di ALBERTO FERRIGOLO

“Purtroppo anni di ristrutturazione hanno fatto passare l’idea che i comitati di redazione debbano occuparsi soltanto della crisi editoriale o che devono diventare la stampella delle aziende e aiutarle a ristrutturare, quindi impegnarsi a cofirmare stati di crisi ripetuti per ridurre il costo del lavoro e contenere i costi generali”.

Raffaele Lorusso, segretario della Federazione nazionale della stampa italiana, rieletto per la seconda volta il 14 febbraio 2019 sulla base di un ampio programma per i prossimi quattro anni, che vede al primo posto la difesa della dignità del lavoro dentro e fuori le redazioni, il contrasto al precariato, alla facilità delle querele-bavaglio ma anche la battaglia contro le fake news e le minacce ai cronisti, risponde così alla domanda su come stiano, più o meno in salute, i Comitati di redazione. Professione Reporter ha già affrontato questo tema con due articoli: Che difficile mestiere il Cdr, a Repubblica, al Corriere, al Fatto Quotidiano e Cdr come sportelli reclami, travolti da fughe e prepotenza del marketing. 

Non ti sembra che stia prevalendo una certa disaffezione a impegnarsi nei Cdr? E a farlo anche tenendo fede ad alcuni principi cardine della professione e del lavoro redazionale?

“Chiaramente da una parte risulta sempre più difficile trovare, all’interno delle reazioni, colleghi disposti a impegnarsi a fare attività per il Cdr, e così molto spesso passano anche in secondo piano temi che riguardano più strettamente la qualità del prodotto o su ciò che è o dovrebbe essere il giornale. E, talvolta, anche temi più generali che riguardano la linea editoriale del giornale, la sua fattura qualitativa così come anche quella sull’organizzazione del lavoro o magari le campagne che un giornale deve fare o dovrebbe svolgere all’interno della comunità dei lettori alla quale si rivolge”.

Tutto questo è anche frutto ed effetto delle ripetute crisi di questi anni recenti?

“Direi di sì, ma non tutto è imputabile alla crisi economica. Riguarda la crisi generale che ha colpito il Paese e continua a colpire i corpi intermedi. È una sorta di effetto a catena, il riflesso della crisi profonda della democrazia, che è anche la crisi dei partiti, dei sindacati e comprende l’indebolimento di tutti i tutti gli organismi di rappresentanza. Così all’interno delle redazioni non si sviluppano più corretti confronti su temi sui quali spesso si sarebbero fatte assemblee, si sarebbero promosse iniziative e molto spesso si sarebbe arrivati anche a scioperare.

Ma questo Paese oggi si lascia scivolare addosso il fatto che una persona deportata a otto anni nei campi di concentramento di Auschwitz adesso viene messa sotto scorta e ha bisogno della protezione dello Stato perché viene minacciata per le stesse ragioni per le quali era finita nei campi di concentramento. In altri tempi sarebbe stato impensabile. Ci sarebbe stato un sussulto civile. Tutto questo, invece, oggi passa in secondo piano, come se non riguardasse il dibattito pubblico e non riguardasse l’opinione pubblica. All’interno dei giornali si produce e si rispecchia questo clima generale.  Invece sarebbe utile e necessario, anche per rilanciare l’informazione, specie quella della carta stampata, che si tornasse a discutere di qualità e si cominciassero a fare assemblee anche sul tipo di giornale che si manda in edicola ogni giorno”. 

La mia impressione è che in qualche misura i Cdr siano, più che timidi,  come intimiditi… Ci sia come un clima di forte pressione psicologica nei loro confronti. Tra un po’ di paura e forti limiti alla loro azione. Cosa ne pensi?

“È assolutamente così. Obiettivamente c’è una grande paura, che deriva dalla mancanza di certezze per il futuro. La paura di ritrovarsi, non tanto in solidarietà o in cassa integrazione perché ormai ci stanno quasi tutti…, ma la paura di ritrovarsi di fatto senza il lavoro vero e proprio. Questo finisce con l’impoverire anche la qualità stessa dell’informazione, perché ormai i giornali vengono prodotti nello stesso modo in cui si produce nell’industria stando alla catena di montaggio. E quel che sta passando è anche una sorta di omologazione politica, culturale, fattiva nel modo di lavorare. Molto spesso le sinergie tra giornali porta al fatto che i giornali un po’ si somiglino tutti. E poi gli editori si chiedono perché i giornali non si vendano… Fermi restando tutti i temi macro, una riflessione sui contenuti andrebbe invece fatta. E profonda. Proprio a partire dalle redazioni. Senza voler mettere in discussione nessuno, senza voler auspicare rivoluzioni dal basso, ma proprio per ridare slancio ai giornali stessi. E all’informazione”. 

