. Chissà, guardando al lato positivo, always look on the bright side, come direbbero i Monty Python, un proprietario straniero farà uscire la stampa italiana dai suoi argomenti e confini tradizionali e, vorrei dirlo, ristretti. Accetto il rischio di sembrare superbo agli occhi di chi legge la stampa straniera solo su “Internazionale”.

3 Commenti

  1. Grazie Raimondo, seguo da molto tempo i tuoi scritti, non tutti ovviamente, e rispondo volentieri alla tua richiesta pubblicata su linkedIn di lasciare un segno in questo senso. Non so se l’ho mai fatto prima, sono abbastanza vecchio da ricordare che far sapere ai giornalisti se si apprezzava o no il loro lavoro significava dover prendere la penna, scrivere una lettera, affrancarla e spedirla al giornale. Francamente tutto questo lavoro mi pesava e tenevo per me e per le persone che frequentavo dal vivo i miei commenti. Questo atteggiamento ha fatto sì e parzialmente fa tuttora che non dia seguito alle reazioni a quello che leggo, di cui ormai molto poco, purtroppo, è scritto da giornalisti. Grazie a questa tua richiesta forse ora comincerò a farlo e a scambiare i miei pensieri sulla rete. A presto
    Riccio

  2. Caro Raimondo, condivido la tua analisi su tutto, ma per quanto riguarda L’Unità mancano invece informazioni che non puoi e non potevi avere. Sono entrata in quel giornale quando tu ne uscivi, direttore Foa. E quello era ancora un giornale vivo, aperto alla cultura e ai giovani. Pieno di fermento. Ha continuato ad esserlo per molti anni, diciamo fino a quando il partito padrone non ha pensato di innestare nella sua storia elementi che provenivano da Repubblica. E’ stato allora che l’anima è stata diciamo con una parola forte corrotta. Direzioni affidate a persone che arrivavano con la spocchia e il mandato di fare terra bruciata del passato. Nemmeno io farò nomi, non ce ne è bisogno. Ricordo alcune riunioni con un un direttore maschio durante le quali era proibito ridere. Ricordo la prima pagina di un Unità ricotta a cartamodello con un culo il bella mostra. Questo ha portato via l’anima e anche la dignità. Unica eccezione in anni bui è stata Furio Colombo. Un uomo che conservava la curiosità, l’umiltà e l’intelligenza di ascoltare anche l’ultimo dei cronisti per prendere tutto da tutte le idee. Con lui sono stati anni bellissimi e L’Unità ricominciò a vendere e ad essere temibile. Troppo temibile per un partito che vedeva di cattivo occhio un giornale schierato con i No Global durante il G8. E un direttore che se ne fregava delle telefonate che arrivavano da mattina a sera. Anche Colombo venne licenziato senza remore. E in quel punto che L’Unità concluse la sua storia. Quella invece di chi ci lavorava invece finì nel peggiore dei modi. I modi spiccioli della sinistra di oggi

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