In Germania stanno circolando false prime pagine, finti servizi giornalistici e video manipolati costruiti per sembrare prodotti da alcune delle più importanti testate del Paese. Compaiono i loghi di Der Spiegel, Deutsche Welle, Bild, ZDF, Tagesspiegel e Handelsblatt. Solo che quelle redazioni non hanno mai pubblicato quelle notizie.

Dietro c’è Matrioska, un’operazione di influenza russa analizzata da NewsGuard che, in vista delle elezioni regionali tedesche di settembre, diffonde contenuti falsi per alimentare le tensioni tra Germania orientale e occidentale. Il messaggio è esplicito: tornare a dividere il Paese in due Stati, come prima della riunificazione del 1990. Anche l’hashtag lascia poco spazio all’interpretazione: #TimeToDivideGermany.

parole mai dette

Il metodo è elementare. E proprio per questo efficace.

Si inventa una notizia. Poi le si mette addosso la divisa del giornalismo.

Il logo giusto. La grafica giusta. Una testata conosciuta. Un volto credibile. Se serve, l’Intelligenza artificiale aggiunge anche una voce che quella persona non ha mai usato per pronunciare parole che non ha mai detto.

dichiarazioni offensive

Un falso servizio attribuito a Der Spiegel sostiene che più dell’82 per cento dei tedeschi sotto i trent’anni vorrebbe una nuova divisione della Germania. Un altro, costruito utilizzando il logo di Deutsche Welle, attribuisce alla presidente del Bundestag Julia Klöckner dichiarazioni offensive contro i tedeschi dell’Est.

È tutto falso.

Ma deve sembrare tutto vero.

Ed è qui che Matrioska diventa una storia che riguarda direttamente i giornali.

Perché la propaganda, per essere credibile, ha ancora bisogno del giornalismo.

sito sconosciuto

Potrebbe pubblicare un post anonimo. Non basta. Potrebbe aprire un sito sconosciuto e riempirlo di notizie inventate. Non basta. Potrebbe affidarsi a un account social senza nome. Non basta.

Serve Der Spiegel.

Serve Deutsche Welle.

Serve Bild.

Serve qualcosa che il lettore abbia già imparato a riconoscere come informazione.

sfruttare la fiducia

È un paradosso formidabile: per attaccare la fiducia nell’informazione professionale bisogna prima sfruttare la fiducia costruita dall’informazione professionale.

La propaganda può inventarsi una notizia in pochi secondi. Quello che non riesce a inventarsi altrettanto facilmente è una reputazione.

Allora la ruba.

Da anni raccontiamo la crisi del giornalismo attraverso le copie perse, gli abbonamenti, la pubblicità migrata altrove, le edicole chiuse, le redazioni ridimensionate. Abbiamo quasi finito per convincerci che il marchio di un giornale valga sempre meno.

moneta che non vale

Eppure chi fabbrica disinformazione sembra pensarla diversamente.

Se Der Spiegel fosse irrilevante, nessuno avrebbe interesse a copiarlo.

Se Deutsche Welle non fosse considerata credibile, il suo logo sarebbe inutile.

Nessuno contraffà una moneta che non vale niente.

È forse questa la lezione più interessante dell’intera vicenda.

La disinformazione contemporanea non ha bisogno soltanto di produrre il falso. Ha bisogno di contraffare il vero.

differenza enorme

Ed è una differenza enorme.

Fino a qualche anno fa riconoscere una bufala poteva significare osservare un sito improbabile, controllare un indirizzo web, accorgersi di un errore grafico o di una fotografia manipolata male. Oggi quella distanza si sta restringendo.

