(S.A.) Scott Pelley, storico volto del programma televisivo 60 Minutes, è stato licenziato da Cbs News, dopo un duro confronto con i vertici dell’emittente. Il giornalista, presente nella redazione da 37 anni, aveva criticato pubblicamente la nuova gestione del programma, accusando la dirigenza di compromettere l’identità editoriale di una delle trasmissioni giornalistiche più note degli Stati Uniti.

Secondo ricostruzioni della stampa americana, il confronto è avvenuto durante una riunione interna nella quale Pelley avrebbe contestato le scelte della nuova direttrice della rete, Bari Weiss, e la nomina del documentarista Nick Bilton come produttore esecutivo di 60 Minutes. Dopo l’incontro con il presidente di Cbs, Tom Cibrowski, con Weiss, Bilton e i responsabili delle risorse umane, il giornalista è stato informato della conclusione del rapporto di lavoro.

La vicenda si inserisce in una fase di forti cambiamenti per Cbs News e per 60 Minutes, programma nato nel 1968 e diventato negli anni un punto di riferimento per il giornalismo investigativo televisivo grazie a inchieste e interviste. Tra queste, servizi sul massacro di My Lai durante la guerra del Vietnam, sul caso Emmett Till, sull’industria del tabacco e l’intervista realizzata da Anderson Cooper a Stormy Daniels.

Nelle ultime settimane le giornaliste Sharyn Alfonsi e Cecilia Vega sono state licenziate, mentre Anderson Cooper ha lasciato la trasmissione dopo vent’anni. Contestualmente sono cambiati diversi dirigenti e produttori della redazione.

Cbs respinge le accuse di interferenze politiche e sostiene che la riorganizzazione risponda alla necessità di adattare il prodotto giornalistico alle nuove abitudini del pubblico. La rete ha evidenziato un incremento dell’audience del 9%, citando dati Nielsen, e ha attribuito i cambiamenti a una strategia di rinnovamento in un mercato televisivo caratterizzato da una progressiva riduzione degli ascolti.

Bari Weiss ha dichiarato allo staff: “Sono interessata a lavorare soltanto in una redazione costruita sulla fiducia e il rispetto reciproco”. La direttrice ha inoltre affermato che la dirigenza aveva tentato di trovare una soluzione condivisa con Pelley senza però raggiungere un accordo.

Il giornalista ha contestato questa versione dei fatti. In una lunga dichiarazione diffusa il giorno successivo al licenziamento e riportata dal Washington Post. Ha sostenuto che il conflitto non riguardasse una questione personale ma il futuro stesso del programma. “60 Minutes ha perso il suo DNA”, ha scritto.

Nella lettera, Pelley ha fatto riferimento anche ai recenti licenziamenti avvenuti all’interno della redazione, sostenendo che “persone valide sono state messe a tacere”. Ha inoltre dichiarato che alcuni giornalisti sarebbero stati invitati a inserire nei servizi affermazioni non verificate e contenuti che, a suo dire, non rispettavano gli standard tradizionali della trasmissione. “Sono riuscito a ignorare queste istruzioni oppure a rifiutarle”, ha scritto.

L’ex conduttore ha collegato parte dei cambiamenti editoriali ai rapporti tra la nuova proprietà e le istituzioni federali, sostenendo che alcune decisioni sarebbero state prese “apparentemente per ingraziarsi, almeno per un momento, l’amministrazione Trump”. Ha inoltre criticato la possibilità che alcuni esponenti politici possano influire sulla scelta degli intervistatori, definendo questa pratica incompatibile con l’indipendenza della stampa.

Sul fronte societario, il caso arriva mentre Paramount-Skydance, proprietaria della rete, è impegnata in una fase di consolidamento industriale e sta lavorando a operazioni strategiche che coinvolgono il settore dei media statunitensi. Negli ultimi anni la società ha inoltre affrontato controversie legali legate all’attività giornalistica di 60 Minutes, compresa una causa promossa dall’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardante il montaggio di un’intervista a Kamala Harris, successivamente chiusa con un accordo tra le parti.

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