Dal 10 ottobre è stata avviata quella che il Presidente Trump chiama “pace” a Gaza e altri chiamano tregua (nel corso della quale si segnala quotidianamente un certo numero di morti). Ma quasi due mesi dopo resta intatto il divieto per i giornalisti di tutto il mondo di entrare nella Striscia e raccontare cosa vedono. 

La domanda è: perché? 

Far entrare i giornalisti potrebbe risolvere una serie di problemi e di equivoci. 

reportage obiettivi

Numero uno: dal 7 ottobre 2023 a testimoniare cosa accade in Palestina sono soltanto i giornalisti palestinesi. Che secondo il governo israeliano sono equiparabili in grande maggioranza a terroristi di Hamas. Per questo -sempre secondo il governo di Israele- ne sono stati uccisi finora 250. Solo pochi -è la teoria- sono finiti per sbaglio nel fuoco israeliano, gli altri tramavano contro Israele. Far entrare i giornalisti di tutto il mondo potrebbe dunque fornire maggiore obiettività ai reportage. I giornalisti internazionali potrebbero scoprire se ciò che è stato raccontato dai avvicina alla realtà, vedere con i loro occhi gli effetti degli attacchi, la situazione di scuole e ospedali, il trattamento della popolazione civile (70mila vittime finora, secondo il ministero della Salute di Hamas). 

set cinematografici

Numero due: c’è una teoria -mai contrastata dal governo di Israele- secondo cui molte immagini di morte e distruzione che arrivano dalla Striscia di Gaza siano frutto di manipolazioni o di veri e propri set cinematografici, con tanto di attori e oggetti di scena. Una costante produzione di kolossal allo scopo di incastrare Israele. L’account che li diffonde si chiama “Gazawood – the Pallywood saga”. Far entrare i giornalisti di tutto il mondo permetterebbe di smentire o confermare questa tesi. 

intralcio alle operazioni

Numero tre: il divieto è stato imposto da Israele da quando c’è stata la reazione all’attacco del 7 ottobre di due anni fa (1200 israeliani ucciso da Hamas) per ragioni di sicurezza: i giornalisti metterebbero a rischio la loro vita e questo potrebbe intralciare le operazioni militari. Sono stati concessi solo alcuni ingressi al seguito dell’esercito israeliano, con successiva lettura e censura eventuale degli articoli e dei servizi audio e video. Ma ora -secondo Trump e Netanyahu- c’è la pace, secondo altri una tregua, quindi la sicurezza dovrebbe essere maggiore. Perché non far entrare i giornalisti nelle zone civili, come è successo fin da subito ad esempio in Ucraina? (dove è in atto una guerra con due eserciti che si fronteggiano, mentre a Gaza un esercito combatte una formazione terrorista).

ultima vittima

Dunque, gli unici a continuare a documentare cosa accade sono i reporter di Gaza. La mattina del 2 dicembre ne è stato ucciso un altro, si chiamava Mohammed Wadi, da un drone israeliano a est del campo profughi di Al-Bureij, nel centro della Striscia di Gaza. Lo riferisce Arab News, citando fonti locali. Nello stesso attacco è rimasto ferito un altro giornalista, Mohammed Abdel Fattah Aslih, fratello del reporter Hassan Aslih, ucciso in un attacco israeliano al pronto soccorso dell’ospedale Nasser a maggio. Wadi era un noto fotografo di matrimoni a Khan Yunis prima di dedicarsi a documentare la guerra a Gaza, dopo che il suo studio era stato distrutto da un bombardamento israeliano. Si tratta del secondo operatore dei media ucciso dall’inizio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas il 10 ottobre.

“inaccettabile impedimento”

“Le regole della guerra sono chiare: i civili e le infrastrutture civili non sono un bersaglio. I giornalisti devono poter svolgere il loro lavoro essenziale senza interferenze, intimidazioni o danni. Questo include l’inaccettabile divieto che impedisce ai giornalisti internazionali di accedere a Gaza”, ha dichiarato il 1° dicembre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. 

Dopo quasi 800 giorni dal 7 ottobre 2023 e a 50 dall’annuncio del cessate il fuoco a Gaza, Israele continua a bloccare l’ingresso dei giornalisti internazionali nella Striscia, all’infuori dei viaggi embedded al seguito dell’Idf nelle buffer zone di confine. Organizzazioni di giornalisti e testate di tutto il mondo hanno ripetutamente chiesto ad Israele di aprire Gaza alla stampa. Senza risultato alcuno. 

la corte rinvia

La Corte suprema israeliana il 24 novembre ha rinviato la decisione sull’accesso libero dei media internazionali a Gaza. Prossima udienza il 4 dicembre. La vicenda, in Israele, si sta trascinando in tribunale da più di un anno. Quattordici mesi fa, infatti, l’Associazione della stampa estera in Israele (Fpa, Foreign press Association, che rappresenta circa 400 testate tra cui le italiane Rai 1 e Stampa, Bbc, Financial Times, France 24, Time, Die Zeit, Le Monde, Reuters, Fox News, CCTV, Sky News, Al Arabiya e il New York Times) è riuscita a presentare formalmente all’Alta corte di Gerusalemme una petizione in cui chiedeva al governo di consentire l’accesso indipendente delle testate internazionali a Gaza, o almeno di spiegare il motivo del diniego. Ci aveva già provato l’anno prima, senza ottenere che venisse discussa. L’iniziativa è stata sostenuta da Reporter Senza Frontiere e da altre associazioni di giornalisti. La risposta ottenuta dal governo è stata sempre la stessa: “Motivi di sicurezza” impediscono ai militari di garantire alla stampa internazionale indipendente un accesso libero. I giudici hanno sempre accettato la giustificazione, ma ora che a Gaza è in vigore il cessate il fuoco, per quanto fragile, e l’Idf si è ritirato da circa il 50% del territorio, le condizioni sono cambiate. 

nuove argomentazioni

Il mese scorso per la prima volta i giudici della Corte suprema israeliana hanno chiesto al governo di Gerusalemme di presentare nuove argomentazioni per il divieto. 

Le testate continuano a fare affidamento sui reporter palestinesi, per ricevere immagini e notizie in tempo reale su quello che avviene nella Striscia. Dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi dal fuoco israeliano circa 250 giornalisti, secondo i dati forniti dall’Onu (ma i numeri variano a seconda delle fonti tra 210 e 270), vittime in alcuni casi di attacchi diretti perché accusati dall’Idf di essere operativi di Hamas (accuse solo in alcuni casi rivelatasi fondate) o per errore (come nel caso dell’ospedale Nasser di Khan Yunis il 25 agosto scorso), e in altri casi vittime collaterali di raid diretti contro strutture civili.

Professione Reporter

(nella foto, Antonio Guterres, Segretario generale Onu)

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