Una Giornata della memoria dei giornalisti uccisi, ora legge dello Stato, che serva anche a contrastare il clima di intimidazioni e minacce che in cui operano ancora molti cronisti. E spinga a ricordare quei colleghi morti mentre svolgevano il loro lavoro che, per diversi motivi, sono meno noti di altri. Per esempio due giornalisti di cui proprio il 19 maggio, ricorre l’anniversario della morte: il fotoreporter milanese Fabio Polenghi, ucciso nel 2010 dall’esercito thailandese mentre copriva la repressione di una protesta popolare a Bangkok, e Almerigo Grilz, giornalista triestino colpito a morte nel 1987 in Mozambico, a Caia, mentre documentava la ritirata dei guerriglieri della Renamo (Resistenza Nazionale Mozambicana), nello scontro con i governativi del Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo). 

dal 1960 a oggi

Polenghi e Grilz figurano nell’elenco dei 30 giornalisti italiani uccisi mentre o perché svolgevano il loro lavoro dal 1960 ad oggi: vittime delle mafie, del terrorismo, delle guerre e delle crisi all’estero, le cui storie sono da qualche anno raccolte nel sito “Cercavano la verità” di Ossigeno per l’informazione. Il loro anniversario –16 anni per il primo, 39 per il secondo– arriva appunto poche settimane dopo l’approvazione definitiva della legge che ha istituito la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. Il varo da parte del Senato –la Camera aveva approvato la legge nel luglio scorso– è giunto troppo tardi perché qualcosa fosse istituzionalmente organizzato, ma è stato salutato con soddisfazione dal governo.

minacce e querele

In compenso hanno celebrato ancora una volta quella Giornata  proprio i colleghi di Ossigeno per l’Informazione, in occasione di un convegno a Roma intitolato “Il giornalismo fra minacce e querele“ e promosso in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Lazio. Qui infatti si è nuovamente reso omaggio al Pannello della memoria, in cui Ossigeno ha raccolto i ritratti dei 30 colleghi, posto all’ingresso della Casa del jazz a Roma –villa confiscata alla criminalità organizzata- dove il convegno si è svolto. E proprio le immagini di quel pannello sono state scelte dal Dipartimento per l’editoria e l’informazione per la pubblicazione sul proprio sito.

diritto-dovere

Quanto al convegno di Ossigeno, il tema scelto affermava implicitamente che la memoria non può essere solo celebrazione e ricordo, ma deve anche essere rivolta ai problemi del presente. E non solo ai 29 giornalisti sotto scorta per le pesanti minacce ricevute da organizzazioni criminali o ai fatti più clamorosi, come il recente caso dell’ordigno esploso sotto l’auto di Sigfrido Ranucci. Ma anche ai tanti episodi di intimidazioni, querele e azioni civili temerarie che restano sotto traccia ma rappresentano ugualmente, e in modo diffuso, un ostacolo all’esercizio di quel diritto-dovere di cronaca con cui si declina la libertà di stampa.

ultimo rapporto

Non è un caso dunque se nel convegno organizzato da Ossigeno sia stato anche illustrato l’ultimo rapporto dell’organizzazione, accompagnato da diversi grafici.  Nel 2025 in Italia – vi si legge– 759 giornalisti, blogger e attivisti hanno subito intimidazioni e minacce da persone o istituzioni che hanno voluto limitare la loro attività informativa (…). Rispetto ai 516 minacciati rilevati l’anno precedente, c’è stato un aumento del 47%”. Inoltre, nel 2025 sono aumentati da 60 a 81, (+38%) gli episodi di intimidazione collettiva (cioè contro gruppi di giornalisti o intere redazioni). Cresciute anche le azioni legali a scopo intimidatorio configurabili come SLAPP (querele pretestuose, cause civili per risarcimento da diffamazione, diffide, eccetera) documentate pubblicamente: sono state infatti 57 (+67%) e hanno colpito 117 giornalisti (+105%). Nel 2024 erano stati rilevati 34 episodi a danno di 57 giornalisti”.

equo compenso

Prioritario dunque che l’impegno ormai divenuto istituzionale per celebrare la memoria dei giornalisti uccisi vada accompagnata anche a misure che tutelino la sicurezza dei colleghi, insieme a quelle nuovamente sollecitate al Parlamento dalla segretaria della Fnsi Alessandra Costante: un provvedimento per l’equo compenso, la cancellazione del carcere per il reato di diffamazione e una norma, appunto, contro le querele temerarie. 

