È stata e continua ad essere la Rassegna delle Rassegne stampa, per antonomasia. Parliamo di “Prima Pagina”, la rubrica approdata nel Terzo Programma Radio, allora il canale o la rete si chiamava così, il 15 marzo 1976 sotto la direzione di Enzo Forcella, un trascorso al Mondo di Pannunzio, poi alla Stampa, al Giorno, alla Repubblica, conosciuto anche per il saggio del 1959 dal titolo “Millecinquecento lettori”, sui vizi antichi del giornalismo politico nel nostro Paese. E per un decennio direttore di Radio Tre, dal 1976 al 1986, dopo la riforma del sistema radiotelevisivo datata 1975. In origine, la Rassegna si chiamava Quotidiana.
rapporto confidenziale
Prima Pagina compie 50 anni in questo primo scorcio di 2026 denso di ricorrenze giornalistiche (i 50 anni dalla fondazione di Repubblica, i 150 del Corriere della Sera, i 25 di Leggo e, all’estero, i 200 anni di Le Figaro, i 50 di El Paìs) e la si annovera anche per aver reso confidenziale il rapporto con la stampa e le sue tante testate, tramite il ‘Filo diretto’ con gli ascoltatori, fatto di domande e risposte, inaugurato nell’ottobre 1976 da Eugenio Scalfari, fresco fondatore e Direttore de la Repubblica, apparso nelle edicole appena nove mesi prima. Sorta di alfabetizzatore alla lettura della stampa.
mitico corrispondente
Prima voce della lettura dei giornali per un’intera settimana, quella di Ruggero Orlando, il mitico corrispondente della Rai da New York, che alla fine d’ogni collegamento si sbracciava in un cordiale saluto ai telespettatori nel tentativo, frendly, di renderli forse più vicini a una nazione al di là dell’Oceano, a quei tempi ancora distante, se non irraggiungibile.
La prima “trasmissione interattiva”, l’ha definita Forcella, che ha infranto quella sorta di muro “che fino allora aveva diviso l’emittente dal ricevente, relegando il pubblico, la gente, proprio nel ruolo di ascoltatori passivi di quello che dicevano gli addetti”. Gap superato fors’anche anche grazie a “Prima Pagina”.
analisi e reportage
Trasmissione che ha legato e messo in collegamento il giornalismo col pubblico in una formula semplice: un giornalista che, a turno, per una settimana legge e commenta per tre quarti d’ora titoli, articoli, editoriali, reportage, inchieste e analisi dei principali quotidiani italiani, raffrontandoli, per poi rispondere per altrettanto tempo alle domande degli ascoltatori. Una parte importante del programma, comunque caratterizzante dell’intera trasmissione e che ne ha decretato di sicuro il successo.
“A seconda del carattere, delle abitudini e delle abilità dei giornalisti che chiamavamo, molti gradivano tantissimo il filo diretto, altri lo temevano addirittura”, ricorda Michele Gulinucci, curatore del programma dal 1992 al 1996 e che, nell’occasione dei festeggiamenti per il ventennale, nel marzo ’96 ha realizzato l’intervista al direttore della rete, Enzo Forcella. “Il quale, per altro – ricorda – non voleva dare questo aspetto un po’ personalizzato alla ricorrenza. Ne abbiamo un po’ parlato prima e lui era orientato a dire ‘fate tutto voi, dite tutto voi’, insomma non voleva apparire. Poi lo convinsi perché mi sembrava un’occasione buona una sua testimonianza diretta, che in molti conoscono perché l’intervista è ancora online”. Tre anni dopo Forcella morì e quella testimonianza è una delle sue ultime apparizioni.
stabili ed esigenti
Ma perché molti giornalisti temevano il filo diretto con gli ascoltatori? “Per carità, erano per lo più molto contenti di fare la Rassegna stampa, perché molto prestigiosa anche al di fuori dell’ambiente, però il filo diretto lo temevano un po’ perché costituiva un’insidia. Non soltanto le domande erano e sono del tutto libere, ma perché gli ascoltatori stabili, frequenti, consueti di Radio Tre sono anche molto esigenti. Quindi non si fanno scrupolo di sottolineare se il giornalista di turno non sa le cose o sbaglia qualche dettaglio nella lettura o nelle risposte. Alcuni l’hanno fatto o lo fanno in maniera anche quasi antipatica”, sottolinea Gulinucci.
terza pagina
“Insomma, per un giornalista non troppo esperto il filo diretto può risultare fastidioso, una prova abbastanza complessa”, aggiunge l’ex vicedirettore di Radio Tre che ha partecipato anche alla fondazione di Terza Pagina, la Rassegna delle pagine culturali dei quotidiani, altro tassello e altra innovazione, fino ad assumere con la stessa carica la responsabilità del Marketing e del Palinsesto fino al 2022 quand’è andato in pensione.
