I giornalisti potrebbero aggiungere al reddito annuale almeno una mensilità di stipendio, se fosse loro riconosciuto un compenso per gli articoli pubblicati su Google, Facebook & company.
Lazzaro Pappagallo, giornalista Rai, membro della giunta esecutiva Fnsi, già segretario di Stampa Romana, ha effettuato per la prima volta un’accurata ricerca per stabilire questo dato. Si è basato sull’unico documento a disposizione fino a oggi: il provvedimento Agcom a favore di Repubblica, Stampa e Radio Capital. La cifra venuta fuori oscilla fra 375 e 976 euro l’anno. Il provvedimento riguarda soltanto Meta (Facebook), quindi la cifra potrebbe risultare moltiplicata, se estesa agli altri giganti del web.
nessun confronto
Da anni le grandi piattaforme riproducono gli articoli dei giornali. In alcuni casi, Google, Facebook & company hanno riconosciuto somme variabili (piccole percentuali dei loro stratosferici profitti) ad alcuni editori. Senza volersi mai accordare su regole generali. Senza volersi mai confrontare con Sovrastati (tipo Europa), Stati o leggi.
In ogni caso poi, nella grande maggioranza dei casi, gli editori non riversano una quota di queste somme ai giornalisti, autori materiali degli articoli.
Il lavoro di Pappagallo è stato pubblicato su Informazione@futuro. Per un sindacato dei giornalisti, dove si può trovare nella sua completezza.
rifiuto di comunicare
“I giornalisti -scrive Pappagallo- si sono sempre chiesti quanto valga il lavoro quotidiano”. Quanto vale il giornalismo ospitato dai social? Quanto potrebbero ricavarne i giornalisti? La difficoltà di rispondere deriva anche dal fatto che quando gli editori stringono accordi con le grandi piattaforme (OTT, Over The Top) rifiutano di comunicare i termini di tali accordi a redazioni e a Comitati di redazione
Si deve tenere conto che quando le istituzioni europee si sono rese conto dello strapotere delle piattaforme è apparso, nella legislazione europea e in quella nazionale, il concetto di “equo compenso“. E’ il compenso che per il diritto d’autore deve essere versato dalle piattaforme alle aziende editoriali. Le norme europee di riferimento sono il Das, Digital Service Act, regolamento del 2022, e la direttiva del 17 aprile 2019, sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale, recepita in Italia nel 2021 con un ruolo di vigilanza attiva da parte dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.
punti fermi
L’Agcom è stata chiamata in causa da Gedi quando il gruppo editoriale non ha trovato l’accordo con Meta (ex Facebook) sui diritti per la cessione degli articoli. Nella legislazione italiana si prevede che, in caso di mancato accordo, è l’Autorità a stabilire la cifra spettante.
“La decisione storica di Agcom -scrive Pappagallo- anche se sarà quasi certamente oggetto di ricorso di Meta, permette di fissare alcuni punti fermi sul valore del giornalismo di un grande gruppo editoriale italiano su una grande piattaforma. Il 10 luglio scorso, il Consiglio di Agcom ha approvato a larga maggioranza l’equo compenso dovuto da Meta per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico del Gruppo editoriali Gedi su Facebook. Il valore è fissato a 9,3 milioni di euro e riguarda il 2022”.
ricavi pubblicitari
Ed ecco come ci si arriva: Agcom ha assunto come base di calcolo i ricavi pubblicitari di Meta derivanti dall’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico dell’editore. Sottraendo i ricavi di Gedi attribuibili al traffico di reindirizzamento proveniente da Meta riguardo agli articoli pubblicati. A tale base di calcolo è stata applicata un’aliquota del 62%. Agcom, con una attività da inchiesta giornalistica, è riuscita a fissare questo valore. Meta ha fatturato nel 2022 a livello mondiale 113 miliardi di dollari di pubblicità. Al diniego del dato specifico sull’Italia, Agcom lo ha ricavato per un’altra strada: è partita dal Sic, il sistema integrato delle comunicazioni. Nel 2022 il ricavo di Meta da pubblicità on line su Facebook e Instagram in Italia è stato di 1 miliardo e 417 milioni di euro. La parte di Gedi di questo valore pubblicitario, secondo Agcom, è identica alla percentuale che Gedi occupa nella pubblicazione di post degli editori italiani su Facebook, al netto del traffico di reindirizzamento sul proprio sito.
fine del contenzioso
Se con l’aliquota al 62% si è individuato un equo compenso di 9,35 milioni significa che la base di calcolo pubblicitario di Gedi su Facebook in Italia è pari a 15 milioni.
“L’equo compenso riconosciuto da Agcom a Gedi per 9,35 milioni -spiega Pappagallo- deriva dal “peso” percentuale di una serie di fattori. Il contributo dei giornalisti sul totale dell’equo compenso è calcolato in 2,1 milioni. Ai giornalisti e agli autori degli articoli di giornali spetta una quota, compresa tra il 2% e il 5%, dell’equo compenso. Nel caso dei giornalisti dipendenti di Gedi (a tempo indeterminato, a tempo determinato e part time) se il gruppo dovesse incassare da Meta 9,35 milioni alla fine del contenzioso in corso la quota equivarrebbe alla forbice tra 186mila e 468mila euro. Se gli articoli 1 di Gedi sono circa 500, per ciascun giornalista ne deriverebbe una somma tra 375 e 936 euro l’anno. La cifra più alta -936 euro- equivarrebbe a una ‘quindicesima’ o alla compensazione delle riduzioni di stipendi dovuta agli stati di crisi”.
il caso francese
Si tratta di una somma non lontana dagli assegni staccati da alcuni OTT ai giornalisti francesi di Le Monde o di Le Figaro (750/800 euro a testa all’anno da Google e Meta), a dimostrazione che la base di calcolo è sostanzialmente corretta. Nel caso di Gedi contro Meta, si parla solo di Facebook. Ma ci sono altri attori che quotidianamente si servono degli articoli dei giornalisti per generare traffico e pubblicità: Google, la potentissima variante video di YouTube, X e TikTok.
Ottenere giuste compensazioni per l’utilizzo degli articoli sulle piattaforme “è la partita decisiva per la sostenibilità economica e professionale del settore -secondo Pappagallo- Gli editori italiani che correttamente chiedono in Italia e in Europa trasparenza alle piattaforme ai social network sui ricavi pubblicitari derivanti dai loro (e nostri) contenuti, altrettanto correttamente dovrebbero garantire ai Comitati di redazione e al sindacato dei giornalisti le informazioni per i ricavi dovuti ad accordi con le piattaforme. Solo accedendo a questi dati si può tagliare la nostra fetta di torta di equo compenso tra il 2 e il 5%”.
Certo, la vicenda appena raccontata sarà condizionata da strumenti come Google Overview, già in grado di riassumere articoli di giornale senza neanche rimandare ai siti. E questo apre a tutta un’altra serie di calcoli.
(nella foto, Giacomo Lasorella, Presidente Agcom)





