I social network caricano nella Rete contenuti senza controllo. Informazioni prive di contesto, senza indicazione delle fonti, con contenuti scadenti o sbagliati, che diventano virali tra milioni di lettori digitali. E’ il trionfo dell’usa e getta sulle grandi piattaforme, che da tempo riducono gli spazi dei prodotti editoriali. La professione giornalistica è in crisi. Le aziende sono in rosso. Le edicole chiudono. I giornali, in molti casi, continuano a celebrare i riti di sempre, di un mondo che sta sparendo, se non si corre ai ripari. Anche l’ingresso dell’Intelligenza artificiale, che piace tanto agli  editori, avviene senza regole e senza preparazione. C’è già chi la utilizza per “riassunti istantanei”, non importa come e non importa per quale notizia. Anche senza il controllo di un redattore.

sollecitare interventi 

Se ne è discusso il 4 maggio scorso, nella sede della Fondazione Murialdi, di cui è segretario Giancarlo Tartaglia, in via Nizza a Roma. All’incontro hanno partecipato giornalisti, professori universitari e un giurista, in risposta all’appello di Vittorio Roidi, deciso a creare un Gruppo di studio. Un Gruppo aperto, destinato a crescere. Obiettivo: interrogarsi, analizzare i problemi più urgenti, sollecitare interventi su quello che non va, indicare possibili soluzioni. In che modo difendere l’informazione, quella vera? Come garantirne la qualità? Di quali nuove regole c’è bisogno? Come scongiurare gli abusi derivanti dall’utilizzo dell’AI? Come arginare il sensazionalismo di certi programmi tv che per fare audience calpestano il giornalismo? E, soprattutto, con quali mezzi intervenire?  

legge adeguata

“Servono regole, regole chiare. Questo è un Paese che -lo abbiamo detto al sottosegretario Barachini e ad alcune forze politiche- dovrebbe fare una legge nuova, perché non è possibile che l’Italia sull’informazione giornalistica non abbia una legge adeguata”: sono le parole di Roidi, uno dei fondatori dell’Associazione e del sito Professione Reporter, giornalista di lungo corso, ex Rai, Messaggero, Presidente della Fnsi e Segretario dell’Ordine nazionale. Ancora: docente di Scrittura ed etica del giornalismo alla Scuola di Perugia. Impegnato da anni, anche attraverso molti libri, in una battaglia fondamentale: salvare il giornalismo. 

richieste al parlamento

Il Gruppo di studio comincerà a lavorare su due temi. L’AI, che è già entrata nelle redazioni ed è utilizzata più di quanto venga dichiarato. Potrebbe aiutare l’informazione ma anche ucciderla. E il caso Garlasco, che certi racconti televisivi hanno reso una fiction. “Con tutti voi che siete qui -dice Roidi- da Roberto Natale alla mia destra al professor Mario Morcellini, al giurista Paolo Aquilanti, ad Alessandra Mancuso e a Michele Mezza, a Enrico Menduni, Raffaele Fiengo, Daniele Mastrogiacomo e Massimo De Luca in collegamento online e a tutti gli altri, ebbene, con tutti vorrei affrontare le cose che non vanno e che molti di noi vedono. C’è bisogno di codici di autoregolamentazione da proporre alle redazioni. Discutiamo. Analizziamo i problemi. Faremo un’attività culturale di approfondimento, di analisi. Non per criticare l’Ordine o la Federazione, ma per riuscire anche noi giornalisti a chiedere al Parlamento di fare cose che non si stanno facendo. Propongo un gruppo di discussione aperto, che esamini e denunci le cause della decadenza e della crisi del giornalismo, tenendo fra di noi dei fili, dei collegamenti, delle mail, delle riunioni anche a distanza”. 

errori con internet

Un Gruppo che faccia delle domande e ponga dei problemi, indicando delle soluzioni. “Per non cadere negli errori fatti con l’arrivo di Internet, quando -osserva Roidi- si scambiò la rivoluzione digitale per una occasione di democrazia, di potere ai cittadini. Accadde invece l’esatto contrario. Siamo finiti sotto il dominio delle grandi piattaforme, un termine che non amo”. 

La lista dei problemi è lunga. Il linguaggio dei giornalisti sarà un altro tema da affrontare. La categoria dovrà fare i conti con se stessa, tra vizi e virtù. Intanto si discute del caso Garlasco, emblematico. Il giornalismo televisivo, pubblico e privato, da alcuni mesi sta trasformando un caso giudiziario in programma di intrattenimento, per ottenere più ascolti e di rimbalzo più pubblicità. Ma il compito del giornalista è trovare la verità, non occuparsi dello share.

scambi di insulti

“In tutta questa faccenda c’è qualcosa di più grave -sostiene Roidi- Mi sembra che i giornalisti, anche all’interno di testate molto rilevanti, si siano presi la responsabilità di utilizzare e rielaborare particolari dell’inchiesta giudiziaria, mettendo sotto accusa persone, riprendendo elementi già esaminati: la telefonata di Chiara Poggi quella sera e gli scontrini… enfatizzando poi le accuse ad Andrea Sempio. Si continuano a fare ipotesi, tra scambi di insulti e vivaci battibecchi. E’ corretto? Siamo fuori dai binari. Ho chiesto al Consiglio di disciplina e all’Ordine se ritengano che sia giusto questo andazzo”.  

