di MARCO DI VINCENZO

Undici anni. Tanto è passato da quando Pierluigi Camilli ha sentito per l’ultima volta al telefono la voce di suo figlio Simone, fotoreporter dell’Associated Press. È il 13 agosto 2014 a Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza. Il giornalista sta documentando il lavoro degli artificieri per il disinnesco di un ordigno lanciato dagli israeliani. Improvvisamente, arriva un’esplosione. Un lampo, un boato. Che lo investe e lo uccide. Ha 35 anni e una figlia piccola.

«Mi arriva la telefonata dai suoi colleghi, da Gerusalemme. Mi dicono: ‘È successo l’irreparabile’. Quella parola, ‘irreparabile’, me la porto ancora oggi dietro”, racconta Pierluigi, che per oltre trent’anni è stato cronista e volto del Tg1. “Per me è come se fosse successo ieri”, dice. Perché Gaza, oggi come allora, è lo stesso inferno. Forse persino più crudele: i giornalisti non possono più entrare. E quelli che sono bloccati dentro muoiono per la fame o sotto il fuoco. Come Anas al-Sharif e i suoi colleghi di Al Jazeera. 

rullini in motorino

Simone comincia a fare il giornalista quasi per caso. È il 2005. Roma vive le ultime ore di Giovanni Paolo II e lui sfreccia in motorino per consegnare betacam e rullini tra reporter e redazioni. Gavetta vera, consumata tra semafori e corse contro il tempo. Poi arriva l’assunzione all’Ap, con le missioni in Kosovo, Georgia, Egitto, Armenia. La storia recente che si attraversa con una reflex in mano.

“Non era un eroe. Non era un maestro del giornalismo. Era un ragazzo che amava il suo mestiere. Ha fatto più esperienza lui nella sua breve carriera che io nella mia»”, dice Pierluigi. Simone sapeva che raccontare significa esserci. “Non si accontentava delle versioni ufficiali, non voleva restare chiuso tra le mura di una redazione: voleva vedere, toccare, capire. Per questo era lì”. 

ultimo reportage

Il padre ricorda alcuni scatti più di altri. “Quelli sui bambini in ospedale, mutilati. Simone voleva raccontare le loro sofferenze. Ogni volta che tornava, abbracciava forte sua figlia per riappropriarsi di quell’affetto e di quella umanità che lì mancavano”.

Agosto 2014. L’operazione “Margine di protezione”, lanciata da Tel Aviv l’8 luglio per fermare Hamas, trasforma Gaza in un cumulo di macerie. Simone lavora a un’inchiesta sulle bombe inesplose. “Voleva capire come migliaia di ordigni sofisticatissimi, lanciati dagli aerei israeliani, potessero restare a terra, pronti a scoppiare e uccidere civili, soprattutto bambini”. Fra pochi giorni deve trasferirsi in Libano. Ma non sa che quello sarà il suo ultimo reportage. “Nella mia testa ho sempre la stessa immagine: lui che prepara l’attrezzatura, monta il cavalletto, prepara la macchina, con gli artificieri intorno. E poi, improvvisamente, esplode tutto”.

appelli internazionali

Il ricordo di Simone si intreccia col presente di Gaza. Perché oggi, a differenza del 2014, la Striscia è blindata ai giornalisti internazionali. Dopo gli attacchi del 7 ottobre e la nuova guerra, il governo di Netanyahu ha sigillato ogni ingresso ai cronisti. Niente camere, microfoni, taccuini. A nulla sono valsi gli appelli delle organizzazioni internazionali. “Undici anni fa almeno si poteva entrare. Simone è stato uno degli ultimi giornalisti indipendenti. Mi parlava delle difficoltà, delle notti in sacco a pelo in redazione, della fatica per muoversi. Ma raccontare era ancora possibile, oggi non lo è più”. Sono pochissimi quelli che riescono a documentare il nuovo inferno di Gaza. Sono per lo più reporter locali o embedded con l’Idf, l’esercito israeliano. E molti di loro muoiono sotto il fuoco o per la carestia. Solo pochi giorni fa, il  giornalista di Al Jazeera Anas al-Sharif è stato ucciso da un attacco israeliano insieme a cinque colleghi mentre si trovava in una tenda, di fronte all’ospedale al-Shifa di Gaza City. Secondo il Committee to Protect Journalists, organizzazione internazionale che tutela i diritti della stampa e dei reporter di tutto il mondo, dall’ottobre 2023 sono 186 i cronisti rimasti uccisi nei territori palestinesi. Altre fonti parlano di bilanci anche peggiori. “Ogni volta che sento di un giornalista ucciso a Gaza, penso: ecco, Simone è morto un’altra volta”.

aprire a chi racconta

Pierluigi conosce il mestiere. Per trent’anni ha respirato l’aria delle redazioni della Rai, a via Teulada prima e a Saxa Rubra poi. E sa che l’informazione può cambiare il corso della storia. “È successo con la disgregazione dell’Urss, è successo nei Balcani”, ricorda. “Se arrivassero più foto e testimonianze indipendenti, forse cambierebbe la percezione di questo conflitto anche in Israele”.

Le polemiche sugli scatti dei bambini malnutriti hanno alimentato il sospetto di propaganda da parte di Hamas. “Proprio per questo, un Paese democratico non può temere la verità. Se non hai paura di ciò che succede, lasci entrare reflex e microfoni. Israele parla di una forma di protezione per i cronisti, ma non sembra essere questo il motivo. L’unico antidoto al dubbio sulla propaganda è aprire Gaza a chi racconta. Forse solo così potremo vedere una verità diversa. Bisogna aprire le porte di Gaza ai giornalisti”, dice. 

carestia e paura

“Simone non è mai stato di parte: aveva amici palestinesi e israeliani. Parlo ancora con i suoi colleghi o con gli operatori umanitari che vivono lì, che lo conoscevano e che ci hanno aiutato a recuperare il suo corpo. Anche Francesca Albanese è sempre stata al nostro fianco”, dice Pierluigi. “Tutti loro raccontano la carestia, le notti di paura, i bombardamenti. Questa non è manipolazione o intelligenza artificiale: è cuore, sangue, lacrime vere”. 

Poi si ferma. “Come persona e come giornalista, fatico a capire quello che sta facendo Israele. Qual è il loro disegno? Annientare il popolo palestinese? Eppure loro stessi hanno conosciuto sofferenze e drammi. Non c’è nessuna logica, né storica né umana. Vorrei vivere tanti anni per capire quale sarà il giudizio della storia su tutto quello che sta accadendo oggi lì”.

immagine a new york

A Pitigliano, la “piccola Gerusalemme” del grossetano (soprannominata così per la sua storia di accoglienza verso la comunità ebraica), Pierluigi Camilli è stato sindaco per un mandato, dal 2012 al 2017. “Pochi giorni fa, il consiglio comunale ha votato all’unanimità il riconoscimento dello Stato palestinese. Una decisione simbolica, sì, ma anche un omaggio alla memoria di mio figlio”.

Perdere un figlio è il dolore più innaturale da provare. “Un trauma che rimane per tutta la vita e che non andrà mai via”. Ma insieme alla ferita sopravvive il ricordo. Su una parete della sede centrale dell’Associated Press, a New York, oggi campeggia una foto di Simone. È memoria che resiste. “Lui è stato l’ultimo giornalista italiano, il trentesimo, a morire all’estero. Non vorrei che queste morti, la sua e quelle di oggi, diventassero routine. Perché il loro sacrificio non deve e non può essere dimenticato”.

(nella foto, Pierluigi Camilli, ai funerali di Simone, 15 agosto 2014)

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