di ALBERTO FERRIGOLO

Negli ultimi dieci anni, i Comitati di redazione si sono trovati, di fatto, nella condizione di dover accompagnare le crisi aziendali, la politica dei tagli, delle ristrutturazioni, dei prepensionamenti, che sono stati una fase dolorosa, molto dolorosa. Sia per le redazioni nel loro complesso, sia per le persone che sono uscite quando avevano ancora un’età in cui avrebbero potuto dare professionalmente tanto. E ora?

Adesso sembra sia peggio. Perché nel frattempo s’è spostata l’età della pensione a 67 anni, con la differenza che non ci sono più i soldi pubblici per i prepensionamenti. Non c’è più nemmeno la leva dell’ammortizzatore. Cosicché la tensione del contenimento dei costi si scarica non su chi va in prepensionamento, viene mandato via, sacrifica una carriera dopo anni di lavoro, ma in ogni caso esce pur sempre con una pensione: la tensione dei tagli si scarica direttamente sul corpo redazionale che resta. Non foss’altro per via dei carichi di lavoro da redistribuire, al netto di un minor numero di occupati.
E questo produce sfiducia dentro le redazioni. Non c’è più prospettiva, ma bruta realtà. Con neppure la meta dell’uscire incentivato. Come a dire: siamo stati costretti ad accompagnare all’uscio alcune persone, per loro è certo doloroso, ma hanno comunque uno scivolo, una pensione in prospettiva, così in questo modo possiamo almeno salvare chi resta… Il punto è che oggi sembra non potersi salvare neppure chi rimane. Gli alibi sono finiti. Siamo arrivati al dunque, all’osso della questione.

Tre annualita’ Offerte

Al Corriere della Sera, per esempio, al momento non ci sono scivoli, a la Repubblica sì: un offerta di tre annualità per lasciare l’azienda. Non sono mancati casi, da contare sulle dita di una mano, di redattori di 45 anni che hanno colto al volo l’occasione per chiudere i conti con la testata e andarsene. Di sicuro avevano un’alternativa, un piano B pronto tra le mani, ma il segnale non è certo buono, dal punto di vista del mestiere.
Chi mai avrebbe lasciato, anche solo qualche anno fa, un posto da articolo 1 in un giornale importante per tentare l’avventura? Per molti, questo è il segnale che c’è poca vivibilità dentro le redazioni dei giornali. E che la professione non è più densa di appeal.
Poi, i Cdr dovrebbero occuparsi anche di vigilare sui contenuti giornalistici, di come vengono date le notizie, dell’aspetto dei diritti dei singoli e collettivi, della commistione informazione-pubblicità e pubblicità-notizia, tendenza cresciuta sempre più negli ultimi anni. Anche per come molto spesso vengono impaginati gli articoli. Oggi la pubblicità è incentrata in modo particolare sul marketing, unica risorsa rimasta per contrastare la caduta delle vendite e rimanere vivi. Ma è difficile riuscire a star dietro a tutto, si confessa. La progressiva sfiducia da parte delle persone verso i Cdr ha finito per dequalificare il loro ruolo ad una sorta di Ufficio Risoluzione Grane, a Ufficio Reclami. Per qualsiasi cosa s’invoca: dov’è il Cdr? Interpellati per le cose più assurde, si narra da più parti.

Contratto scaduto dal 2014

Cdr sempre più deboli? Non è un interrogativo retorico, ma lo specchio della realtà. Rappresentano i giornalisti assunti e le loro istanze, e questi sono sempre di meno. Non manca chi si lascia andare alla battuta facile, c’è l’Ordine ma non c’è più la categoria. E per superare le difficoltà che hanno oggi i Comitati di redazione nei confronti di proprietà poco inclini a recepire richieste e rivendicazioni, propone addirittura dei rappresentanti esterni. Sindacalisti che non percepiscano lo stipendio dallo stesso luogo in cui lavorano. Per essere così meno condizionabili. Succubi. Sottomessi. Ricattabili.
La realtà generale che viene descritta dentro il mondo editoriale è infatti costituita da una crescente area di professione giornalistica fuori dal contratto di lavoro. Come se avessimo a che fare con dipendenti mascherati o finti giornalisti come vengono anche definiti gli autonomi erogatori di lavoro. Specie nell’informazione locale. O in quella sportiva. O nella cronaca nera, che presidiano le questure di mezza Italia ma non sono assunti. Inquadrati nei modi più fantasiosi, partite Iva, co.co.co, collaborazioni occasionali in un effluvio di formule giuridiche più diverse. Tanto che nell’ultimo contratto di categoria stilato tra le parti, che risale al 2014 e oggi abbondantemente scaduto, sono state sottoscritte regole così larghe per cui chiunque, di fatto, può fare oggi il fornitore esterno di contenuti.
Il vero problema è che oggi i giornali vendono meno. E quando va bene si perde poco. In termine di copie e di fatturato. Ma, comunque, si perde. Un business inceppato. Dal 1992, massimo tetto di espansione delle vendite della carta stampata, con 6 milioni e 800 mila copie vendute ogni giorno, ad oggi i quotidiani hanno lasciato a terra quasi 5 milioni di copie. Mentre le edicole presenti sul territorio si restringono. Un vero disastro. Ciò che per esempio ha portato il mensile de Il Fatto di maggio scorso, Millennium, a titolare così il numero monografico in edicola dedicato al perché la gente non crede più alla carta stampata: “Cari colleghi, ci stiamo suicidando?”.
Rilanciare o tenere solo a galla un giornale significa dover lavorare molto di più. Con carichi che si fanno insostenibili e che producono gli effetti denunciati dal Cdr de Il Messaggero, per esempio (“Clima inaccettabile, troppe malattie da stress”).
E senza più potersi permettere alcuna rivendicazione.

(nella foto: Sala Albertini al Corriere della Sera, Piero Ottone, Raffaele Fiengo, storico membro del Cdr, Luciano Fontana, Indro Montanelli, Licio Gelli)