Come funziona il lavoro a Prima Pagina? “Prima Pagina è una macchina infernale. Nel senso che, a parte l’orario e il lavoro quotidiano di chi sta dietro, in regia, è un lavoro che richiede di alzarsi molto presto, sia per il conduttore che per i tecnici. Poi a seconda del carattere del giornalista di turno, c’erano quelli che volevano arrivare all’alba e quelli che arrivavano un’oretta scarsa prima. Dipende un po’…”.
l’ansia di lietta
Aneddoti? “Ricordo con grande affetto Lietta Tornabuoni, della Stampa, molto contenta di fare ‘Prima Pagina’ ma anche molto ansiosa e, dunque, per fare una rassegna preparata, documentata e senza incertezze e intoppi – il suo timore era il fermarsi, essere incerta, non sapere come proseguire – si costruiva un proprio copione ritagliando gli articoli che voleva leggere, incollandoli su un foglio. In questo modo lei aveva, nel momento d’andare in onda, una scaletta che poteva leggere di seguito, con disinvoltura, senza dover sfogliare o cercare gli articoli tra le pagine. Per far questo arrivava ben prima delle 6 del mattino. Alle 6 apriva materialmente lo studio, ma lei era già lì, pronta. Era tenera da vedere, sembrava una scolara, piegata sul tavolo con forbici e colla”, rammenta Gulinucci.
copione di cartoncino
“Allora eravamo in ambito analogico, i giornali erano di carta e solo di carta, e lei redigeva il suo copione su un cartoncino, che mi sono poi pentito di non averne conservato almeno uno perché sarebbe stato un bel documento. Oggi ci sono mille strumenti per intervenire in modo digitale. Alle telefonate s’aggiungono i messaggi Whatsapp, i giornali nel caso possono essere consultati anche sul web e così via. Il programma è rimasto quello, ma il giornale digitale è entrato in scena prepotentemente. Con la carta c’era anche quest’aspetto manuale, non trascurabile, perché i meno esperti avevano davanti questo tavolo talmente pieno di giornali che saltare dall’uno all’altro era uno degli aspetti più complessi per poter rendere fluida la Rassegna”.
risposte domani
Michele Gulinucci sottolinea anche che “da anni ormai, il giornalista che non ha sottomano la documentazione per rispondere ai quesiti posti può velocemente cercare una risposta, anche non del tutto completa, ma almeno la trova. All’epoca, invece, se non sapeva una cosa era costretto a dire: ‘Mi documento e le rispondo domani’, oggi se la cava…”.
Nella sua esperienza, Gulinucci ha visto avvicendarsi una ventina di Direttori in tutto, “dettaglio ovvio per un’Azienda come la Rai”, e a “Prima Pagina” “almeno tre o quattro”.
campagne elettorali
Che figura è quella del curatore? “Non è soltanto colui che mette la firma, ma contribuisce, quantomeno col Direttore, a scegliere i giornalisti. È un lavoro d’una certa responsabilità. Soprattutto nei momenti delicati delle campagne elettorali è ovvio che non soltanto il giornalista deve essere equanime, ma il filo diretto deve rispettare certe regole, tant’è vero che fino ai miei tempi il filo diretto veniva addirittura sospeso durante la campagna elettorale, per dire quanto era sensibile ‘Prima Pagina’ e anche quanto era ascoltata. Ovviamente Radio Tre non era il canale più ascoltato della Rai, ma ‘Prima Pagina’ era ascoltato anche da tutti quelli che si occupavano d’informazione, di Tv, di Rai, di politica. Quindi non sfuggiva anche il più piccolo incidente”.
formazione di personale
“Prima Pagina” è stata anche una palestra? “Un modo per impratichirsi anche di un contatto diretto che un giornalista di carta stampata non aveva mai avuto. Alcuni di loro sono poi diventati pure conduttori radiofonici o persino televisivi. Hanno scoperto che era un mestiere che gli piaceva, che era nelle loro corde. ‘Prima Pagina’ è servita anche a questo: a fornire riserve alla stessa Rai, a formare del personale”.
Nell’intervista del ’96 a Gulinucci, Forcella concludeva con una citazione di Kant, che diceva: “Si dice che nessuno può toglierci la libertà di pensare, ma penseremmo davvero e penseremmo bene se non pensassimo per così dire in comune con gli altri ai quali comunichiamo i nostri pensieri e i quali comunicano a noi i loro. Si può dire, dunque, che quel potere esterno che toglie agli uomini la liberta di comunicare pubblicamente il loro pensiero toglie loro anche la libertà di pensare”.
(nella foto, Michele Gulinucci)





