“Il racconto il più possibile veritiero dei fatti, nel tentativo di aiutare a capirne il senso”. Trovo perfetta questa definizione di cosa dovrebbe essere un giornale con la quale Fabio Martini chiude il suo bell’articolo su La Stampa.
Ma ora che Repubblica e Stampa (e tutto il resto) saranno venduti a un editore greco in parte finanziato da un saudita, sarà ancora possibile proseguire questo lavoro? Temo di no. Non nei termini in cui finora è avvenuto, almeno. Ed è questo che a mio avviso mette in pericolo la libertà di stampa. Stiamo parlando di due testate troppo importanti, per lo spazio che finora hanno occupato, per essere cedute come scatole di pelati.
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E chi decide chi o cosa è troppo grande per essere ceduto?
Sono stati ceduti e chiusi centinaia di giornali, quotidiani compresi, sotto silenzio. Il paese è andata avanti lo stesso.
Si sono sviluppate altre forme di comunicazione che non passano da “grandi quotidiani” qualsiasi cosa si voglia intendere con questa definizione. Siti web di informazione, a volte (ma non sempre) registrati come testate, e ad accesso gratuito macinano dati stellari che per i quotidiani cartacei sono spesso un lontano ricordo.
Tra l’altro, visti i recenti numeri di vendita (anche comprensivi dei dati del web), eviterei tale definizione di default.
Non ultimo: l’editoria è un business, non è un servizio sociale. E il fatto che il business lo persegua chi ha risorse per perseguirlo, a mio giudizio non mette a rischio alcunché. A maggior ragione visto che sul web lo spazio per esprimersi non manca e non mi pare che ci sia alcuna censura