Da insulti a marchi identitari. E’ sulla forza simbolica delle parole che Roberto Vannacci ha costruito uno dei passaggi più significativi del discorso di apertura dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale. “Noi oggi rappresentiamo lo scarto e la feccia, e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo”, ha dichiarato il leader del movimento.
Secondo il professore Michele A. Cortelazzo, professore emerito dell’Università di Padova e accademico della Crusca, che analizza il discorso sul portale Treccani.it, la scelta di espressioni come “feccia”, “sporca dozzina” e “figli di nessuno” non è casuale, ma risponde a una precisa strategia comunicativa. Il meccanismo, spiega Cortelazzo, è quello dell’appropriazione: termini tradizionalmente usati per colpire l’avversario vengono rivendicati da chi li riceve, perdendo così gran parte della loro carica offensiva. Per Cortellazzo, questa operazione rafforza il senso di appartenenza al gruppo, alimenta la complicità tra i sostenitori e consolida un’identità costruita in opposizione al sistema politico tradizionale. La condizione di marginalità, anziché essere respinta, viene trasformata in un elemento distintivo e rivendicata come segno di autenticità rispetto agli altri partiti.
E’ la dimostrazione che il nuovo movimento non fa solo “slopaganda” (termine che unisce “AI slop” e “propaganda”), per riprendere il neologismo entrato quest’anno nella Treccani per indicare la propaganda, anche politica, dall’estetica bizzarra, talvolta iperrealistica, caratterizzata da contenuti enfatici, violentemente polemici o viceversa imbonitori, che viene generata con costi molto bassi facendo ricorso all’Intelligenza artificiale ed è diffusa in modo virale dagli algoritmi dei social media. Proprio quei meme che Futuro Nazionale sta utilizzando in questo periodo per veicolare messaggi virali a forte impatto emotivo.
L’analisi di Cortelazzo si sofferma anche sull’origine storica di alcune delle espressioni utilizzate. Richiamando il sociologo Luigi Manconi, Cortellazzo ricorda che “Figli di nessuno” era il nome di un’organizzazione antifascista composta da comunisti e anarchici, mentre il termine “feccia” richiama formule retoriche già presenti nella tradizione dell’innologia comunista e anarchica. Un riferimento che rende ancora più singolare il recupero di quel lessico da parte di un movimento collocato nell’area della destra. Anche la storia del termine “feccia” attraversa il Novecento politico italiano. Cortellazzo ricorda che l’espressione viene talvolta attribuita a Benito Mussolini nella frase: “I fascisti hanno salvato la Patria dalla violenza bruta della feccia sovversiva. Ma chi, se non io, potrà salvarla dalla violenza bruta della feccia fascista?”. L’attribuzione, tuttavia, resta incerta, mentre una testimonianza documentata dell’uso della parola compare in un articolo di “Stampa Sera” del 12 agosto 1942. Sul significato contemporaneo del termine è intervenuto anche il saggista, scrittore e giornalista Marcello Veneziani, che ne offre una lettura differente. Secondo Veneziani, la “feccia” rappresenta il blocco sociale che alimenta il populismo, formato soprattutto da disoccupati, percettori del reddito di cittadinanza e da quelli che in passato furono definiti gli “scappati di casa”. Una definizione distante dall’uso che ne fa Vannacci. Nel linguaggio di Futuro Nazionale, infatti, “feccia” non indica una categoria sociale da stigmatizzare, ma diventa un’etichetta da rivendicare con orgoglio. Un ribaltamento semantico che, secondo Cortellazzo, rappresenta uno degli strumenti più efficaci della comunicazione politica contemporanea: trasformare l’offesa in un elemento di identità e rafforzare il legame tra il leader e la propria comunità politica.