nuovo comitato

Su Garlasco c’è una sentenza definitiva. Ma il processo mediatico paga. Roberto Natale, attualmente membro del Consiglio di amministrazione della Rai, interviene con un giudizio molto netto: “Quella vicenda richiede una presa di posizione pubblica, c’è stato in questi mesi un assoluto debordare della quantità, prima ancora della qualità dell’informazione. Non credo che saranno quelle decine, centinaia, migliaia di ore di trasmissioni a portare alla riapertura dell’indagine sulla morte di Chiara Poggi. Ma la Commissione parlamentare di vigilanza non è in funzione, è bloccata da un anno e mezzo, il Consiglio di amministrazione della Rai non ha una istituzione alla quale porre questa semplice domanda: secondo voi, è da servizio pubblico il fatto che si dedichino ore e ore, da mesi, ogni giorno, alla vicenda di Garlasco? Ora qualcosa si muove. Nel 2009, su pressione dell’allora Presidente della Repubblica Napolitano, irritato per una qualche vicenda mediatica, l’Agcom aveva istituito un comitato per vigilare sul modo di trattare i processi in tv. Troppo giustizialismo televisivo. Troppi processi fatti con gli ospiti davanti alle telecamere. Il comitato di controllo fu fatto, vennero chiamate le emittenti che però lo lasciarono morire. Erano state chiamate anche la Federazione della Stampa e l’Usigrai. Ebbi l’avventura di farne parte come Presidente della Federazione della Stampa. Ebbene, le cose che il comitato, nella sua breve esistenza, un anno o due, scrisse sul caso di Avetrana e simili, oggi potrebbero essere ripetute pari pari sul caso Garlasco”. 

A fine gennaio l’Agcom annuncia la ricostituzione del comitato scomparso. Ma la ripartenza è frenata dalla campagna referendaria. In quel periodo l’attenzione sul caso Garlasco è spinta al massimo, faceva comodo. Roberto Natale non molla. Il comitato per la corretta trattazione dei processi deve funzionare. Un insieme di giornalisti e giornaliste chiederanno di ufficializzarne la ricostituzione perché nessuno ne parla, nonostante la notizia diffusa da una agenzia a fine gennaio. 

delitti insoluti

Due dei presenti in sala chiedono di intervenire. Una è Alessandra Mancuso, l’altro Mario Morcellini. “Garlasco è la punta dell’iceberg, non è la prima volta che assistiamo a questo -sostiene Mancuso, del Consiglio nazionale della Fnsi- Nel 2014 già lo studiava l’Osservatorio di Pavia, diceva che c’erano tre ore di cronaca nera nei palinsesti. Ora il fenomeno è più diffuso. Su questo tema propongo di aggiungere al gruppo il collega Vincenzo Vita, che già da mesi scrive di Garlasco, dicendo che così Chiara Poggi viene ammazzata ogni sera”. A ciò si è aggiunta la narrazione contro la magistratura. Tutto funzionale alla distrazione di massa. Mancuso fa notare che c’è un genere sempre più presente: il cold case, il delitto insoluto, su cui si va avanti all’infinito. Si fanno confronti, si ricostruiscono inchieste.

accettazione passiva

Ma c’è qualcosa che non si può davvero eludere: “La connivenza all’interno della categoria va combattuta. Occorre arrivare -sottolinea Mancuso- a un codice di autoregolamentazione partendo da un testo aperto da proporre, se pensiamo di far nascere dal basso un movimento di consapevolezza. Certo, va sollecitata la partecipazione, perché una delle tragedie della professione in questo momento è la totale accettazione passiva di ciò che accade”. 

Le cose che non vanno, Garlasco, l’intelligenza artificiale, sono le tre parole chiave, da cui parte l’intervento del professor Morcellini, grande esperto di comunicazione di massa: “I tre temi sono le emergenze di cui si parla, anche se spero che si aggiunga qualcosa che abbia a che fare con gli aspetti qualitativi del giornalismo. Rispetto a tutti gli altri giornalismi dei paesi democratici quello italiano ha la caratteristica di essere ossessionato dal male e dalla cronaca nera. Ricordate quella meravigliosa frase del ‘Paradiso perduto’ di Milton in cui Satana dice ‘male sii tu il mio bene’? Ecco, il giornalismo italiano sembra campare di rendita su questo”.  Morcellini fa poi una osservazione sulla cronaca in generale: “Per la prima volta in Italia alcuni giornali stanno dimostrando che non è un elemento decisivo”. Conclude con un invito: non parlare solo delle criticità, ma “cominciare a fare una riflessione su spunti ed elementi di novità positivi”.