Il Cdr del Corriere della Sera è insorto per un articolo che reclamizzava il calendario di un giornale parte della scuderia dell’editore stesso. C’è ormai una commistione sempre più forte tra pubblicità e informazione sulle pagine dei giornali. Come si contrasta?

“Anche su questo tema abbiamo approvato carte deontologiche, si sono varate norme specifiche contenute all’interno del contratto stesso. Parlarne e discuterne sarebbe un atto dovuto. Perché vengano almeno fatte applicare. Nessuno vuol dire che vengano violate palesemente, però quantomeno parlarne perché vengano applicate meglio, vengano applicate correttamente sarebbe opportuno. Per dare ai cittadini un’informazione che sia informazione vera, e non informazione pubblicitaria o mascherata. È un tema su cui è opportuno sempre discutere e quando si presenta l’occasione è bene farlo. Purtroppo non lo si fa quasi mai”.

Ci sono situazioni critiche nelle redazione dei giornali, delle radio o delle televisioni da segnalare, in particolare?

“Le situazioni critiche sono ovunque. Più che altro c’è la richiesta dei colleghi di essere assistiti negli stati di crisi. Nelle aziende si parla ormai solo di questo. E in alcune aziende, per carità piccole, noi cominciamo ad avere il problema di non avere nessuno disponibile a farsi carico di fare il Comitato di redazione, impegnarsi nel Cdr”. 

Forse perché è oneroso, gratuito e come si diceva prima espone a rischi, anche di ritorsione.

“C’è un’ evidente crisi di vocazioni, ed esattamente così come è in crisi la democrazia è in crisi anche la democrazia sindacale e la rappresentanza, cioè sono in crisi quegli stessi organismi che in altre stagioni di questo Paese hanno scritto pagine di storia anche molto importanti”.

Giorni fa un articolo de Il Foglio ha rievocato la stagione “eroica” o più semplicemente politicamente e culturalmente vivace del Comitato di redazione del Corriere della Sera. È irripetibile quell’esperienza che ha avuto in Raffaele Fiengo la sua massima espressione?

“Quella storia del Corriere era anche figlia di una stagione, politica e sindacale, particolare. Era anche il frutto della ribellione all’infiltrazione e al controllo da parte della P2 del giornale. Quel che potrebbe accadere oggi non lo saprei dire. Non so, e mi chiedo, se di fronte ad una situazione del genere, non al Corriere della Sera ma in generale, in una qualsiasi testata, si sarebbe in grado di produrre una reazione di quel tipo. Sicuramente non passerebbe sotto silenzio, ma la reazione non sarebbe così articolata come fu la reazione negli anni Settanta. Erano gli anni del terrorismo, c’erano già stati tentativi di golpe sventati, veri o presunti che fossero…”.

 Il Foglio concludeva l’articolo con una rapida riflessione sul conflitto di classe che vige oggi nelle redazioni. Sulle due generazioni a confronto-scontro, anziani e giovani, che popolano e animano la struttura di giornali, radio e tv: benessere e privilegi degli anziani contro giovani deprivati di garanzie e praticamente nullatenenti. È così? È la giusta rappresentazione dello stato dell’arte?

“Quella di oggi non è lotta di classe è solo guerra fra poveri. Il vero conflitto oggi, ed è del tutto irrisolto -anzi non è irrisolto perché si sa bene chi ha vinto- il vero conflitto dicevo è quello tra capitale e lavoro. Il lavoro ha perso. Perché si è fatto in modo che il lavoro, non solo in Italia ma nel mondo, valga sempre di meno. Si è fatto in modo che il capitale sia libero di muoversi  e di andare ovunque e il lavoro non lo sia affatto o lo sia molto meno. Il lavoro ha perso e la sconfitta della cultura del lavoro e le ragioni del lavoro, dei diritti del lavoro, porta a questo. Porta alla guerra tra poveri”.

(nella foto: Raffaele Lorusso)