La legge per la Giornata della memoria non è un’invenzione di questo governo ma già esisteva dal 2008 su iniziativa dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani (Unci), che l’aveva istituita l’anno precedente. La prima Giornata per i colleghi uccisi fu infatti celebrata proprio il 3 maggio 2008, in Campidoglio a Roma, organizzato d’intesa con Fnsi e Ordine con l’Alto patronato della Presidenza della Repubblica e i patrocini della Presidenza del Consiglio dei ministri e dell’Unesco. In quell’occasione parteciparono varie figure istituzionali e diversi parenti delle vittime e fu pubblicato un libro che raccoglieva per la prima volta tutte le storie dei giornalisti uccisi. L’Unci, allora presieduta da Guido Columba, aveva varato l’iniziativa su proposta di un gruppo di colleghi siciliani fra cui Leone Zingales, in linea con il Giardino della Memoria di Palermo dedicato a cronisti, magistrati e uomini delle forze dell’ordine uccisi dalla mafia. Mentre l’allora deputato Marco Boato aveva presentato, il 5 giugno 2007, la proposta di legge n. 2735 per l’istituzione di una “Giornata nazionale della memoria dei giornalisti uccisi dalla criminalità mafiosa e dal terrorismo”. 

nessuna inchiesta

La Giornata dell’Unci venne poi celebrata ogni anno in città diverse fino al 2019, quando le attività dell’Unione furono sospese dalla Fnsi per inadempimenti statutari di carattere formale, mentre rimanevano attivi alcuni gruppi regionali. Ma molta documentazione su quella iniziativa si trova ora nell’archivio dell’Unci custodito presso la Fondazione Paolo Murialdi, mentre i contenuti del libro sono confluiti nel sito “Cercavano la verità”.

Da qui si può dunque attingere per altre notizie sulle figure di Almerigo Grilz e Fabio Polenghi. Ci limitiamo a ricordare che Grilz, triestino, ha trovato la morte nel 1987 in Mozambico, quando non aveva ancora 35 anni. Già militante anche con ruoli direttivi nel Fronte della Gioventù, aveva abbracciato definitivamente il giornalismo alla fine degli anni Settanta, recandosi da inviato di guerra indipendente nei territori allora più “caldi”: dall’Afghanistan al Libano e all’Etiopia, dalla Thailandia, alle Filippine e all’Angola. I suoi resoconti venivano rilanciati da Cbs, France 3, Nbc, Panorama e Tg1. Nel 1983 aveva fondato,  con Gian Micalessin e Fausto Biloslavo, Albatros Press Agency.  Per fare luce sulla sua vicenda non vi sono state inchieste giudiziarie.

parziAle verità

Anche Fabio Polenghi, nato a Monza e milanese di adozione, aveva viaggiato molto per i suoi reportage da aree di crisi o per documentare profondi problemi sociali, prima di perdere la vita nel 2010, a 48 anni. Per fare luce sulla sua morte si batté a lungo la sorella Elisabetta, ma un processo celebrato a Bangkok si concluse nel 2013 con una verità solo parziale: a colpirlo alla schiena fu un proiettile in dotazione all’esercito thailandese, non si accertò mai chi gli avesse sparato e in base a quali ordini. L’esercito stava ponendo fine con un blitz sanguinoso dopo due mesi di proteste del movimento antigovernativo delle Camicie rosse. Quel giorno furono feriti altri tre giornalisti stranieri, il mese prima era stato ucciso un reporter giapponese.  

(nella foto, Fabio Polenghi)

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