di ANNA LANGONE

Responsabili, tutti. Chi scrive per farsi leggere, per raccontare fatti ed opinioni condivide colpe non veniali verso l’ortografia. Errori, o espressioni strambe che diventano la normalità, non possono testimoniare che l’italiano sia una lingua viva, come dicono persino alcuni italianisti, ma rivelano che la nostra è una lingua colonizzata, troppo. Perché allentare le maglie del giudizio per paura di restare indietro? Se la corrente trascina verso il precipizio, bisogna smarcarsi in tempo. 

Nel concreto: perché dobbiamo scrivere e leggere “prendersi un rischio”, rischiando, questo sì, di accantonare quel “correre un rischio”, che è nella storia della lingua e la rende più comprensibile? L’espressione è fra quelle mutuate dall’inglese proprio dal linguaggio giornalistico che, chissà perché, ha voluto adottarla, quando l’italiano ha tutto ciò che occorre per esprimere il concetto. Non è una cosa da nulla, ma un passo avanti compiuto da quei forestierismi che già affollano pagine scritte e on line e che in questo modo agganciano pezzi più ampi del linguaggio italico. 

avverbi e congiunzioni

Peggio è però quel “piuttosto” usato al posto di “anche”, l’avverbio che sostituisce la congiunzione, un’assurdità impossibile da spiegare agli scolari delle elementari, come a qualsiasi straniero che volesse imparare l’italiano, eppure questa stortura è ormai entrata nell’eloquio. Come il “cui”, il dativo latino che non dovrebbe essere preceduto dalla preposizione, visto che è già da solo un complemento di termine e invece persino la Treccani benedice come regolari le espressioni “a cui”, “di cui” ma, possiamo dirlo? Suona meglio “dei quali”, perché la lingua è anche musicalità. Tuttavia, per quanto tono e pronuncia delle parole siano importanti, non inficiano il capirsi quanto l’utilizzo sbagliato dei verbi. Fra le vittime più frequenti c’è il verbo auspicare, transitivo e invece fra tanti intervistati in Tv, politici e amministratori locali soprattutto, è tutto un fiorire di “mi auspico”, sostituito d’autorità all’appropriato “mi auguro”. 

Del pronome “gli” utilizzato invece di “le” quando si parla di una donna si abusa da sempre e declinazione al femminile di cariche e professioni e la più recente schwa, ultima tendenza dell’italiano inclusivo, non fanno giustizia di quella predominanza maschile condivisa da troppi (e troppe). L’italiano non è certo la guerra dei sessi e, per dirne un’altra, la desinenza indifferenziata di genere, con un asterisco al posto della vocale finale di sostantivi e aggettivi, non facilita proprio la lettura. 

equilibrio sul baratro

Parlare, scrivere e leggere sono ormai un continuo equilibrio sul baratro fatto di approssimazione, imprecisione, pigrizia. Come spiegare altrimenti quanto accade al “sé”, pronome condannato ad essere accentato anche quando non dovrebbe? Leggiamo spesso frasi tipo “rispondere a sé stessi”, con il se con l’accento anche quando il contesto della frase dirime ogni dubbio, esclude la confusione con il congiuntivo imperfetto. La deriva di una solida regola imparata alla scuola dell’obbligo, del se pronome che perde l’accento, al singolare e al plurale, quando è seguito dal rafforzativo stesso e medesimo, è purtroppo validata anche dall’autorevole Accademia della Crusca, che così zittisce gli integralisti: “Sebbene negli attuali testi di grammatica per le voci rafforzate se stesso, se stessa e se stessi non sia previsto l’uso dell’accento, è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza”. Tuttavia, la stessa Accademia sollecita l’istituzione di un’Authority, di un garante per tutelare l’italiano, gli sbagli censurati insomma per legge. Accadrà mai?     

1 commento

  1. E l’apostrofo davanti alle consonanti (per esempio: l’Fbi….)? E i prefissi staccati (per esempio: neo eletto, come se i nei fossero eleggibili….)?

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