Quindici secondi che hanno bloccato l’attenzione dei media. Il filmato impressionante di un poliziotto scaraventato a terra e malmenato da un gruppo di facinorosi, colpito ai fianchi e alla spalla destra addirittura con un martello. La manifestazione del 31 gennaio a Torino è stata raccontata così e soltanto così. Nemmeno a interrogarsi su perché era stata indetta, e perché quel poliziotto sia stato lasciato solo, su come mai i suoi colleghi non siano accorsi in massa a soccorrerlo, anche se Alessandro Calista, trascinandosi sul ciglio per quasi sei metri, con gli occhi ne invocava l’intervento.
quanti partecipanti
Pigrizia pure nel dare il numero dei partecipanti, con la solita formula trita “50 mila secondo gli organizzatori, 20 mila secondo la polizia”, mentre i giornalisti dovrebbero essere in grado di fornire loro una stima attendibile sulla consistenza, calcolando la lunghezza del corteo e la larghezza dello spazio occupato, con una densità media di tre persone ogni metro quadro raccomandata dai tecnici delle piazze. Certezza, invece, nel dare il numero degli estremisti in campo: addirittura 1.500, un esercito.
E subito telecamere su Giorgia Meloni, che va a visitare Calista.
danno muscolare
Il filmato dei “quindici secondi e basta” è passato in tv più volte, non solo nei telegiornali, ma anche a “Lo stato delle Cose” condotto da Massimo Giletti su Rai 3 (dove però Michele Santoro ha fornito un’altra versione dei fatti) e a “Quarta Repubblica” su Rete4, con Nicola Porro a ripetere che Calista, fortunatamente uscito quasi indenne dal pestaggio, aveva subito “un grave danno muscolare”. Ma un ospedale non dimette il giorno dopo un paziente che ha subito un danno simile.
Non sono passate, nelle tv generaliste, le immagini del volto insanguinato dell’anziano Claudio Francavilla, finito in mezzo a una carica della polizia pur essendo sceso in piazza pacificamente, e abbandonato sul marciapiede. E nemmeno i video sul fotografo Federico Guarino, scagliato a terra e manganellato da diversi agenti, come segnala su “il manifesto” Rita Rapisardi. La politica ha prevalso sul racconto dei fatti.
“bene comune”
Ma perché era stata indetta questa manifestazione con una partecipazione popolare così intensa? Innanzitutto, per protestare contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, che il 30 gennaio del 2024 la giunta comunale di Torino, aveva identificato come “bene comune” per condurre attività sociali e no profit per il quartiere Vanchiglia, ma del quale era stato ordinato lo sgombero dopo l’assalto a La Stampa da parte di un piccolo gruppo di facinorosi, che anche in questo caso le Forze dell’ordine che presidiano Torino, non erano state capaci di sedare.
Sul Corriere della Sera, edizione di Torino, Christian Benna, chiede alla politica di interrogarsi sul perché di una manifestazione tanto partecipata, che probabilmente un partito oggi non saprebbe organizzare. Non c’è solo Aska. C’è frammentazione sociale, precariato, solitudine, rappresentata soprattutto dai giovani. E la risposta non può essere soltanto la repressione.
servizio pubblico
Usigrai, Coordinamento Cdr Tgr,Cdr Tgr Piemonte, Federazione Nazionale Stampa Italiana in un comunicato hanno scritto: “Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia. Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza. Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio. Nel racconto della TgrPiemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza”.
domande dirette
“Un collega -proseguono- aveva raccolto il giorno successivo alla manifestazione l’intervista a una componente del centro sociale Askatasuna. Aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto. Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte. La motivazione addotta dal Direttore della Tgr al Comitato di Redazione di Torino è totalmente non condivisibile: la persona intervistata – che ha risposto alle domande guardando la telecamera – non ha fornito nome e cognome. Decine di volte abbiamo mandato in onda portavoce di associazioni che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica sottopancia. Decine e decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari. È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande. Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande. Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico. E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico”.
Ai giornalisti si chiede l’approfondimento dei fatti, e non l’ossessiva ripetizione, con dichiarazioni e interviste, del punto di vista di chi governa e di chi si oppone.
(nella foto, Alessandro Calista)





