di VITTORIO ROIDI
Grave, gravissimo, e non solo per chi quei giornali li fa o li legge. Questo sciopero dei lavoratori: giornalisti, tipografi o operai, è ben più importante, perché riguarda l’intero Paese e la sua gestione. Mette in discussione la democrazia, che per funzionare ha bisogno di informazioni. Come fanno i cittadini ad andare a votare se non conoscono le cose? Se non sanno che succede, se non ricevono le notizie?
La situazione è talmente delicata che sarà esaminata dal Governo, chiamato a riflettere dal Sottosegretario all’Editoria, Alberto Barachini, molto preoccupato per quanto sta succedendo in particolare nell’azienda che produce la Repubblica e che mette in vendita la Stampa. Due fra i più grandi fra i quotidiani di un settore industriale perennemente in crisi. Due giornali che sicuramente non possono essere annoverati fra quelli che appoggiano questo governo di destra.
libertà e circolazione
Proviamo a spiegare con parole semplici una situazione parecchio complicata. La Costituzione ha affermato che la libertà di stampa e la circolazione delle notizie sono sacre per ciascun cittadino. Ma poi non è seguita una legge che regolasse un settore così delicato. Per le radio e per la televisione una norma affidò alla Rai l’incarico di fare informazione in campo nazionale. Per la carta stampata invece, tutto venne lasciato alla libertà di fare commercio e ai suoi meccanismi. Per cui grandi e piccoli notiziari sopravvivono solo se sono seguiti, cioè “comprati” da un numero sufficiente di persone. I bilanci delle aziende (quelle che usano la carta ma anche quelle che fanno affidamento sull’online e su altri strumenti moderni) non sorridono. E così succede che anche antichi editori – come è stata la famiglia Agnelli nei confronti della Stampa di Torino- ora dall’interno del colossale gruppo Stellantis, si sono stancati e mettono tutto in vendita, come ha annunciato John Elkann, l’ultimo rappresentante: “Entro gennaio venderò tutto”. Probabilmente i suoi veicoli di informazione diventeranno proprietà di una famiglia greca, quella dell’imprenditore Theo Kyriakou, che vuole cimentarsi con i giornali. Tremano talmente i redattori della Repubblica (e delle società più piccole del gruppo Gedi) che in quel giornale, fondato da Eugenio Scalfari, hanno proclamato cinque giorni di sciopero.
società private
Cosa può accadere? Poiché i giornali sono società private, il Governo non avrebbe la possibilità di intervenire, dunque vedremo cosa risponderà al preoccupato Sottosegretario Barachini, che ha chiesto udienza alla Presidente Giorgia Meloni, che tra l’altro ha in tasca la tessera da giornalista, dirige un governo di destra, e non ama l’informazione, non ha piacere di essere infastidita da troppi cronisti e commentatori. Speriamo che non voglia assumere toni e prendere decisioni che ben conosciamo, quelli adottati durante gli anni tristi di ciò che chiamiamo “fascismo”. Ma Meloni non può neppure impedire gli scioperi che allora non erano possibili. Come dobbiamo sempre ricordare a quei figli e quei nipoti che la dittatura non l’hanno conosciuta.
Oggi gli scioperi sono liberi, anche qui vince la Costituzione repubblicana e proprio il 12 dicembre la Cgil, il più grande sindacato nazionale, ha attuato uno stop e una manifestazione cui hanno preso parte migliaia di lavoratori, in tutto il Paese, compresi i giornalisti. Tutto regolare allora? Tutt’altro. Il giornalismo non può essere lasciato al commercio, questo è il nodo. Poiché le informazioni sono un bene che non si può equiparare a nessun altro, si potrebbe dire che per non farle mancare si dovrebbe preoccupare di più il governo! Bisognerebbe entrare in un mondo nuovo. I servizi pubblici e quelli necessari (l’acqua, la sanità, la scuola, il gas, i trasporti) sono pagati dallo Stato, anche se talvolta li producono anche aziende private debitamente autorizzate. Impossibile per le notizie?
bene immateriale
Professione Reporter aveva ipotizzato che si approvasse una legge secondo la quale l’Informazione diventasse anche essa “servizio pubblico” e fosse sostenuta, se necessario, con soldi della collettività. I giuristi però ci hanno spiegato che sarebbe difficile, in quanto essendo essa un “bene immateriale”, non sarebbe semplice calcolarne il valore.
E allora? La democrazia non può e non deve farne a meno. Tutti siamo d’accordo, visto che mai accetteremmo di tornare in un regime autoritario. E dunque? Ecco un altro esame per Giorgia Meloni e per la attuale maggioranza. I giornali, per quanto ce ne siano di equilibrati e di imparziali, hanno spesso un sapore netto, appoggiano o avversano il governo attraverso ciò che pubblicano. Noi non sappiamo cosa farà il greco Kyriakou, ammesso che diventi editore di Repubblica, verso quale direzione la spingerà. Magari questo importante quotidiano oggi all’opposizione, passerà tra quelli che sostengono il governo? Meloni non sembra molto preoccupata, ma quale che sia la risposta di quella casa editrice, è sempre più evidente che l’Italia debba avere una legge nuova, che garantisca la libertà di stampa, cioè il diritto di scrivere e in qualche caso di criticare e semmai di scioperare anche a coloro che lavorano nel settore dell’informazione, già molto malandato. Purché gli stessi governanti (quali che siano) si occupino di difendere e salvare le aziende del giornalismo. Spesso lo Stato si è girato invece dall’altra parte, prima che un settore così prezioso e delicato si avvicinasse al dirupo finale e prima che perfino i giornalisti decidessero di scioperare. Chi governa se ne deve occupare, per fare in modo che l’informazione non venga mai a mancare. Come spesso ricorda il Presidente Sergio Mattarella, che della Costituzione e della Democrazia è il più grande studioso e difensore.


