di STEFANO AVANZI

Nel 2024, come riportato da Linkiesta, gli abbonati del New York Times hanno trascorso più tempo sui suoi giochi digitali che a leggere le notizie. Lo rivelano i dati diffusi da ValueAct Capital, uno dei principali investitori del gruppo editoriale, durante una presentazione agli azionisti. Titoli come Wordle, Connections e Spelling Bee sono diventati attività quotidiane per milioni di utenti, trasformando il giornale in una vera piattaforma di abitudini dove l’informazione convive con contenuti di intrattenimento.

undici miliardi

Secondo i dati interni, nel 2024 i giochi sono stati utilizzati oltre undici miliardi di volte. Wordle da solo ha superato i cinque miliardi di sessioni e l’app dedicata ai giochi ha raggiunto 2,6 milioni di utenti attivi giornalieri a ottobre, con una crescita del 195% in un anno. Il gioco Connections, lanciato ufficialmente nell’estate 2023, ha contribuito in modo decisivo a questa crescita. Gli utenti che interagiscono sia con i giochi sia con le notizie tendono a rimanere abbonati più a lungo, secondo quanto indicato dall’azienda.

piattaforma multi-servizio

La trasformazione del New York Times da giornale a piattaforma multi-servizio ha avuto un momento chiave nel gennaio 2022, con l’acquisizione di Wordle dal suo creatore, l’ingegnere britannico Josh Wardle. L’operazione, stimata in milioni di dollari, ha portato all’espansione della redazione giochi, oggi composta da circa cento persone tra editor, sviluppatori, designer e specialisti di marketing. Alcuni titoli, come Spelling Bee, sono nati sulla carta; altri, come Letter Boxed o Tiles, sono stati ideati direttamente per l’app mobile.

interessati alla competizione

Tra i progetti più recenti figura Crossplay, variante del classico Scrabble, testata in Nuova Zelanda nel 2025 come app separata, pensata per un pubblico meno legato alla lettura quotidiana ma interessato alla competizione. Il responsabile della divisione giochi, Jonathan Knight, ha spiegato che l’obiettivo è offrire un’esperienza senza le dinamiche più invasive del mobile gaming, come monetizzazioni aggressive o meccaniche simili a “mini-casinò”.

podcast, cucina e sport

Il modello punta sulla fidelizzazione attraverso micro-esperienze quotidiane, in grado di generare abitudine e condivisione sui social. Ogni partita, breve e gratificante, spinge l’utente a tornare, creando un legame costante con il marchio. All’interno dello stesso abbonamento, a partire da 25 dollari al mese negli Stati Uniti, sono inclusi anche notizie, podcast, cucina e sport.

L’ex editorialista Andrew Rosenthal ha ricordato, in un’intervista, che l’espansione in aree non editoriali è avvenuta mentre venivano ridotte risorse in settori tradizionali, come con la chiusura della storica redazione sportiva nel 2023. L’azienda sostiene che i ricavi di giochi e altri servizi contribuiscono direttamente al sostegno dell’informazione.

1 commento

  1. Penso siano utili alcuni elementi di contesto

    1) I giornali, intendo *tutti* e in particolare quelli stampati, sono stati sempre *anche* una piattaforma di giochi, che hanno spinto la circolazione e le tirature
    2) Da tempo immemore, ad esempio, pubblicavano cruciverba (proverbiali quelli, difficilissimi, del Times di Londra), più recentemente sudoku. Qualcuno ha dimenticato la “pagina dei giochi”?
    3) In Italia, in particolare, sono andati fortissimo i giochi a premi, che negli anni Ottanta-Novanta hanno spinto alle stelle le tirature – il Bingo, ad esempio, o Portfolio, come nel caso della piu pretenziosa Repubblica.
    4) L’abbonamento al NY Times è diversificato: è possibile pagare solo per il giornalismo, o per i giochi o per la Cucina – oppure sottoscrivere un abbonamento tutto-incluso.
    5) È vero che il NY Times ha chiuso il servizio sportivo, ma ha ha fatto proprio e rilanciato un sito di informazione sportiva – che ha anche esso un proprio abbonamento.
    6) La “redazione” del NY Times non sta calando, bensì crescendo. L’ultima volta che avevo controllato aveva 1.700 addetti, ora credo che siano quasi a duemila.
    7) Certamente ciò che intendono gli americani per “redazione” (=newsroom) non è quello che si intende in Italia: sono considerati giustamente giornalisti tutti coloro che producono informazione giornalistica, che curino il lavoro redazionale (quadri), che scrivano, scattino foto, girino video, post-producano immagini statiche o dinamiche, disegnino, scrivano programmi infomatici per la gestione delle informazioni, raccolgano e organizzino dati, si occupino di ricerca e di archiviare le informazioni, ecc. ecc. e anche i servizi di back-office (es: le segreterie di redazione) sono parte della newsroom; tutti dipendono da direttore e sono tenuti, per il lavoro che spetta loro, a seguire le regole dell’etica professionale stabilite. Anche considerando tutto questo, mi sembra che ogni paragone con altre esperienze cui siamo più abituati non si ponga neppure.

    Mie personali conclusioni: non si comincia neppure a vedere una possibilità di uscita dalla crisi dell’editoria giornalistica se i giornalisti non capiscono r non accettano che il prodotto del loro lavoro, anche il migliore, non basta a sostenersi economicamente da solo. Anzi, non è mai bastato

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