Una falsa prima pagina può essere quasi identica a quella vera. Una voce può essere sintetizzata. Un volto può essere animato. Un servizio televisivo può essere ricostruito. Un personaggio pubblico può essere fatto parlare senza aver mai aperto bocca.

il giornalismo costa

La tecnologia sta rendendo sempre più economico imitare l’aspetto dell’informazione. Non sta rendendo altrettanto economico fare giornalismo. Perché verificare costa. Telefonare costa. Mandare un cronista sul posto costa. Consultare documenti costa. Tenere aperta una redazione costa. Correggere un errore costa. Assumersi la responsabilità di ciò che viene pubblicato costa. Generare un contenuto, invece, costa sempre meno.

Ed è precisamente qui che si giocherà una parte della battaglia sull’informazione dei prossimi anni.

Non tra uomini e Intelligenza artificiale.

Non tra carta e digitale.

Nemmeno tra giornali e social network.

contenuto e informazione

La vera frattura sarà tra contenuto e informazione.

Di contenuti ne avremo in quantità industriale. Immagini, video, testi, audio, dichiarazioni. Una produzione praticamente infinita. Il problema sarà capire quali di quei contenuti siano passati attraverso un processo di verifica e quali siano stati semplicemente costruiti per sembrare credibili.

Per questo la domanda “l’Intelligenza artificiale sostituirà i giornalisti?” rischia di essere persino mal posta.

Una macchina può già produrre qualcosa che sembra giornalismo.

copiare tutto

Il problema è che sembrare giornalismo e fare giornalismo sono due cose completamente diverse.

Matrioska lo dimostra quasi involontariamente.

Copia tutto ciò che può essere copiato: il logo, la grafica, il video, la voce, il linguaggio, il formato.

Ma c’è una cosa che non può copiare. Il processo che viene prima della pubblicazione.

telefonate e domande

La verifica della fonte. Il confronto dei documenti. La telefonata. La domanda scomoda. Il controllo. La firma. Un direttore responsabile. Una redazione che risponde pubblicamente di ciò che pubblica.

È questo che distingue una notizia da un contenuto che ha soltanto l’aspetto di una notizia.

Eppure proprio mentre questa differenza diventa più importante, una parte dell’industria dell’informazione sembra ossessionata dalla direzione opposta: produrre di più, pubblicare più velocemente, inseguire ogni piattaforma, trasformare qualsiasi cosa in contenuto.

cinque caratteristiche

È una gara pericolosa.

Perché sul terreno della quantità una redazione non potrà mai battere una macchina capace di generare migliaia di testi, immagini e video. E forse non dovrebbe nemmeno provarci.

Il giornalismo ha un’altra partita da giocare: provenienza, verifica, responsabilità, riconoscibilità, reputazione.

Cinque parole molto meno spettacolari di “Intelligenza artificiale”. Ma molto più difficili da contraffare.

avvertimento agli editori

Il caso tedesco contiene quindi un avvertimento anche per gli editori. Il marchio di una testata non è soltanto un logo da stampare sopra un articolo. È un patrimonio costruito lentamente, notizia dopo notizia, correzione dopo correzione, anno dopo anno.

Dietro Der Spiegel non c’è soltanto la scritta “Der Spiegel”.

Dietro Deutsche Welle non c’è soltanto un simbolo grafico.

Ci sono giornalisti, archivi, procedure, responsabilità editoriali e soprattutto una relazione con il pubblico.

La propaganda può fotografare quel vestito e farsene una copia.

Non può comprare ciò che c’è dentro.

provenienza preziosa

Per questo Matrioska racconta qualcosa di più profondo di una campagna russa contro la Germania.

Racconta un futuro nel quale l’apparenza della notizia sarà abbondante e la certezza della sua provenienza diventerà preziosa. E racconta anche qualcosa che il giornalismo, impegnato da anni a discutere della propria crisi, farebbe bene a ricordare.

Quando qualcuno vuole rendere credibile una menzogna, non la veste da influencer.

Non la veste da algoritmo.

Non la veste da chatbot.

La veste da giornale.

Perché sa che quel vestito, nonostante tutto, vale ancora qualcosa.

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