(S.A.) La direttrice del Wall Street Journal, Emma Tucker, ha raccontato a Londra i retroscena dell’inchiesta che collegava Donald Trump al finanziere americano Jeffrey Epstein, spiegando che il lavoro giornalistico ha richiesto mesi di verifiche, decine di persone coinvolte e un forte supporto legale. Tucker ha parlato durante il summit sul giornalismo investigativo “Truth Tellers”, organizzato in memoria di Sir Harry Evans.

Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui si sosteneva che Trump avesse inviato un messaggio di compleanno dal contenuto osceno a Epstein. Dopo la pubblicazione, Trump aveva tentato di ottenere un risarcimento da 10 miliardi di dollari per diffamazione. La causa è stata però archiviata ad aprile, quando un giudice statunitense ha stabilito che non era stato dimostrato il “dolo effettivo”, elemento richiesto dalla legge americana per condannare una testata giornalistica per diffamazione.

Durante l’incontro, Tucker ha spiegato che l’inchiesta ha coinvolto almeno 20 persone tra giornalisti, redattori, legali e responsabili degli standard editoriali. Ha detto che il lavoro è andato avanti per “ben oltre sei mesi” e ha definito l’esperienza “un sacco di problemi”, sottolineando però l’importanza del giornalismo investigativo.

La direttrice del quotidiano americano ha spiegato che, nell’epoca dell’Intelligenza artificiale, le redazioni devono concentrarsi soprattutto su storie originali e complesse. 

Secondo Tucker, uno dei problemi più grandi oggi riguarda le pressioni legali che arrivano ancora prima della pubblicazione degli articoli. Ha spiegato che sempre più spesso le redazioni ricevono lettere di avvocati e minacce di cause prima che una notizia venga pubblicata. Ha definito questa pratica una strategia che può mettere in dubbio la credibilità delle notizie e rallentare il lavoro dei giornalisti.

Alla domanda sul coinvolgimento del proprietario del giornale, Rupert Murdoch, Tucker ha risposto che le discussioni con l’editore sono normali quando si affrontano storie delicate, ma che “le decisioni sulla pubblicazione sono mie”.

Nel corso dello stesso incontro è intervenuto anche Joshi Herrmann, fondatore di Mill Media, che ha parlato delle difficoltà affrontate dalle piccole testate locali nel Regno Unito. Herrmann ha spiegato che le minacce legali rappresentano “una grande ragione” per cui alcune notizie non vengono pubblicate.

Mill Media sta affrontando due denunce per diffamazione legate ad articoli pubblicati da testate locali del gruppo. Herrmann ha dichiarato che le leggi britanniche permettono ancora di intentare cause contro articoli “veri e ben documentati”, chiedendo maggiori protezioni contro le cosiddette SLAPP, le cause usate per scoraggiare e intimidire i giornalisti.

Herrmann ha raccontato anche di avere ricevuto una minaccia legale da un consigliere speciale del ministro dell’Interno britannico Shabana Mahmood, poco prima della pubblicazione di un articolo del Birmingham Dispatch. Secondo il giornalista, il messaggio minacciava azioni per diffamazione, violazione della privacy e una possibile ingiunzione dell’Alta Corte per bloccare la pubblicazione.

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