situazioni gravi

Raffaele Fiengo, storico giornalista e sindacalista del Corriere dagli anni ’60, scrittore e studioso dei problemi dell’informazione, ricorda il monito: “Senza il vero giornalismo la democrazia muore”. Poi sottolinea la funzione prioritaria dei giornalisti, preoccupato del fatto che la libertà di informazione sia vista con insofferenza crescente, “mentre il giornalismo non incide più come dovrebbe. E’ urgente capire perché il vero giornalismo non stia funzionando in Italia e nel mondo occidentale”. Per questo Fiengo sollecita il sindacato, l’Ordine e le università ad attivarsi per dare risposte a situazioni così gravi.

essere al centro

“Vorrei parlare del Gruppo, prima che di altri problemi. Un Gruppo per cosa? Un Gruppo di chi? E un Gruppo con che cosa? -sono gli interrogativi posti da Michele Mezza, una vita in Rai, tra gli ideatori di Rai News 24, saggista e docente alla università Federico II di Napoli- Quello che si avverte è una assenza radicale del giornalismo su tutti i grandi temi che giorno per giorno stanno cambiando il mondo. Noi giornalisti non ne prendiamo atto, tantomeno abbiamo l’ambizione di intervenire. C’è un tema su cui credo che il gruppo potrebbe molto. Partendo dalle differenze e non dalle convergenze, potrebbe far valere un peso, che è quello di imporre, di pretendere, di sollecitare la Fondazione Murialdi, Professione Reporter, le personalità e i giornalisti presenti, eccetera, per costringere l’articolato sistema del giornalismo italiano a impegnarsi e ad essere soggetto di una discussione vera. L’obiettivo è quello di dire basta all’omertà culturale e professionale che ormai da molti anni ci sta paralizzando”.  Quanto all’Intelligenza artificiale, Mezza dice: “Sono umiliato quando sento qualcuno che parla di intelligenza artificiale al singolare. E’ come dire: ho letto un libro. Quale? Sul mercato ci sono due milioni di prodotti Ia, tutti differenti.  Un giornalista si deve chiedere: quale? Antropic o Open Ai? Quella che collabora col Pentagono o l’altra? Dimmi quale scegli e ti dirò chi sei”. Inoltre: “I giornalisti devono essere al centro delle negoziazioni sull’utilizzo di AI e degli algoritmi, protagonisti di una democrazia attiva”. 

concretezza del mestiere

Anche Giampiero Gramaglia, ex giornalista Ansa, anch’egli tra i fondatori di Professione Reporter, va dritto al punto: “Trovo che un incontro come questo abbia il difetto di essere tra tutti ‘ex’, perché uscendo dalle redazioni si perde la concretezza del mestiere”. Gramaglia poi stigmatizza certi ritardi dell’informazione italiana: “Talvolta pensiamo che se non l’abbiamo scritto non lo sappia nessuno. Non è così”. Conclude con l’invito a fare qualcosa di concreto. Riprendendo l’idea di Roberto Natale, che ha proposto di invitare la Presidente della Commissione di vigilanza.

informazione pluralista

L’intervento del giurista Paolo Aquilanti si apre con una domanda che gli rivolge Roidi: “Partiamo dalla Costituzione italiana, chi l’ha fatta si contenta di un giornalismo come quello di oggi?”. “E’ praticamente impossibile rispondere perché il contesto storico è cambiato e nella Carta non ci sono riferimenti specifici alla funzione del giornalismo. C’è di sicuro quello che è scritto nell’articolo 21 (tutti hanno diritto ad esprimere liberamente il proprio pensiero, ecc…). Ma, come ho detto in altra occasione, è importante fare riferimento anche alla seconda parte dell’articolo 3, che sancisce il principio di uguaglianza sostanziale, affidando alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza, per il pieno sviluppo della persona umana”. Un passaggio, quest’ultimo, che distingue la nostra Costituzione da tutte le altre, fondendo la concezione socialista con quella cristiana e sociale. Aquilanti, che ha una lunga esperienza nelle istituzioni, per più di vent’anni in Senato segretario della Commissione Affari costituzionali, ora membro del Consiglio di Stato, cita il sociologo Jurgen Habermas e Amartya Sen, entrambi sostenitori dell’importanza di “dare impulso alla partecipazione alla vita pubblica, anche attraverso una informazione pluralista e corretta”.

compito di verificare

Chiude Giancarlo Tartaglia, Segretario della Fondazione Murialdi, una vita da Direttore della Fnsi, autore di molti testi. Tartaglia mette in luce un dato che segna il nostro tempo: “L’informazione non sta soltanto su Rai, tv e giornali, che ora sono strumenti marginali”. Poi: “Le redazioni sono deboli, i primi a fare informazione non sono più i giornalisti, ma gli editori e i direttori di testata che garantiscono la linea e rispondono alle logiche degli imprenditori”. Imprenditori che spingono sull’utilizzo dell’AI perché consente loro un risparmio produttivo. Ma, speriamo, al giornalista resterà sempre il compito di verificare.

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