(A.G.) I 4 Gianni non ci sono più.
E come loro non ce ne saranno più. Sembra malinconica lamentela da anziani, eppure non tutto il passato è da buttare, anzi è giusto ricordare le cose inimitabili (intramontabili, avrebbe detto Brera), poiché il progresso non è solo una freccia col segno positivo.
Uno dei Gianni, Clerici, è stato un buon atleta, tennista da primo turno a Wimbledon. Altri due, Brera e Mura, grandi protagonisti a tavola, con cibo e vino. Il quarto, Minà, addirittura astemio, un’anomalia. Tutti però scelsero di narrare lo sport, settore del giornalismo che più di altri si avvicina all’epica -trionfi, cadute, sacrifici, sudore, gioia e disperazione- nel corso di un match, sceneggiature da maestri.
come la nazionale
A un certo punto finirono tutti e quattro nel giornale il cui Direttore -Eugenio Scalfari- aveva detto, alla fondazione, “non ci occuperemo mai di sport”. E quel giornale era la Repubblica, che in undici anni, dal 1976 al 1987, da zero scalò la vetta e superò il Corriere della Sera. Fu così che grazie a loro, soprattutto, e a tanti altri la Repubblica divenne “la nazionale del giornalismo sportivo”.
Questa è la storia de “I 4 Gianni – Brera, Clerici, Mina, Mura e lo sport di Repubblica” (Minerva Edizioni), snocciolata da Giuseppe Smorto, che fu per un periodo capo di quello Sport.
un unico gesto
Brera poteva descrivere un gol in 9.000 battute, un solo gesto tirato per 150 righe. Brera pensava anche fosse importante sapere come si era arrivati a quel gol, da dove era partita l’azione, e i cinque passaggi successivi.
Clerici divagava, raccontava i match di tennis partendo da un quadro in una mostra, non dava numeri né statistiche, spiegava angoli, rotazioni e impugnature. Certe volte, i risultati glieli aggiungevano in redazione.
Mura seguiva il Tour de France lungo percorsi che includevano abbazie, musei, tombe di eroi, comprava i giornali locali e frutta di stagione.
complice e amico
Minà possedeva il talento di entrare nei cuori dei personaggi che intervistava, diveniva confidente, complice, amico, come con Diego Maradona e Cassius Clay.
Brera inventava parole: abatino, contropiede, goleador, goleada, incornata, melina, pretattica, staffilata, traversone, tutta roba sua, entrata nel lessico corrente. Ma anche eupalla, palabratico, prestipedatore, lunghisti, migliaroli. Soprannomi come Puliclone e Stradivialli. E “ti sia lieve la terra”, per chi muore, che oggi usano anche al bar.
piccoli ritagli
Mura raccoglieva piccoli ritagli di stampa, li metteva da parte per la rubrica settimanale “Sette giorni di cattivi pensieri”, dove dava voti a destra e a manca: clamorosi furono un 4 al Direttore Scalfari e uno 0,5 a Papa Wojtyla, che aveva suggerito alle donne bosniache stuprate: “Trasformate l’atto di violenza che avete subito in atto d’amore e accoglienza”.
Clerici vide al ristorante in Australia Steffi Graf e Andre Agassi che si scambiavano effusioni e rinunciò allo scoop, niente sciacallate.
Minà andò in crisi con Repubblica perché non gli facevano scrivere tutto ciò che pensava sulla crisi economica di Cuba, le ragioni e i suoi colpevoli, pubblicò allora quelle cose sul Manifesto.
tratti comuni
Alla fine, Smorto annota i tratti in comune dei 4 Gianni: “Rigettavano il conformismo del tifo, e la religione della curva. Hanno visto prima del tempo l’evoluzione negativa, la trasformazione balorda dello sport in marketing, in pura immagine”.
Hanno vissuto il mestiere, che ha tratti sgangherati e cialtroni, come se fosse sacro e ogni parola doveva essere quella, solo quella.
Eppure Clerici diceva: “Chiariamo subito, non ho mai lavorato neanche un giorno”.
Mura aveva già visto la crisi: “Abbiamo abbandonato le strade, le piazze. Una volta la redazione somigliava all’atrio di una stazione, con la gente che entrava e usciva, un inconfondibile rumore di fondo. Oggi entro e la redazione è un mix fra una banca e un’agenzia di assicurazione auto. Fra chi scrive e chi disegna, il creativo oramai è il grafico. Pensate a Leopardi in tipografia. Gli avrebbero detto: ‘O’ gobbo, taglia una riga!’. ‘E il naufragar m’è dolce in questo mare’ chissenefrega”.
(nella foto, Gianni Clerici)





