Quarantanove milioni.

Sono le due parole che nessun quotidiano ha pubblicato in titoli, occhielli e sommari, raccontando la vita spericolata e dirompente di Umberto Bossi, morto il 19 marzo a 85 anni. Quarantanove milioni di euro sono i soldi che secondo i magistrati di Milano e di Genova la Lega deve restituire allo Stato, dopo averli intascati illecitamente.

La vicenda risale al 2012 e non è ancora conclusa, nel senso che lo Stato non ha ancora avuto indietro tutta la somma. Cioè i soldi di tutti noi citaddini. Notizia, in fondo, rilevante all’interno della carriera del fondatore della Lega, ma che nelle redazioni italiane si è ritenuto di trascurare del tutto o di sfumare. Meglio intervistare Pier Ferdinando Casini (lo fanno in tre, Repubblica, Avvenire, Nazione) sul lascito politico di Bossi.

eventi sgradevoli

Sembra aver preso piede un’abitudine nei media italiani a enfatizzare molto le scomparse delle persone celebri e ad ammorbidire gli eventi sgradevoli. Come se la morte lavasse via le ombre, ingrandisse le figure, le rendesse più nobili del dovuto. Pensino poi gli storici a cercare la verità.

Il Corriere della sera il 20 marzo ha dedicato a Bossi le prime 8 pagine, record assoluto. Accanto ai titoli sull’uomo che “cambiò la politica”, alle testimonianze (il ministro Tajani) sul suo “fiuto e sensibilità straordinaria”), in un paio di righe, in uno dei tanti pezzi, si ricorda “l’inchiesta sul tesoriere della Lega Belsito” e gli “scandali interni” che misero in difficoltà Bossi. Repubblica dedica le prime cinque pagine, ma niente 49 milioni. Sulla Stampa, la più completa (relativamente), Alberto Mattioli scrive dello “scandalo dei rimborsi elettorali, che travolge non solo lui, ma anche la sua famiglia. Negherà sempre che i soldi siano finiti nelle tasche del ‘cerchio magico’, ma i giudici non sono dello stesso parere”. Mattioli segnala che Bossi fu condannato per truffa ai danni dello Stato, ma si salvò dell’accusa di appropriazione indebita perché la Lega decise di non querelarlo.

“presunto utilizzo”

La Nazione, invece, tralascia la sentenza e parla di “presunto utilizzo di fondi del partito da parte della famiglia di Bossi”. Il Fatto ricorda “le indagini sui fondi segreti che inguaiano Bossi”, Domani cita “la dirigenza leghista coinvolta nello scandalo dell’appropriazione indebita di fondi pubblici”. Sul manifesto si menziona “lo scandalo dei diamanti”, ma Gad Lerner conclude il suo pezzo dicendo che Bossi “resta un grande”. Il Sole 24 Ore parla genericamente di “inchieste”, Il Messaggero di “scandalo dei rimborsi”.

Sui giornali vicini al centro destra, completamente immersi nella campagna per il referendum sulla giustizia, si ripesca che Bossi voleva la separazione delle carriere (Il Giornale, Libero). Libero è anche l’unico a mettere in un titolo la minaccia di Bossi su 300mila bergamaschi pronti a imbracciare il fucile per ottenere la secessione del Nord dal resto d’Italia. Le parole “49” e “milioni”, niente da fare.

spese in famiglia

Tutto è nato ad aprile 2012: l’allora tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito viene indagato con l’accusa di aver utilizzato i soldi ottenuti dallo Stato per i rimborsi elettorali in spese di altro tipo e a favore di altri membri del partito, come l’allora segretario Umberto Bossi e la sua famiglia. Le indagini si chiudono nel novembre 2013, la prima sentenza arriva a luglio 2014, con la condanna in primo grado di Belsito e Bossi, per truffa ai danni dello Stato condotta tra il 2008 e il 2010. Con la sentenza si stabilisce di confiscare come risarcimento 49 milioni di euro dai conti del partito. L’ipotesi era che quei soldi fossero stati tra l’altro utilizzati per acquisti in Africa di beni, diamanti compresi. Salvini, attuale Segretario della Lega, il 15 settembre 2020 a Di Martedì ha detto che quei soldi “non ci sono più” e che sono stati spesi tra le altre cose, in “iniziative elettorali”.

braccio di ferro

Dopo la prima sentenza di condanna era iniziato un braccio di ferro tra Lega Nord e magistrati sulla restituzione dei soldi. A dicembre 2017 è scattato un primo sequestro da circa 2 milioni di euro, mentre a luglio 2018 la Cassazione, nelle motivazioni di una sentenza, stabilisce che vadano sequestrate anche le entrate future nelle casse della Lega. Ad agosto 2019, alcuni dei reati di cui erano accusati Belsito e Bossi (condannati anche in appello) finiscono in prescrizione, ma la confisca dei 49 milioni rimane definitiva.

A settembre 2018 gli avvocati della Lega e la Procura di Genova hanno raggiunto un accordo per la restituzione dei 49 milioni: la Lega avrebbe dovuto ridare 100 mila euro ogni due mesi (600 mila euro l’anno) come risarcimento dei milioni truffati, al netto di quelli già confiscati. Serviranno decine di anni.

(nella foto, Umberto Bossi e Matteo Salvini)

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