A giudicare dalle feroci polemiche che hanno accompagnato l’anniversario della strage di Marcinelle, non esiste in Italia argomento più sentito della sicurezza sul lavoro. O meglio, anziché “sentito” è più corretto dire “orecchiato”, perché in realtà se ne parla poco o nulla. Non lo fa il governo arroccato dietro i confortanti quanto incompleti numeri Inail (1). Non lo fanno i partiti e i sindacati, incapaci di andare oltre il comunicato di rito a base di “inaccettabile”. E non lo fanno nemmeno le redazioni, grandi e piccole, poco inclini a occuparsi di lavoro, ma votate anima e corpo ai ricchi grafici e alle elaborate paginate sul mondo della finanza.
cospicui interessi
D’altro canto, le sezioni e i supplementi di giornali e siti si chiamano “economia e finanza”, “affari e finanza”, “finanza e mercati” eccetera. Ad usare il termine “lavoro” sono veramente in pochi: Avvenire, Il Manifesto, Fanpage tra gli altri. Il motivo? Da un lato la presenza di editori per la stragrande maggioranza impuri, cioè con cospicui interessi in imprese e fondi, per giunta molto sensibili alle possibili reazioni di inserzionisti coinvolti in un qualsiasi fattaccio. Dall’altro lo scarso appeal giornalistico di fatti e storie “lacrime e sangue”. Viviamo pur sempre in un Paese in cui gli incidenti sul lavoro, anche mortali, vengono considerati un inevitabile danno collaterale, un po’ come gli incidenti stradali.
luana e satnam
Ecco perché le cronache, quando ci sono, risultano inevitabilmente asfittiche e incomplete. Le redazioni si mobilitano soltanto su storie specifiche, “appetitose” per essere cinici. Luana D’Orazio, ad esempio, madre giovane e carina straziata da un orditoio; oppure Satnam Singh, vittima di vessazioni splatter nelle campagne pontine. Vero è che la coperta è cortissima: scavare oltre le poche righe di un comunicato dei Vigili del Fuoco richiede tempo, fatica e applicazione. Merce rarissima nelle redazioni dissanguate, già costrette a fare i conti non solo con le querele temerarie sempre in agguato, ma anche con procure che forti della riforma Cartabia decidono se, quando e come un fatto può essere comunicato alla cittadinanza; oppure con le implacabili autorità garanti di questo e quello che azzoppano il diritto di cronaca (e di scrittura).
pieni di omissis
Chi scrive è buon testimone delle difficoltà da superare per offrire un’informazione decente su quelle che una volta chissà perché venivano chiamate morti bianche (fb e instagram: @mortidilavoro). Girano striminziti comunicati in puro burocratese, pieni di omissis a partire dai nomi e dalle circostanze. Non è raro scoprire a settimane di distanza che qualcuno ha perso la vita lavorando. L’attenzione, poi, è scarsa ed è sotto gli occhi di tutti un caso clamoroso: il crollo della palazzina di Messina che il 30 luglio ha causato la morte di sei persone, due delle quali erano al lavoro: Alessandra Frazzica, ventunenne commessa di un bazar, e Lhairu Warnakulasuriy, 48 anni, collaboratore domestico dello Sri Lanka. A oggi, 10 agosto, mancano ancora all’appello due corpi e i vigili del fuoco sono tuttora all’opera, ma le postazioni tv hanno smobilitato da tempo e i giornali hanno smesso di occuparsene.
(1) – Inail lavora soltanto sui dati delle categorie assicurate. Mancano quindi all’appello tutti i dati relativi ai lavoratori non assicurati – vigili del fuoco e lavoratori in divisa, ad esempio – agli autonomi e, ovviamente ai lavoratori in nero. Secondo una nostra stima un incidente su quattro non entra nei radar Inail.
(nella foto Ansa, la palazzina crollata a Messina, località Pistunina, il 30 luglio)






Siamo sempre all’anno zero..La sicurezza sui luoghi di lavoro non interessa nemmeno alle lavoratrici e ai lavoratori: basta guardare, e vediamo inadempienze di ogni genere, a tutti i livelli. Che angoscia!