di ALBERTO FERRIGOLO

Con più discrezione, titoli meno enfatici e personaggi meno stravaganti ed eccentrici di quelli proposti quasi quotidianamente dal Corriere della Sera, anche la Repubblica e La Stampa si sono messi nella scia del quotidiano di via Solferino nel genere delle interviste definite pop o “sentimentali”, a persone spesso ripescate dall’oblio.

L’intervista va molto su quotidiani di oggi. Occupa una parte preponderante dello spazio su carta, anche perché poi viene riversata sul web, dove macina contatti, fa clic, utenti unici, per la gioia dei lettori e anche dei pubblicitari. Il 24 novembre, l’intervista di quasi due pagine, meno una colonna, pubblicata sul Corriere della Sera a Mara Venier, una volta spostata sul sito Corriere.it ha fatto 170 mila contatti. Persone in carne ed ossa, che l’hanno vista e letta. In pratica poco meno di quanti si recano in edicola a comprare il giornale di carta o sfogliano il suo formato digitale (190.503 copie giornaliere vendute a ottobre 2025 secondo l’Ads, Accertamento diffusione stampa).

tutti i gusti

Di interviste sui giornali ce ne sono di tutti i tipi e per tutti i gusti. Tanto da esser sempre più spesso riprese e rilanciate dai Tg, con scorno delle stesse testate che si vedono defraudate di un proprio lavoro autonomo, non riconosciute nei diritti e con un danno economico rilevante. Anche se, soprattutto negli anni Novanta, le interviste abbondavano già sui giornali, perché a farle erano soprattutto le tv, che bisognava rincorrere fino all’ultimo minuto prima d’andare in stampa. 

Ci sono così le interviste ai politici, prevalenti, agli uomini di governo, ministri e sottosegretari, ai magistrati, agli opinionisti della politica, ai protagonisti dei fatti di cronaca, di economia, sport, spettacoli, etc, etc.

qualcosa da dire

Indro Montanelli, che di giornalismo era un maestro, scomparso nel 2001, in quegli anni aveva già osservato che i giornali d’interviste ne fanno anche troppe: “Una volta erano riservate agli uomini che avevano veramente qualcosa da dire”, ebbe a dichiarare. C’è comunque chi come Paolo Mieli, due volte direttore del Corriere, considera che esse rappresentino “un elemento centrale del giornalismo moderno” e ha applicato il principio al tipo di giornali che ha fatto e diretto nel tempo, mentre Paolo Murialdi, storico del giornalismo ed ex presidente della Federazione della stampa, ha sempre “dubitato della loro efficacia”. Eugenio Scalfari le considerava addirittura “un brutto vizio dei giornali italiani” e Leo Longanesi, fondatore de L’Italiano, Omnibus e Il Borghese, le definiva “un articolo rubato” o una sorta di scappatoia per affrontare un argomento, affidandosi alla testimonianza di altri, tanto da occupare lo spazio o il ruolo di un’opinione per interposta persona, un’opinione mediata.

testimonianze o colloqui

Ci sono inoltre interviste che non sono poi vere interviste, bensì testimonianze o colloqui stiracchiati trasformati in domanda e risposta; o domande appiccicate a posteriori a conversazioni via fax o per email, prive di interlocuzione, monologhi o veri e propri “dettati” di intervistato a intervistatore. Oppure, interviste che sono soltanto conferenze stampa trasformate in “a domanda risponde”: lo si capisce dal fatto che compaiono su diversi quotidiani nello stesso giorno.

Sempre nel corso degli anni Novanta-primi Duemila si è poi assistito alla diffusione di una serie di “strane interviste”, presentate come tali nella pagina-vetrina, la “prima”, ma che poi all’interno si mostravano più per quel che erano, normali articoli, senza domande in neretto ma con tante risposte tra virgolette. E che sono appartenute alla categoria o al genere del “colloquio con…”, una chiacchiera di tipo confidenziale che una firma del giornale -più spesso il suo direttore- aveva intrattenuto, magari telefonicamente, con una persona di un certo rilievo della politica o dell’economia, decidendo di pubblicarne il resoconto e sviluppando un proprio percorso narrativo o di ragionamento, inframezzato di tanto in tanto con qualche interrogativo all’interlocutore. 

mauro e de bortoli

Frequente utilizzatore di questa tecnica s’è rivelato in passato Ezio Mauro, specie negli anni in cui ha diretto La Stampa e poi anche su la Repubblica, talvolta affidandone il resoconto a un proprio giornalista di fiducia. Il risultato è stato, in genere, quello d’un articolo ben informato su di una particolare questione, rendendo così l’argomento più vero, credibile. Con l’aggiunta di qualche dichiarazione virgolettata del diretto interessato. 

Un espediente al quale è ricorso anche Ferruccio De Bortoli, in qualità di direttore del Corriere della Sera, il 7 gennaio 2002, nel colloquiare -seguendo la formula- con Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, a proposito delle dimissioni del ministro degli Esteri Renato Ruggiero dal governo il 5 gennaio 2002 (“Valuterò gli ambasciatori anche per l’export”) e il giorno 9 con l’ex capo della diplomazia silurato o fattosi da parte per incompatibilità di vedute con il premier e alcuni ministri importanti della coalizione di centrodestra che la sosteneva, raccogliendone lo sfogo (“L’amarezza di Ruggiero e le ragioni di un divorzio”). Un espediente per veicolare e diffondere l’opinione di una persona nota che, altrimenti, non sarebbe stata resa pubblica. 

competenza e acume

Oggi l’intervista invece imperversa e viene fatta a chiunque. E anche, spesso, a chi non sempre ha molte cose da dire. E talvolta anche da chi non sempre ha qualcosa d’interessante da domandare. Nel suo “Come si legge un giornale” (Laterza, 1975), sempre Murialdi annotava che l’intervista “è una vecchia istituzione del giornalismo scritto, uno strumento utilissimo per dare più immediatezza a un fatto, per portare più vicino ai lettori un personaggio” e indicava quattro condizioni per ottenere una buona intervista: “Che l’intervistato sia una persona nota o importante o autorevole”; “che abbia qualcosa di interessante da dire”; “che sia disposto a dirla”; “che l’intervistatore abbia la competenza, l’acume e l’abilità necessari per porre domande concrete, realmente utili, imbarazzanti e non quesiti generici o compiacenti, per non dire banali”.

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here