Michele Serra intervista Renzo Piano su cosa significa avere una casa: “E’ il tetto che ti difende, non le quattro mura”. Gino e Michele scrivono “Il mio nome è Ulisse. Sono io il Barbùn cont i scarp del tennis”, intervista all’antieroe cantato da Enzo Jannacci. Marino Niola scrive: “Costruire abitare essere”, con le foto di Gabriele Basilico. Chiara Saraceno spiega che “La casa non è solo riparo ma luogo che regala dignità”. Bianca Stancanelli ricorda l’avvocatessa Tina Lagostena Bass. Eraldo Affinati racconta “La guerra, il mostro che azzanna l’umanità”.

lavoro povero

E poi Ahmed, Alex e gli altri rider: “Mezzo secolo di Servizio civile, vittime di un algoritmo”; Iulia e Barbara, madri e precarie nel lavoro povero; Giulia che con il Servizio civile
 ha imparato a fare rumore; maestri di strada in prima linea contro la dispersione scolastica; perché un’altra difesa è possibile; Rondine, la Cittadella della Pace:
“Un luogo capace  di cambiarti l’anima”.

Firme e servizi speciali per il numero 300 di Scarp de’ tenis, il mensile della strada, di chi vive per la strada. E quattro copertine diverse che ritraggono alcuni dei venditori del giornale in strada. Come Saida e Milud, arrivati in Italia dal Marocco. Vendono Scarp da più di dieci anni. Al giornale li ha introdotti Mauro Iodice, il primo venditore. Mauro aprì il suo cuore a una coppia straniera perché trovasse integrazione a Milano.

Il Direttore del numero 300 è speciale: Michele Serra, scrittore, autore di testi, firma di Repubblica.

libertà dal bisogno

Scrive Serra nell’editoriale: “Essere il Direttore del numero 300 (trecento!!) di Scarpe de’ tenis non è solo un onore. È una specie di benefico incidente che mi aiuta a rivedere e ripensare le cose sotto una luce molto differente rispetto al mio lavoro ‘normale’. A vedere la società e la condizione umana in maniera più basilare, più diretta, più drastica. Senza tetto è come dire senza pane, come se mancassero la A e la B e dunque l’alfabeto finisse prima ancora di cominciare. Stare al caldo e all’asciutto e avere da mangiare: tutto il resto viene dopo, ma solo se c’è un prima… Dovrebbe pensarci la politica, a rimettere in ordine i bisogni e i diritti, a dire ‘prima la casa e il pane, prima la libertà dal bisogno che è condizione di tutte le altre libertà’. Ma anche lei è travolta dal clima dei tempi, è stordita, fatica a orientarsi. Ci pensa quella bestia che è la guerra, ogni tanto, a ricordarci quanto siamo fragili. Ma è in tempo di pace che si avrebbero il tempo e la calma necessari per rimediare allo scandalo della mancanza di un tetto e di un piatto pieno. E non lo facciamo”.

interesse per gli altri

Il Direttore Stefano Lampertico guarda indietro: “Torno alla metà degli anni Novanta. E scorgo nei primi numeri il progetto visionario di don Virginio Colmegna. Un giornale che voleva essere strumento di restituzione della dignità, spazio per chi sta ai margini. Trent’anni. E allora in questo numero speciale, debbo ringraziare Caritas Ambrosiana, Caritas Italiana e tutte le realtà che hanno creduto in questo progetto, sostenendolo non soltanto con le risorse necessarie, ma con qualcosa di più raro e prezioso: la fiducia. Grazie a Luciano Gualzetti, Presidente di ‘Oltre’, la cooperativa che edita questo giornale. Ci ha sempre garantito libertà di espressione. Grazie alla redazione di strada, ai venditori, la colonna portante del giornale… Il pensiero più grande, quello che sento più forte mentre scrivo queste righe, va a voi: i lettori. Ogni volta che scegliete di comprare la rivista, di aprire queste pagine, di leggere le nostre storie, ci dite, con questo gesto, che gli altri vi riguardano”.

qualcosa non funziona

Luciano Gualzetti, Presidente di ‘Oltre’: “Vogliamo dire una cosa chiara: trecento numeri non sono un traguardo. Sono una denuncia. Se dopo trent’anni c’è ancora bisogno di un giornale come Scarp –eccome, se c’è– significa che qualcosa, nel sistema, continua a non funzionare. Significa che la rete di protezione sociale ha ancora buchi troppo larghi. Significa che la vita dei più fragili non cambia neanche con i più fitti interventi sociali che pubblico e privato hanno messo in campo in questi trent’anni. Significa che l’emarginazione non è un fenomeno residuale ma è strutturale”.

(nella foto, la copertina con Saida e Milud)

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